domenica 27 dicembre 2015

Controcorrente


Il Consiglio  comunale,
una farsa istituzionale.







Se si trattasse di cambiare le lampadine, fare qualche appalto, concedere qualche permesso edilizio, riparare le buche e altro di  simile, basterebbe un podestà, con molti meno rischi per il patrimonio e per le regole e meno dispendio di energie "dialettiche". Qualcuno, novello podestà, la interpreta proprio così, aiutato da norme che affidano di fatto tutto il potere ai sindaci e alle giunte, senza  nessun controllo preventivo e quasi nessuno successivo. Sì, ma se si trattasse solo di cambiare le lampadine! se invece ci si avventura nell'organizzazione di un servizio, -che so, quello dei rifiuti?- la musica cambia parecchio e i disturbi al manovratore si fanno evidenti e difficilmente eludibili.
Di fatto, però, il consiglio comunale, grazie alle recenti e meno recenti riforme degli enti locali, partite con l'intervento sul Titolo V della Costituzione (2001), aggravato da un maggioritario spinto alle estreme conseguenze (che adesso si vuole esportare anche a livello nazionale) è stato progressivamente privato di ogni funzione reale. Quasi ovunque i consiglieri di maggioranza non intervengono più in  aula, gli assessori leggono testi scritti da altri, solo le opposizioni esercitano il "diritto di tribuna" come sanno e come possono. Il pubblico, sanamente, si tiene alla larga.
Localmente la farsa viene declinata con modalità diverse e ricadute diverse sui cittadini e sull'idea che essi si formano  della cosa pubblica e della democrazia stessa. 
Talvolta con attente e interessate regie,  con qualche  artificio e molta faccia tosta, si recita la farsa della democrazia, restringendo o tentando di restringere sempre più i già esigui spazi di dibattito. 
Così succede, qua e là, che improbabili personaggi si trovino temporaneamente ad esercitare un sia pur piccolo potere, giocando sdegnosetti sdegnosetti il ruolo democratico, magari inneggiando segretamente al ritorno del duce o all'espulsione dei migranti.  Capita spesso, dalle parti del nord est leghista,  che i sindaci, colti da eroico furore, pensino di essere costantemente in campagna elettorale e si lancino in iniziative mediatiche un po' cafone, come i crocefissi negli scatoloni, i cartelli anti stranieri, la guerra al gender che non c'è, la lotta all'invasione dei migranti, la difesa del presepe.  
Altrove la sbilanciata dialettica maggioranza/opposizione viene edulcorata da un fervore di discussioni in commissioni e comitati, dove si scopre che anche i consiglieri di maggioranza hanno una voce e delle idee. Ma poi decide sempre la maggioranza: è la democrazia maggioritaria, nel bene e nel male.
Altre volte il vero potere (di inibizione) è nelle mani di terrorizzati (spesso a ragione) assessori al bilancio e il sindaco diviene assimilabile a un caporeparto della ragioneria.
Non è infrequente l'arrampicatore politico dalle scarpe a punta e dalla sciarpa intrecciata che dopo la sindacatura aspira a salire di grado, in provincia, almeno, se non in regione.
E dove c'è trippa per gatti, e soprattutto solida tradizione, compare l'amico degli amici da favorire.

Ma se c'è una vision per il futuro della propria comunità, che superi le inevitabili differenze ideologiche o politiche, che vada oltre le lampadine e le stesse immondizie, una vision che guardi al futuro non solo materiale, ma comunitario, che si nutra di ideali e non di solo parole d'ordine, il ruolo del sindaco torna ad essere determinante. Di taluni si dirà che hanno cambiato il modo di essere della comunità, di altri nessuno ricorderà più il nome dopo cinque o purtroppo anche dieci anni. 
Riassumendo: sindaci podestà, ragionieri, capi leghisti, arrampicatori politici, amici degli amici o visionari. Voi in che comune siete? 



sabato 26 dicembre 2015

Cantata di santo Stefano


Rifugiati siriani a Erbil (fonte Il Foglio)

Qualcuno ha dimenticato che il Cristo nacque in una grotta, da genitori alla ricerca di un riparo sicuro: una simbologia che di questi tempi appare oscurata dalle farneticazioni identitarie. Chi si vuole  "identificare" ad ogni costo, lo faccia con i nuovi fuggitivi. Non diventerà "buonista", sarà solo più cristiano o più "umano". 
Se qualcuno, in più, vuole anche coltivare lo spirito può ascoltare la musica di Bach, pubblicata di seguito, che parla a tutti, credenti e no:  una fatica che alla fine ricompensa.. 

