sabato 21 ottobre 2017

Controcorrente: Il referendum del 22 ottobre, 4




Tutti al mare!






Segue da: L'asino di Buridano 



Con questa esortazione Bettino Craxi scavò la sua fossa in occasione del referendum di Segni del 1991. Per chi non lo ricordasse, era allora in gioco l'abolizione delle preferenze dal sistema elettorale. Il popolo accorse in massa e decretò l'abolizione delle preferenze, giudicate origine di malaffare e di lotte fratricide. Come andò a finire nel giro di un paio d'anni è cosa nota. Craxi cadde sommerso dagli scandali e con lui la prima repubblica: dopo il Mattarellum, venne il Porcellum del leghista Calderoli, epilogo tragicomico di questa parabola democratica, poi fu la volta dell'Italicum, che finì come finì, e adesso tocca al Rosatellum, della serie "quando la farsa si tramuta in tragedia".
Quanti di quelli che allora votarono contro le preferenze, adesso si indignano perchè sono sparite dal rosatellum e da ogni altra proposta sinora in campo? Chi è senza peccato scagli la prima pietra, per usare a tutti i costi una frase fatta.
Altri più o meno nobili "tutti al mare" si sono susseguiti nella recente storia della morente seconda Repubblica: l'ultimo, indegno,  per le trivelle.
Il 22 ottobre, con un referendum simulacro,  senza tessera elettorale, ma con un improvvido quorum, siamo alla farsa. La posta in gioco  è senz'altro minore, rispetto a quelli istituzionali o meglio nazionali perchè anche questo, a suo modo lo è. 
Siamo alla serie: "vuoi bene di più a mamma o a papà?" oppure "vuoi il gelato piccolo o quello grande?".

Arrivato a questo punto non so più se questo articolo possa essere classificato nella sezione "controcorrente". Sì, perchè io non andrò (a votare), ma mi troverò questa volta assieme alla maggioranza...
Poco male: devo pur vincerla qualche votazione, ogni tanto!
L'arcipadano prima della conversione "nazionale"

Acquisteresti un'auto da questi uomini?

Così, tanto per precisare..

I risparmiosi lombardi, contenti loro..



La posizione del PD




lunedì 16 ottobre 2017

Controcorrente: il referendum del 22 ottobre, 3



L'asino di Buridano








Segue da Il trivio irrisolto


Nel novembre del 2012 inizia il balletto istituzionale autonomia-indipendenza: il Consiglio Regionale Veneto approva la "Risoluzione 44”, un odg che impegna il Presidente del Consiglio regionale e il Presidente  della Giunta  “ad attivarsi, per avviare urgentemente con tutte le Istituzioni dell'Unione Europea e delle Nazioni Unite le relazioni istituzionali che garantiscano l'indizione di una consultazione referendaria al fine di accertare la volontà del Popolo Veneto in ordine alla propria  autodeterminazione”. Bum!

Per due anni non se ne sente più parlare sinchè sotto la spinta del primo referendum fasullo (quello dei Serenissimi che dichiarano 2.360.235 votanti, pari al 73% degli aventi diritto al voto con 2.102.969 di sì, l'89 percento del totale, record da far invidia a Zivkov) il 19 giugno 2014,  il  Consiglio Regionale approva la Legge n. 15 “Referendum consultivo sull'autonomia del Veneto”.

All’art. 1 si legge "autorizza il Presidente della Giunta ad instaurare con il Governo un  negoziato volto a definire il contenuto di un referendum consultivo finalizzato a conoscere la volontà degli elettori del Veneto circa il conseguimento di ulteriori forme di autonomia della
Regione del Veneto” e all'art. 2 si ingiunge che “Qualora il negoziato non giunga a buon fine …, il Presidente della Giunta regionale è autorizzato ad indire un referendum consultivo per conoscere la volontà degli elettori del Veneto in ordine ai seguenti quesiti:
1) “Vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?”;
2) “Vuoi che una percentuale non inferiore all'ottanta per cento dei tributi pagati annualmente dai cittadini veneti all'amministrazione centrale venga utilizzata nel territorio
regionale in termini di beni e servizi?”;
3) “Vuoi che la Regione mantenga almeno l’ottanta per cento dei tributi riscossi nel territorio regionale?”;
4) “Vuoi che il gettito derivante dalle fonti di finanziamento della Regione non sia soggetto a vincoli di destinazione?”;
5) “Vuoi che la Regione del Veneto diventi una regione a statuto speciale?”.
Una legge inutile e palesemente incostituzionale, in quanto tutti sanno che dal punto 2 in poi nulla possono dire le regioni: pura propaganda a spese dei contribuenti che pagano lo stipendio a questi cosiddetti consiglieri.