La cantata "Und es waren Hirten in derselben Gegend" fa parte del cosiddetto oratorio di Natale, composto da Bach per la festività del Natale 1734. L'oratorio si compone di sei cantate per le sei festività che venivano al tempo celebrate: il Natale (25, 26 e 27 dicembre), il Capodanno, la domenica dopo Capodanno e l'Epifania. In questa cantata si narra dell'annuncio da parte dell'angelo della nascita di Gesù ai pastori. 

Nella notte l'angelo appare ai pastori spaventati. Il basso ricorda la profezia del Messia del vecchio testamento. Un pastore invita ad andare a vedere il bambino e l'angelo indica la stalla. Nell'ultima parte: canti di Maria, dei pastori e degli angeli. 

Dal punto di vista musicale, la cantata viene ricordata per l'uso sperimentale dell'oboe d'amore e dell'oboe "da caccia". Durata: 28'. 






Teoria dell'isola





Ogni uomo è un'isola










"Là dove domina l'elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell'isola è segnata da questa certezza. Un'isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull'instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l'estinzione. L'angoscia dello stare in un'isola come modo di vivere rivela l'impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell'apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell'anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell'arte quest'isola è vera." 
"Teoria dell'isola" di Manlio Sgalambrofilosofo, poeta e saggista, autore di molti testi di F. Battiato



giovedì 10 dicembre 2015

Mestrino prima in classifica



Il diciassette non sempre porta sfiga: Mestrino finalmente nel Guinness dei primati


Dopo averci provato con le rotonde più pazze del mondo, battuta sul filo di lana dal fagiolo della Stanga, con la caccia al gender che non c'è, surclassata da almeno dieci più solerti amministrazioni leghiste, con  l'umido più puzzolente in frigo, con la sfida a tutte le leggi fisiche della statica, battuta solo da pochi altri comuni commissariati, dopo aver sfiorato il successo nella sezione "l'état c'est moi" per il più basso numero annuale di riunioni, l'amministrazione di Mestrino adesso si aggiudica l'agognata nomination nella sezione "l'ordine del giorno più pazzo del mondo". Leggere per credere.

Martedì 15 dicembre, ore 19, consiglio comunale, ricchi premi e cotillon, sorprese per tutti. Ingresso gratuito sino ad esaurimento posti.





 

martedì 8 dicembre 2015

La visita pastorale del Vescovo, 2


Il coraggio di dirlo e poi ...di farlo (2)









Segue da Visita pastorale, 1


Allora cosa fare?

Il punto fermo è che a decidere sono gli organi collegiali della scuola, ai quali la legge demanda i criteri generali per l'organizzazione e la realizzazione di ogni attività scolastica, parascolastica ed extrascolastica. Quindi non gli insegnanti, nè il dirigente, nè i genitori da soli. E questi organi nella loro autonomia devono essere messi in grado di deliberare, senza subire le intimidazioni di una sempre possibile gogna mediatica, spesso bipartisan, come la vicenda di Rozzano ha mostrato. E, aggiungo, io devono essere loro stessi in grado di prevenire le strumentalizzazioni, evitando la diffusione di motivazioni superficiali, tipo "per rispettare tutti", per "non mettere a disagio nessuno" ecc. L'unico argomento valido in questi casi può e deve essere: la scuola è laica e aconfessionale, è la scuola di tutti e tutti devono potere partecipare a tutte le  attività; ci sono le condizioni per la partecipazione di tutti?
Se si persegue non solo la tolleranza ma l'integrazione, questa va a braccetto con il confronto e la parità. Cioè: "io non mi privo di alcunché e non privo te di alcunché delle tue tradizioni; partecipiamo insieme". Posso assicurare che pochissimi si sottrarrebbero a questa impostazione. Tornando ai nostri vescovi, non più attesi sulla porta della chiesa...
Da escludere senz'altro la celebrazione di funzioni religiose o di altre manifestazioni collegate, come la preghiera e la benedizione. 
Sulla visita pastorale molto dipende dalla situazione concreta. Posto che tra i doveri del vescovo c'è la visita delle scuole cattoliche, non si comprende bene perchè dovrebbe estendersi anche alle scuole pubbliche che per definizione sono aconfessionali, ma in realtà bisogna fare i conti con le situazioni concrete. Il caso limite, ormai del tutto teorico, è quello di una scuola con il 100% di cattolici e di avvalentisi. Negare la visita, in nome di una neutralità laica, sarebbe una bella presa di posizione teorica, coerente e corretta sul piano ideale, ma del tutto incongrua in pratica. Ma si tratta di una situazione del tutto teorica, la realtà è molto più varia: alle altre religioni, talvolta minoritarie, talvolta no, si affiancano un gran numero di studenti e famiglie che alla laicità e all'indipendenza ci credono e ne fanno un punto educativo molto importante. 

Non è certo una questione di numeri, ma sicuramente questi aiutano. Se nella scuola la percentuale di non avvalentisi è fisiologica (intorno al 10%) si può perseguire una via alternativa, da un lato per non privare i credenti di un evento che per loro potrebbe essere significativo (anche se fuori dalla scuola avrebbero ben altre e più raccolte occasioni per parteciparvi) e dall'altro per non imporre agli altri una presenza non percepita come rilvante. 
Ma visto che la presenza di un vescovo in zona, disponibile a passare qualche ora con gli alunni e a rispondere alle loro domande,  è un'occasione di arricchimento culturale e umana non indifferente, perchè non sfruttarla?
Nella mia esperienza lavorativa ho suggerito agli organi collegiali questa strada: non è il vescovo che arriva a scuola, ma è la scuola che lo invita su alcuni temi specifici, come la pace e il dialogo tra le religioni.  Devo dire che l'intelligenza del vescovo pro-tempore e dei sacerdoti locali mi hanno molto aiutato, rendendo possibile alla scuola di organizzare un'esperienza veramente arricchente per tutti e foriera di dialogo e comprensione reciproca.
Mons. Mattiazzo se l'è cavata benissimo, dando a bere ai ragazzi di essere stato un missionario, lui che aveva frequentato solamente le nunziature apostoliche, parlando in arabo e in tante altre lingue. Una sola caduta di stile, quando, in una sede decentrata e quindi meno soggetta a sguardi indagatori, si mise inaspettatamente a parlare di aborto a bambinetti che per fortuna non capirono niente. Sospiro di sollievo alla fine del giro: niente articoli di stampa o gogna mediatica nè da una parte nè dall'altra.
Naturalmente di li a poco ospitammo un imam musulmano, anch'egli disponibile al dialogo con gli studenti...per essere conseguenti all'impostazione data.

Se la condizione locale è diversa, cioè in presenza di una fortissima presenza di appartenenti ad altri culti, la risposta può e deve essere diversa. Si potrebbero chiamare insieme rappresentanti delle varie religioni per mostrare sul campo la possibilità di un dialogo e di un confronto, oppure declinare l'invito e trovare altre strade di collaborazione come si può leggere nel link seguente: Le buone  pratiche  
Ogni strada è buona se riesce a sottrarre la scuola alle strumentalizzazioni politiche falsamente identitarie molto di moda oggi.



lunedì 7 dicembre 2015

Il giorno dell'Immacolata a Palermo e dintorni

Fornaio palermitano: lo sfincione è il 1^ a dx


Palermo, Bagheria:
variazioni sul tema













A Palermo e dintorni ogni ricorrenza, sacra o profana, è occasione per sontuosi banchetti  (come per santa Lucia), e quasi sempre si perde di vista o si ignora l'origine della festa. Così è per l' "Immacolata  Concezione", che molti  confondono con il concepimento virginale di Gesù, argomento che è stato oggetto di dispute secolari tra i teologi cattolici. La natura delle questione fu definitivamente risolta dalla proclamazione del  relativo dogma fatta da Pio IX  l'8 dicembre del 1854:

"Dichiariamo, affermiamo e definiamo la dottrina che sostiene che la beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale, e ciò deve pertanto essere oggetto di fede certo ed immutabile per tutti i fedeli."

Forse non basterebbe un analogo pronunciamento papale per dirimere la secolare questione che contrappone palermitani e baarioti (abitanti di Bagheria) sulla supremazia dei loro rispettivi "sfincioni". 

Fatto sta che tra la vigilia dell'8 dicembre e la vigilia di Natale, in entrambi i luoghi si celebra l'assai laica, ma sentitissima saga di quella particolare pizza, che qualcuno ha definito il panettone siciliano: lo "sfincione". 
Sino a qualche tempo fa esso costituiva il piatto forte (e quasi unico) delle cene di vigilia sia a Palermo che a Bagheria.
La caratteristica comune di entrambe queste pizze, sontuose perchè destinate alla tavola dei giorni di festa, è l'impasto altissimo e soffice. Le differenze si collocano, invece, sul condimento, sulla "conza".