Ma non basta:  nello stesso giorno il Consiglio, colto da una irrefrenabile frenesia legislativa, approva anche la Legge n. 16,  “Indizione del referendum consultivo sull'indipendenza del Veneto”.
Qui all’art.1 si legge: "Il Presidente della Giunta regionale del Veneto indice un referendum consultivo per conoscere la volontà degli elettori del Veneto sul seguente quesito: “Vuoi che il Veneto diventi una Repubblica indipendente e
sovrana? Si o No?”.
Povero asino di Buridano, stretto incerto tra  due greppie o tra due baratri!
Il 29 giugno 2015 la Corte Costituzionale dichiara  ovviamente:
1. L' illegittimità costituzionale della legge n.16 e quindi del referendum sulla indipendenza in quanto proponente un quesito contrario al principio costituzionale dell'unità della Repubblica Italiana.
2. L' illegittimità costituzionale di una parte della legge n.15 per gli stessi motivi con cui viene bocciata la legge n.16 e, per quanto riguarda i quesiti fiscali, perché in contrasto con lo stesso Statuto del Veneto che (art.27, comma 3) che  non ammette referendum in materia tributaria. Che geni i legislatori regionali!
3. Dichiara l'ammissibilità del solo art.2, comma 1, 
numero 1 della legge 15. Su questa parte della legge il referendum può quindi svolgersi ed è quello che si voterà il 22 ottobre. 



Resta la strada della negoziazione, che per altro era stata già percorsa dal bieco  Galan già nel 2006, con l'approvazione della delibera di Giunta avente come titolo:   “Avvio del percorso per il riconoscimento di ulteriori forme e condizioni di autonomia alla Regione del Veneto, ai sensi dell'articolo 116, terzo comma, della Costituzione”.

Si specifica che “le competenze che possono costituire oggetto di richiesta di attribuzione di ulteriori poteri alla Regione andranno individuate sia tra le materie di potestà legislativa esclusiva dello Stato, sia tra le materie di potestà concorrente della Regione. Tale individuazione non potrà che partire da quei settori, di maggiore impatto sui cittadini e sulle imprese, in cui la Regione del Veneto da sempre sente l'esigenza di esercitare una maggiore
autonomia”.


Nel 2007 la Regione procede in questo percorso con successivi provvedimenti della Giunta (DGR n.88 del 17 luglio 2007)  e del Consiglio (DCR n.98 del 18 dicembre 2007) che, raccolte le opinioni delle autonomie locali e di altre associazioni, individuano le materie in cui
chiedere competenze rafforzate, affidando al Presidente della Regione il mandato di aprire il negoziato con il Governo. Sin qui un minimo di coerenza e di competenza istituzionale. 
Il 18 gennaio 2008 il Presidente Galan scrive al Presidente del Consiglio Prodi per conoscere la data di avvio della negoziazione. 
Il governo cade però poche settimane dopo e la documentazione con la richiesta viene inviata al Presidente Berlusconi e al Ministro Bossi.
Il governo Berlusconi rinvia l’apertura del confronto al dopo approvazione della legge sul federalismo fiscale, fatto che avviene il 5 maggio 2009 con la Legge n. 42 “Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell'articolo 119 della Costituzione" a cui seguiranno, fino al 2013, numerosi provvedimenti di legge applicativi (Decreti legislativi).
Il percorso però si ferma qui e la richiesta di un tavolo di confronto Governo-Regione rimane lettera morta. 

E' bene conoscere questo dettaglio "storico" per chiudere preventivamente la bocca a coloro che imputano lo stallo delle relazioni regione/Stato alla contrapposizione politica tra centro e periferia.