Nei miei ricordi i fornai si limitavano a preparare professionalmente la pasta, mentre la "conza", rigorosamente di fattura familiare, veniva consegnata a parte per essere stesa prima della cottura.
Ho i miei dubbi sul fatto che questo rito gastronomico della vigilia persista ancora in tempi così acceleratamente consumisti.
Sulla conza si scontrano, comunque, le differenze familiari, ma soprattutto quelle tra le due località.
Inutile chiedere ai rispettivi abitanti. Quelli del capoluogo considerano ancora Bagheria un villaggio primitivo, come è rappresentato nel film di Tornatore, che però cercò la location adatta nell'attuale Tunisia. 
Quelli del "paese" hanno voglia di rivalsa e portano avanti la loro tesi con qualche ragione di tipo gastronomico.
Vediamo le differenze.
A Palermo la conza è fatta solo da: 
1 kg. di salsa di pomodoro
400 g. di cipolla di cui 100 g. grattugiata
200 g. di "primo sale" un formaggio fresco tipico dell'inverno
100 g. di pecorino grattugiato
6 pugni di pangrattato tostato
8 acciughe tagliate a pezzetti   

A Bagheria, invece, il condimento è a tre strati: 
il primo di questi è costituito da una salsa di filetti di acciughe sciolte in olio tiepido (è importante che l'olio non frigga durante la preparazione), quindi uno strato di formaggio pecorino fresco -tuma o primosale- tagliato a fette, ed infine uno strato di un impasto ottenuto con mollica fresca di pane triturata, condita con pecorino grattugiato, cipolla scalogna tagliata a rondelle, sale, pepe, origano, il tutto impastato con olio di oliva.

A completamento della cena della vigilia, tradizionalmente: mandarini, cardi bolliti e "sfince dolci".


domenica 6 dicembre 2015

La visita pastorale del vescovo, 1


Visita pastorale a Vicenza


Il coraggio di dirlo e poi ...di farlo (1)












Periodicamente capita che un vescovo, nel compiere la visita pastorale alle chiese della sua diocesi, chieda di poter visitare anche le scuole non cattoliche. Di solito non è il vescovo in persona che avanza la richiesta, ma il parroco o un genitore zelante.  E qui partono i guai per gli incolpevoli dirigenti, per gli insegnanti e il consiglio d'istituto nel suo insieme. Il perchè è presto detto: qualunque cosa si faccia si sbaglia. Se la richiesta viene gentilmente declinata, con gli argomenti logici e giuridici che esamineremo più avanti, ci sarà sicuramente qualche "defensor fidei", con o senza felpa, che farà partire la consueta campagna mediatica. Se la visita viene accordata, si viene meno ad uno dei cardini della laicità e indipendenza della scuola e non è escluso che qualcuno, giustamente, si risenta: quasi mai la critica parte dai genitori "stranieri". Le nostre scuole, infatti, sono frequentate anche da molti alunni che, indipendentemente dal luogo di nascita, non hanno avuto accesso all'insegnamento religioso per scelta della famiglia. Molti insegnanti, infine, anche se cattolici praticanti, percepiscono come cogente la laicità della scuola pubblica.
  
La normativa, la consuetudine e le leggi.
Per i vescovi, le visite pastorali sono regolate dalle istruzioni degli Apostolorum successores che fanno un elenco degli atti che il vescovo deve compiere durante la visita pastorale:
  • la celebrazione dell'Eucaristia con il popolo;
  • il conferimento delle cresime;
  • l'incontro con il parroco e gli altri ecclesiastici della parrocchia;
  • la riunione con il consiglio pastorale o con i parrocchiani impegnati nella parrocchia;
  • l'incontro con il consiglio economico;
  • l'incontro con i ragazzi del catechismo;
  • la visita alle scuole cattoliche;
  • la visita ai malati;
  • l'esame dei luoghi sacri e ornamenti liturgici, libri parrocchiali e altri beni parrocchiali.

Per la scuola statale le norme sono dettate dagli arti. 3, 7 e 8 della Costituzione e dalla revisione dei patti lateranensi, del 1984,  dove all'art.9.2 si legge:  


La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l'insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento. All'atto dell'iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell'autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.

Esiste poi la norma del  DPR 416/74 che all’articolo 6 stabilisce che:
 «Il consiglio di circolo o di istituto […] ha potere deliberante […] su criterî per la programmazione e l’attuazione delle attività parascolastiche, interscolastiche, extrascolastiche, con particolare riguardo ai corsi di recupero e di sostegno, alle libere attività complementari, alle visite guidate e ai viaggi di istruzione […] e sulla partecipazione del circolo o dell’istituto ad attività culturali, sportive e ricreative di particolare interesse educativo». 

Le modifiche concordatarie del 1984, benché non intervenissero direttamente sulla materia, furono comunque la base di partenza per la stipula di una serie di Intese con le confessioni cristiane di minoranza (Tavola valdese nel 1984, Chiese avventiste nel 1988, Assemblee di Dio nel 1989), nonché con l’Unione delle Comunità ebraiche italiane (nel 1989). Queste intese, approvate con legge dal Parlamento, prevedono espressamente che le eventuali cerimonie religiose non debbano avvenire durante l’orario scolastico.


In seguito, il d.lgs. 297/1994 (Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di istruzione), recependo anche la normativa sottoscritta nelle Intese con le confessioni di minoranza, all’articolo 311 vietò espressamente, nelle classi nelle quali sono presenti alunni che abbiano dichiarato di non avvalersi di insegnamenti religiosi, di svolgere pratiche religiose in occasione dell’insegnamento di altre materie o secondo orari che abbiano comunque effetti discriminanti.

Una parola definitiva in merito la pronunciò  la sentenza 250/93 del TAR dell’Emilia Romagna (poi confermata dalla sentenza 489/95 del TAR del Veneto e da altre ancora). Questa sentenza sancì l’illegittimità delle delibere di Consigli di circolo che disponevano lo svolgimento di pratiche religiose in orario scolastico, ravvisando che la celebrazione di liturgie o di riti religiosi rappresenta un’attività del tutto estranea alla scuola e alle sue attività istituzionali.

D'altra parte una recente sentenza del Consiglio di Stato, nel 2010,  ha stabilito che «la visita pastorale non può essere definita attività di culto, né diretta alla cura delle anime secondo la definizione contenuta nell’art. 16 legge n. 222 del 1985, ma assume piuttosto il valore di testimonianza culturale».  

E' acclarato quindi che

  •  non possono svolgersi atti di culto all'interno della scuola;
  • che la visita pastorale non può definirsi atto di culto.

Detto questo, nella realtà odierna, i problemi restano tutti. Vedremo nei prossimi giorni una possibile soluzione.

Segue qui






giovedì 3 dicembre 2015

Le comiche

Palermo, museo delle marionette
Il vescovo contro il presepe






Sembra un titolo di Lercio.it, ma è in realtà un copione ripetuto dieci cento mille volte che, come le bugie di Goebbels, alla lunga rischia di diventare realtà.  Si prende una frase, la si estrapola dal contesto, si fa  qualche piccola aggiuntina "lievemente" strumentale, si costruisce il titolone a 4 colonne, poi si scatena la canea dei frequentatori della suburra di internet e il gioco è fatto. Attendiamo il fedele salvini sotto il palazzo vescovile di Padova.

Sì,  proprio il salvini che un tempo inneggiava alle ampolle del dio Po, quello che cristianamente vuole affondare i barconi e passare sotto le ruspe rom e affini. Qualche giorno fa era toccato al preside di Rozzano, adesso al vescovo di Padova, che ha ricevuto una reprimenda anche dal boss della regione. Leggere per credere! "La difesa del presepe sta diventando un argine identitario", secondo l'agronomo trevigiano. 


Sostiene in replica mons. Cipolla: "Fare un passo indietro dunque non è certo nascondere il presepe in cantina, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo".  Le fedi religiose, in particolare la fede cristiana, è la conclusione del vescovo,  "costruiscono relazioni, rispetto e dialogo e aprono ponti. Tutto ciò significa rifiutare ogni forma di strumentalizzazione polemica, perché le fedi sono sempre occasioni di incontro e di reciprocità, senza rinunciare alla propria storia, ma riscoprendone il valore più autentico".



A questo punto non basta esprimere semplicemente il proprio disgusto; è necessario, invece, vigilare perchè questi sono pericolosi, sono fascisti, aggiornati, ma sempre fascisti, portatori di  un fascismo interiore che settant'anni di democrazia non sono riusciti a seppellire e a estirpare dalla società italiana. Sono in mezzo a noi, sembrano uguali a noi, fanno tante cose belle o brutte come noi, ma i loro circuiti neuronali girano in modo diverso. E i loro capi, o meglio i loro sfruttatori, lo sanno, non si comportano da conservatori con i quali sarebbe anche stimolante confrontarsi, ma da manipolatori delle coscienze, delle paure e delle difficoltà della gente. A loro della religione non importa nulla, importa solo il titolo sui giornali, la visibilità, il seguito della parte più ignorante di un  popolo senza memoria. Mi faranno diventare amico dei preti!