Ma torniamo all'asino di Buridano.

Un anno dopo la sentenza della Corte Costituzionale – il 15 marzo 2016 - la Giunta Regionale approva  il decreto n.315 “per attivare il negoziato con il Governo al fine del referendum regionale per il riconoscimento di ulteriori forme di autonomia…”.
L’obiettivo primario della legge è quello negoziare con il Governo il quesito del referendum consultivo previsto dalla legge regionale 15/2014.
Accanto a questa richiesta primaria si aggiunge un allegato dove vengono elencate le materie nelle quali si chiede maggiore autonomia.
L’elenco comprende due materie di competenza esclusiva statale: le norme generali sull'istruzione  (!!) e la tutela  dell’ambiente e dei beni culturali e nove materie (tutte) a competenza concorrente: tutela della salute, istruzione, ricerca scientifica, governo del territorio, valorizzazione dei beni culturali e ambientali, promozione attività culturali, rapporti internazionali e con la UE, protezione civile, coordinamento finanza pubblica.


Due giorni dopo, il 17 marzo 2016, il Presidente Zaia richiede formalmente al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro per gli Affari regionali l’avvio del negoziato sui contenuti del referendum.  Ecco la lettera: 




Due mesi dopo, il 16 maggio 2016, il Ministro per gli Affari regionali, Enrico Costa, mette per iscritto la disponibilità del governo ad avviare la procedura negoziale sull'autonomia. Ecco la risposta: 



Quanto al referendum consultivo per il quale Zaia aveva chiesto una trattativa sui contenuti, come si legge nella lettera il ministro ricorda che la Corte Costituzionale ha rilevato, sempre nella sentenza 118/2015 che esso “si colloca in una fase anteriore ed esterna al procedimento relativo all’art.116 e qualora avvenisse non è derogatorio ad alcuno degli adempimenti costituzionali necessari, ivi
compresa la consultazione degli enti locali”. In sostanza il Ministro chiarisce che il referendum consultivo non ha alcuna rilevanza nel percorso che porta alla maggiore autonomia. Il Ministro Costa torna a scrivere al Presidente Zaia il 17 febbraio del 2017 confermando la disponibilità del Governo ad avviare il negoziato e aggiungendo che, nel frattempo, le proposte pervenute dalla Regione Veneto (contenute nella DGR n.315) sono state trasmesse alle singole  amministrazioni interessate e i cui rappresentanti si sono riuniti individuando le modalità per sviluppare il rapporto con la Regione. 
Ecco la seconda lettera del ministro Costa:


Riassumendo: da una parte la Regione Veneto insiste per trattare con il Governo sui contenuti del referendum consultivo, dall’altra il Governo si dice pronto a negoziare questa richiesta di autonomia indipendentemente dal referendum, rimarcando però che i contenuti del quesito sono già stati indicati dalla Corte Costituzionale nella sentenza 118/2015 (e di conseguenza non possono essere oggetto di trattativa).

La risposta alla lettera del Ministro è affidata ad un comunicato stampa (CS n.674 del 16/05/2016) nel quale il Presidente Zaia contesta l’indisponibilità del Governo a trattare sui contenuti del referendum e dichiara quindi che l’unica strada rimasta, come prescritto dalla legge 15/2014, è quella di indire il referendum con il quesito indicato dalla Corte Costituzionale.

La Giunta Regionale a febbraio 2017 approva la legge n.7 che modifica in due punti l’art. 3 della legge n.15/201411.
Le modifiche riguardano:
1. Il giorno delle elezioni, previsto nella prima legge in concomitanza con la prima scadenza elettorale regionale, nazionale o europea, c.d. election day e che viene invece fissato per il 22 ottobre 2017;
2. L' organizzazione di una apposita campagna informativa;
3. Il finanziamento della campagna con una somma pari a 12 milioni di euro (precedentemente la norma finanziaria prevedeva oneri per 3,95 milioni di euro).