  

martedì 1 dicembre 2015

Tutto quello che dovreste sapere su Rozzano



e nessuno vi dirà






segue da Rozzano, cancellato il Natale

L'anno scorso una bufala creata a tavolino , in modo provocatorio suscitò un gran rumore nei media. L'intenzione dell'inventore, il noto Ermes Maiolica, era di  dimostrare che ormai in rete non è più necessario un articolo di partenza, ma basta una frase per scatenare le suffragette. Ci riuscì in modo egregio e sottile. 
Quest'anno sul Natale si fa il bis, brandendo poco cristianamente presepi e crocefissi come spade. Il pretesto è la pseudo notizia di Rozzano. 


Ecco una ricostruzione completa dei fatti:

  • Il 27 novembre il Giorno fa uscire la notizia che all'Istituto Comprensivo Garofani di Rozzano il Dirigente Scolastico Marco Parma avrebbe annullato la festa di Natale.

A essere annullato, o meglio posticipato al 21 gennaio, si legge nell'articolo, sarebbe stato il concerto denominato gli anni precedenti “Festa di Natale”. Il concerto costituisce la conclusione di un progetto musicale che vede impegnati  gli esperti dell'"Associazione 11 note". La data del 21 gennaio è stata individuata sulla base della disponibilità del Teatro Fellini, interamente occupato nel periodo natalizio.

  • Il giorno dopo, 28 novembre, il sindaco di Rozzano Barbara Agogliati (candidata del PD) interviene chiedendo al dirigente di “ripristinare” la festa e il comportamento del dirigente viene segnalato all'Ufficio Scolastico Regionale, che si muove per verificare i fatti.
  • La vicenda intanto monta. Media e partiti si lanciano su una notizia di cronaca locale, trasformando la vicenda del concerto natalizio in uno scontro di civiltà.
  • TG e trasmissioni televisive rilanciano la notizia nella sua versione distorta.
  • Michele Serra, nella sua "amaca" parla di un “test di civiltà” che le comunità islamiche dovrebbero superare: "è un test quello della tolleranza, che spetta alla comunità superare, non al resto della società italiana facilitare. Se un musulmano è ospite in casa mia non gli offro vino e carne di maiale; ma certo non nascondo le bottiglie e i salami. Come posso rispettarlo, se non ho rispetto per me stesso".

  • Davide Faraone, sottosegretario all'Istruzione, interviene sulla sua pagina Facebook definendo "miope" la decisione della scuola: "presa da chi ancora confonde l'inclusione con il quieto vivere".

  • Il presidente del Consiglio Matteo Renzi commenta "il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazioni e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso".
  • Anche Matteo Salvini è intervenuto: "Cancellare le tradizioni è un favore ai terroristi" aggiungendo che "facciamo ridere l'isis". 
  • I genitori della scuola decidono di organizzare una manifestazione di solidarietà nei confronti di Marco Parma.
  • In serata Marco Parma pubblica sul sito della scuola una lettera di dimissioni in cui ricostruisce la vicenda di cui è stato protagonista e spiega che: nessuna festa di Natale è stata annullata o rinviata. Quello che è successo, spiega, è che l'unico diniego posto "riguarda la richiesta di due mamme che avrebbero voluto entrare a scuola nell'intervallo mensa per insegnare canti religiosi ai bambini cristiani: cosa che continuo a considerare inopportuna".
  •  In un'intervista al Corriere il preside racconta anche che la decisione è dettata dal fatto che la sua è una scuola multietnica e che alcuni bambini avrebbero potuto sentirsi esclusi.

Professori della scuola insieme ai genitori, durante la manifestazione di solidarietà al preside Marco Parma, confermano la versione del dirigente scolastico e specificano: "che non era stato annullato nulla, bensì aggiunto".

Intanto i bambini si sono goduti salvini e la gelmini che cantava "tu scendi dalle stelle". Ma i bambini non andrebbero protetti?

lunedì 30 novembre 2015

Rozzano: cancellato il Natale



Tutta un'altra storia







Si prende una notizia completamente falsa o contenente solo una parte di verità o addirittura una non notizia, si passa a un solerte "giornalista" che per guadagnarsi i suoi 10 euro di cottimo riesce a farla pubblicare su una gazzetta locale. La natura della non notizia o del falso può essere varia: in periodo natalizio va molto di moda il presepe, all'inizio dell'anno scolastico il crocefisso, in estate la scelta può essere più ampia, come dirò. Poi si scatenano i commentatori, gli eroici tastieristi, che sfogano, stando al sicuro, i propri peggiori istinti e diffamano, le suffragette del web che condividono (se sei d'accordo condividi! è la parola d'ordine mutuata da un esperto pubblicitario...). 
Poi arriva la grande stampa, i soloni dell'informazione, i conduttori da talk-show e, appena il tempo di farsi confezionare la felpa adatta, anche il prode salvini (non è un errore di battitura!)

Conosco bene il meccanismo, per averlo  osservato da vicino diverse volte.
La prima, nel lontano 1986, proprio a inizio carriera. Nell'alta padovana, un solerte postino (figura ricorrente in queste microstorie venete!), adepto della nascente Liga, passa al gazzettiere di turno e al suo onorevole di riferimento (allora unico onorevole) la ghiotta notizia: la professoressa d'italiano vieta di parlare dialetto in classe e anzi multa gli alunni che se ne fanno scappare qualche parola. Che una professoressa d'italiano pretenda che si parli in italiano sembrerebbe ovvio anche ai tonti, ma non a tutti evidentemente. C'era una mezza verità: la prof d'italiano, per fortuna padana purosangue, per convincere i riottosi alunni aveva istituito un discutibile giochetto: chi sbaglia paga pegno e poi si va tutti a prendere un gelato, liberi finalmente di goderselo in dialetto.
Apriti cielo: interrogazione e ispezione del solerte neo parlamentare, fotografi, giornalisti che mi aspettano sotto casa, la RAI di Roma che mi vuole ad un talk-show.
Dal punto di vista scolastico tutto rientrò assai presto: turandomi il naso e con un sorriso di circostanza, strinsi la mano al baffuto Achille e tutto finì lì. Tra l'altro la scuola di tutto poteva essere accusata, tranne che di discriminare la cultura locale: aveva infatti organizzato una mostra sulle tradizioni agricole e prodotto un giornalino, come andava di moda allora. Ma la notiziola di paese ebbe il merito (altri tempi!) di stimolare un ben approfondito dibattito tra giornalisti e studiosi sulla natura del dialetto e sull'opportunità o meno di praticarlo a scuola. Ne scrissero Montanelli, De Mauro, Scalfari e tante altre penne importanti. La notizia fu ripresa anche dai periodici e anche dalla stampa straniera, arrivando sino in Argentina. Alla scuola arrivò la solidarietà di lettori, italiani, da tutto il mondo.     
Chissà come sarebbe andata adesso, ma è facile immaginarlo: i fascio-leghisti si sarebbero impadroniti della notizia e non l'avrebbero più mollata.

La seconda volta in cui mi è capitato di imbattermi nella gogna alimentata ad arte è arcinota ai lettori di questo blog e del Mattino di Padova. Una frase forte, estrapolata da un discorso più ampio, un secondo solerte postino, uno o due gazzettieri locali e il gioco é fatto ancora una volta. Chi vuole può ritrovarla in questo LINK

Rispetto al 1986, qui si trova un elemento nuovo: la capacità pervasiva della rete e il proliferare degli imbecilli del web.
Mi metto ora nei panni del collega Marco Parma di Rozzano, messo alla gogna con l'infamante accusa di avere vietato la festa di natale nella sua scuola.
Gli è dovuta tutta la solidarietà e un piccolo gesto concreto, nel mio piccolo. Pubblico quindi la sua lettera "di dimissioni", per contribuire a ristabilire al più presto la verità, in barba ai soloni dell'informazione, Serra in testa e al blog casaleggese, che, in nome del "teniamoci" cara la destra, si affretta a scaricare un uomo, che, unica colpa, ha quella di essersi candidato con il movimento cinque stelle. segue qui





sabato 28 novembre 2015

Lavorare stanca




Tutti dirigenti: il lavoro secondo Poletti










Il simpatico e pragmatico romagnolo, forse esausto per i pesanti incarichi di governo e travolto dalle cifre sull'occupazione che rendono precario il trionfo del job's act, ogni tanto smarrona, ma forse lancia dei volontari  ballon d'essai, in luogo del suo principale, per vedere l'effetto che fa. 

E di due giorni fa, l'uscita al Job&Orienta di Verona "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21", dimenticando le condizioni in cui studiano i nostri universitari, i docenti che ritardano la tesi per mancanza di tempo o per puro spirito sadico, il livello comunque superiore di alcune nostre lauree, rispetto all'equivalente di altri paesi, che si configurano come poco più di una maturità liceale nostrana, il flop della professionalizzazione della laurea breve, ecc. 