Ad aprile 2017 il Presidente Zaia, con il decreto n. 50, indice il “referendum consultivo sull’autonomia del Veneto”12.
Nel decreto il Presidente riconosce che il governo ha dato sì disponibilità ad avviare la procedura negoziale e di carattere concertativo di cui all’art. 116 della Costituzione, ma non quella di concordare il contenuto consultivo del referendum consultivo “a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale (che) con la sentenza n. 118/2015, ha superato il vaglio di costituzionalità il quesito individuato dall’articolo 2, comma2, numero 1 della legge regionale 19 giugno 2015 n.15”.
Pertanto, in ossequio al disposto della stessa legge  regionale, procede alla indizione del referendum consultivo “nei termini consentiti dalla Corte Costituzionale nella sentenza citata…”.
I costi per lo svolgimento del referendum consultivo sono indicati dall’art. 4 della legge regionale n.15/2015 “in complessivi euro 3.950.000” e dall’art. 4 della legge  regionale n.7/2017 “in euro 12.000.000”.

Cioè un totale di 16 milioni di euro.. sufficienti per costruire almeno 8 scuole di medie dimensioni o per aumentare le corse di autobus e di treni per i pendolari, per ridare fiato ad una sanità d'eccellenza tutta sulle spalle degli operatori,  o per qualsiasi altro progetto che la virtuosa regione Veneto avesse voluto implementare. 

Non vanno dimenticati, infine, i costi indiretti. Si calcola che un'ora di lezione nelle scuole di ogni ordine e grado costi circa 60 euro; per far svolgere i referendum le classi interessate alla chiusura delle scuole sono circa 3900, calcolate per difetto; ogni classe perde 10 ore di lezione, per un costo indiretto di 600 euro causato dal servizio non erogato, ma ugualmente oneroso. Il totale è di 2.600.000 euro! 
Segue in: Tutti al mare! 

Fonte delle immagini e dei riferimenti normativi: Dossier referendum, CISL


domenica 15 ottobre 2017

Controcorrente: Il referendum del 22 ottobre, 2



Secessione, federalismo e autonomia regionale: il trivio irrisolto.






Segue da I veneti parlano e pensano veneto

"Al  centro del mondo- si dice a Rialto- ghe semo noialtri: i venessiani de Venessia. Al de là del ponte de la Libertà, che porta in teraferma, ghe xè i campagnoli, che i dise de esser
venessiani e de parlar venessian, ma no i xè venessiani: i xè campagnoli. Al de là dei campagnoli ghe xè i foresti: coma­schi, bergamaschi, canadesi, parigini, polacchi, in­glesi, valdostani... Tuti foresti. Al de là dell’Adriati­co, sotto Trieste, ghe xè i sciavi: gli slavi. E i xinga­ni: gli zingari. Sotto el Po ghe xè i napo’etani. Più sotto ancora dei napo’etani ghe xè i mori: neri, arabi, meticci... Tutti mori".
Poichè la puntata di ieri ha dato origine alla quarantennale querelle dialetto/lingua, è meglio precisare che cosa si intenda per lingua:
"Una lingua è, nel significato più corrente, uno strumento di comunicazione, un sistema di segni vocali comuni ai membri di una medesima comunità. Il concetto di 'lingua' potrebbe quasi definirsi assiomatico, giacché per ogni essere umano è intuitivo che esista almeno un sistema di elementi significativi di cui far uso nella comunicazione servendosi della voce." (Accademia della Crusca)
Sull'affermazione del dialetto fiorentino su quello veneziano nella nascita della lingua nazionale in questo link vengono spiegate le ragioni anche per chi ha fretta.
Resta il fatto che si parla di dialetto veneziano e non di dialetto veneto, che come tutti sanno è di difficile definizione e delimitazione geografica.

Ma torniamo alle cose serie, si fa per dire..
Nel 1979 nasce la Liga Veneta di Franco Rocchetta e Marilena Marin,  movimento indipendentista e fautore della lingua veneta, che nel 1989 confluisce nella Lega Nord per l'Indipendenza della Padania.
Si arriva così al 15 settembre 1996, quando a Venezia, Umberto Bossi proclama l'indipendenza della Padania, "da
raggiungere entro un anno". Vi risparmio la cronaca delle boiate pazzesche delle camicie verdi, delle ronde padane e del tricolore nel cesso, ma quello era il clima e non va dimenticato. Adesso il vuoto viene colmato dalle ronde securitarie di forza nuova: al peggio non c'è mai fine!