Del marzo scorso, a margine di un convegno sui fondi europei:
«Un mese di vacanza va bene. Ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione. Una discussione che va affrontata». «I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse ha ricordato -. Sono venuti su normali, non sono speciali», sorvolando sul fatto che i nostri giorni di  vacanza sono pari a quelli degli altri paesi.

Ieri, infine,  alla Luiss: 
"Dovremo immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto dell’opera. L’ora/lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione". 

Non ho ancora letto le risposte e le critiche che sicuramente stanno arrivando sulla stampa e in rete in queste ore. Solo un commento a caldo.
Condivido in pieno la posizione di Poletti, ma ad una sola condizione: che sia riferita ai dirigenti, ai politici, agli insegnanti, ai liberi professionisti. 

Estenderla a tutto il resto del lavoro, dipendente e autonomo, è pura follia, demagogia un tanto al chilo, liberismo sfruttatore esteso all'intera economia. Come se già non bastassero i piccoli artigiani che girano 18 ore al giorno e si difendono dal fisco con la complicità di tutti, i trasportatori rumeni di Amazon, inquadrati come lavoratori in proprio, i giovani a contratto a tutele "crescenti" che devono fare tre lavori solo per sopravvivere e si potrebbe continuare ancora. Se quella di Poletti è una prospettiva progressista e innovatrice, preferisco l'oscurantismo: l'orologio marcatempo, che salvaguardia la salute dei lavoratori e i diritti conquistati in mezzo secolo di impegno sindacale e politico. Certo se all'orologio si vuole affiancare un altro meccanismo di misurazione del merito, fondato sulla qualità, la motivazione, una diversa organizzazione per lo sviluppo delle risorse umane, il lavoro di squadra e altro, l'effettiva responsabilità dei dirigenti, ben venga tutto ciò, ma qualcuno ci aveva già pensato più di un secolo fa...

martedì 24 novembre 2015

Nuovo asporto rifiuti a Mestrino, mozione di ViviMestrino


Ecco la mozione presentata dal gruppo consiliare di ViviMestrino in merito alla penosa vicenda delle nuove modalità di asporto rifiuti. Non chiediamo la luna, nè facciamo polemiche sopra le righe; semplicemente i cittadini, informati a posteriori,  hanno rilevato, tramite assemblee pubbliche, le reti social e i contatti diretti con noi, alcune pesanti criticità: noi chiediamo che l'amministrazione ricontratti quanto in precedenza determinato alla luce delle osservazioni fatte. Certo il metodo avrebbe dovuto essere l'esatto contrario: prima ti consulto, ti spiego e poi riorganizzo il servizio, ma siamo a Mestrino e di più per i prossimi due anni e mezzo non si può pretendere...  

Articolo correlato: l'ETRA a Mestrino




















Mozione:  Nuove modalità di raccolta dei rifiuti e nuove tariffe
l sottoscritti consiglieri comunali, in base a quanto previsto dall’art. 34 del vigente regolamento per il funzionamento del Consiglio comunale, presentano la seguente mozione.
Considerato che:
·         L’amministrazione comunale, tramite ETRA, ha comunicato ai cittadini nuove modalità di asporto rifiuti, miranti alla razionalizzazione del servizio e ad una migliore differenziazione;
·         L’aspetto riguardante la migliore differenziazione ci vede d’accordo, unitamente a tutti i cittadini che hanno a cuore la qualità dell’ambiente e il contenimento dei costi di smaltimento;
·         I cittadini hanno espresso, nelle diverse assemblee organizzate da ETRA, le loro forti perplessità, sottolineando le criticità del nuovo servizio, come:
  •  L’impossibilità per i condomini di reperire spazi adeguati alla collocazione dei nuovi bidoni.
  • L’impossibilità per gli abitanti di piccoli appartamenti di accumulare rifiuti umidi per il tempo richiesto.
  • Il probabile aggravio dei costi, a fronte di una riduzione del servizio, per coloro che avessero necessità di più frequenti svuotamenti.
Con la presente mozione si impegna l’amministrazione comunale, dopo adeguato dibattito in Consiglio, a:
·         Ricontrattare attivamente con ETRA le nuove modalità accogliendo le obiezioni presentate dai cittadini e sintetizzate in premessa.
·         Valutare per il prossimo futuro modalità di raccolta, diverse dall’attuale porta a porta, che colleghino opportunità di risparmio (attraverso tariffe commisurate agli effettivi svuotamenti) e comodità per gli utenti .

Mestrino, 23 novembre 2015

I consiglieri di ViviMestrino:

Paolo Menallo                  Simone Dalla Libera                       Barbara Bano                    Nicola Gottardo

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