L'afflato indipendentista si rivela ben presto per quello che è: una fantasia pseudopolitica, destinata a  scendere a più miti consigli,  ripiegando su un terreno meno astratto e più  congeniale ad un certo carattere padano (o umano?): i schei da sottrarre a roma ladrona; proprio negli stessi anni in cui gli ex duri e puri a Roma rubavano a man bassa,
Resistono comunque gruppi minoritari di velleitari fanatici che in qualche modo riescono a condizionare le politiche della lega che nel frattempo governa il Veneto da più di venti anni; più per demerito degli altri, che per merito suo aggiungerei. Sono gli anni del  “tanko” in Piazza San Marco del 1997 e del plebiscito farsa celebrato rigorosamente online sull’indipendenza del 21 marzo 2014. Ma sono anche gli anni delle secessioni interne allo stesso Veneto: dai movimenti per il passaggio di alcuni Comuni di confine al vicino  Friuli, a quello per l’autonomia speciale della Provincia di Belluno.
Questo clima che si autoalimenta e che viene abilmente alimentato dai capipopolo giunge però a condizionare nel concreto  le iniziative sul piano legislativo- istituzionale che riguardano lo status della Regione Veneto.
E così parte un percorso attorcigliato, contraddittorio e anacronistico che  si sviluppa, nel corso degli anni, su tre filoni:
1. L’indipendenza con la secessione dallo Stato Italiano e la proclamazione dello Stato Veneto.
2. Il riconoscimento di uno Statuto Speciale, avendo come riferimento ora il Friuli Venezia Giulia, ora la Provincia autonoma di Trento.
3. La richiesta di maggiore autonomia, utilizzando il tracciato costituzionale.

Nella prossima puntata: Le mosse dell'asino di Buridano






sabato 14 ottobre 2017

Controcorrente: il referendum del 22 ottobre, 1




"I veneti parlano e pensano veneto" 








Lo afferma il governatore Zaia.  Detta così può sembrare vagamente offensiva, riduttiva e un po' retrò come il tema farlocco della vignetta: una popolazione dialettofona e chiusa nel suo recinto di atavica arretratezza. Anche i muri sanno che non è così: il popolo veneto è ben altro.
Ma l'indizione del referendum del 22 ottobre, col suo carico di indeterminatezza, di approssimazione e  di ambiguità politica sembra voler sconfessare il giudizio più ottimistico.
Si prova, infatti, a relegare il popolo nel suo recinto, supponendolo incapace di capire la genesi e il vero significato di questa consultazione. Sul referendum del 22 ottobre bisogna, infatti,  raccontarla tutta..

Iniziamo dalla domanda, capolavoro di vacuità, ambiguità, furbesca al limite dell'offesa delle intelligenze:
VUOI CHE ALLA REGIONE DEL VENETO SIANO ATTRIBUITE ULTERIORI FORME E CONDIZIONI PARTICOLARI DI AUTONOMIA?

La cosa è già prevista dall'articolo 116 della Costituzione, ma nella domanda "prudentemente" nulla si dice su quali maggiori autonomie dovrebbe vertere l'ipotetica trattativa con lo Stato: peccato! Il successivo articolo 117 avrebbe fornito una nutrita lista tra cui scegliere. Eccola:
Sono materie di legislazione concorrente quelle relative a: rapporti internazionali e con l'Unione europea delle Regioni; commercio con l'estero; tutela e sicurezza del lavoro; istruzione, salva l'autonomia delle istituzioni scolastiche e con esclusione della istruzione e della formazione professionale; professioni; ricerca scientifica e tecnologica e sostegno all'innovazione per i settori produttivi; tutela della salute; alimentazione; ordinamento sportivo; protezione civile; governo del territorio; porti e aeroporti civili; grandi reti di trasporto e di navigazione; ordinamento della comunicazione; produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell'energia; previdenza complementare e integrativa; coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario; valorizzazione dei beni culturali e ambientali e promozione e organizzazione di attività culturali; casse di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale; enti di credito fondiario e agrario a carattere regionale. Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato.

E inoltre: l'istruzione, la giustizia di pace, la tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.

Tutte materie sulle quali è bene che l'inefficiente burocrazia regionale  non metta mano, e senza volere infierire tanto è meglio che in materia di tutela dell'ambiente, di tutela dell territorio e di beni culturali si taccia a livello regionale, visti i fantastici risultati già ottenuti con la legislazione concorrente. 

Tornando a noi, il referendum del 22 ottobre è l'ultima puntata, per fortuna in sordina, di un percorso politico-istituzionale, contraddistinto da velleità separatiste (del tipo col tricolore mi ci pulisco il c..)  e da più serie intuizioni di novità ordinamentali.
Qualcuno ricorda ancora la marea di invasati che annualmente invadevano le sorgenti del Po e Venezia nel mese di settembre per il rito dell'ampolla?  era il tempo della secessione della non mai definita Padania, in una visione anti-centralista, anti- italiana (il non riconoscimento della nazione italiana) e anti- meridionalista (il Sud che soffoca il Nord).

Più nobile e meno velleitaria l'idea di  federalismo, inteso come passaggio da uno Stato Centrale ad una federazione di
Stati regionali. L'idea, sviluppata dalla Fondazione Agnelli, prevedeva la riorganizzazione delle attuali Regioni in 10 grandi Regioni con dimensioni demografiche, economiche e sociali tali da sostenere il peso della organizzazione federale. L’unica Regione che sarebbe rimasta  immutata era la Lombardia, mentre per il Veneto si prevedeva l’unificazione con il Trentino, l’Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia.

Si muoveva in quegli anni anche il regionalismo, inteso come potenziamento delle Regioni a statuto ordinario. In questo caso venivano prese ad esempio le Regioni Italiane con uno statuto speciale come la Sicilia, il Friuli Venezia Giulia, la Valle D’Aosta e le Province Autonome di Trento e
di Bolzano. Tutti fulgidi esempi di sanguisughe della comunità nazionale, ognuna con le sue peculiarità, varianti dall'efficientismo altoatesino (sin troppo facile con la marea di denaro di cui erano e sono irrorati) e le collusioni aperte o sotto traccia con la delinquenza mafiosa della Sicilia.
L’idea del regionalismo “potenziato” trovò spazio soprattutto in Veneto in quanto regione a statuto ordinario  “circondata” da altre a statuto speciale.

In quel clima federalista di moda nel fine millennio,  il centro sinistra di D'Alema, tentando di esorcizzare le velleità separatiste montanti,   produce la riforma del Titolo  V della Costituzione  che viene portata al referendum consultivo del 7 ottobre 2001, ottenendo una affluenza pari al 34% degli elettori, che in grandissima parte (95%) la approvano con un SI.
Il Titolo V riformato riconosce alle Regioni una maggiore autonomia legislativa, articolata sui 3 livelli di competenza:
esclusiva o piena (le Regioni sono equiparate allo Stato nella facoltà di legiferare);
concorrente o ripartita (le Regioni legiferano con leggi vincolate al rispetto dei principi fondamentali, dettati in singole materie, dalle leggi dello Stato);
di attuazione delle leggi dello Stato (le Regioni legiferano nel rispetto delle leggi statali, adattandole alle esigenze locali).
Proprio questa riforma introduce gli articoli 116 e 117 citati sopra, ma sconta ancora ai giorni nostri, con i numerosi ricorsi alla suprema Corte, l'indeterminatezza della precisa ripartizione tra legislazione esclusiva e concorrente. 

Zaia sta tentando adesso di rimontare questo cavallo stanco, lasciando intendere che il referendum consultivo
e don Chisciotte tornò solo..
sarebbe il primo passo per avviarsi ad un'autonomia potenziata se non verso lo statuto speciale. Balle, adatte solo per i gonzi: la Costituzione non lo prevede e non può essere cambiata per impulso dal basso, ma attraverso una legge costituzionale in parlamento.

Segue qui






Informazioni

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Parte delle immagini, loghi, contributi audio o video e testi usati in questo blog viene dalla Rete e i diritti d'autore appartengono ai rispettivi proprietari. Il blog non è responsabile dei commenti inseriti dagli utenti e lettori occasionali.