mercoledì 29 giugno 2016

Panem et circenses


Cultura in salsa mestrinese






Si è svolto ieri sera un consiglio comunale di routine: l'approvazione del conto consuntivo, un'operazione meramente contabile che  ha dato all'opposizione l'occasione per stigmatizzare scelte e comportamenti antidemocratici, immobilisti e retrogradi della giunta Pedron e dei suoi accoliti. Segue una sintesi del mio intervento.

Il ritardo. "La presentazione del conto consuntivo è una formalità contabile, che di per sé non si presta ad osservazioni e richieste di modifica, essendo la fotografia, per forza di cose veritiera, di quanto è stato realizzato o non realizzato dall'amministrazione. Il moderno software che lo sottende impedisce errori formali, anche se non ha potuto impedire che ancora una volta il comune di Mestrino si sia presentato a questa scadenza prevista dalla legge con quasi due mesi di ritardo: dal 30 aprile siamo arrivati al 28 giugno.

Le imprecisioni. E il software non ha potuto evitare qualche, per carità secondaria, imprecisione, come nell'elencazione dei trasferimenti regionali a pag. 15 (€ 164.348,34) che risulta solo parziale: sono stati omessi, infatti,  17.500 euro per il progetto “di piazza in piazza”, su cui ritornerò, 18.131 euro per interventi su minori in affido, 4.674 euro dalla legge 13/4/2001 (ancora tutela minori), 270 euro dal comune di Padova, 33.933, tramite ULSS per attività socio assistenziale. 

L'assenza di informazioni. Tutte voci che riguardano il sociale e di cui, unitamente ad altre mille cose, non è giunta alcuna comunicazione alla commissione affari sociali. Ma su questo tornerò in un successivo intervento.

Qual è allora il senso di un intervento su un documento contabile, che a parte alcuni piccoli nei comunicativi, appare sostanzialmente corretto come attestato  dalla certificazione del revisore?
Il conto consuntivo è la fotografia di quanto fatto o non fatto dall'amministrazione. In assenza di una fonte quanto meno di informazione più che di condivisione, come potrebbe essere la commissione bilancio, che è stata cassata da questa amministrazione; in assenza di incontri con la cittadinanza relativi alle opere e al bilancio; in assenza persino di comunicazioni propagandistiche  della maggioranza (escluso il discutibilissimo bollettino natalizio); in assenza di tutto questo, appunto, l’unica possibilità per far conoscere quanto succede, in questo caso quanto è successo, rendendo pubblici dati ed interpretazioni, è l’intervento in consiglio comunale, da diffondere sulla stampa, o sui social ove  la prima, come spesso accade, si dimostrasse pregiudizialmente prevenuta.
Non è ovviamente possibile  in pochi minuti svolgere un’analisi completa e puntuale; mi soffermerò quindi solo su alcuni punti che, da un punto di vista sia personale che di gruppo, ritengo particolarmente interessanti.

Le entrate. 
L'affare Bonollo. Tra le entrate ha particolare rilevanza la cifra di € 961.000, ricavata dall'alienazione del lotto 2 sulla statale 11. Non è dato sapere quale sarà la destinazione d’uso, né prevedere quale sarà l’impatto, positivo o negativo, sulla collettività e sul traffico.

La piazza di Mestrino. Saltano agli occhi anche 43.000 euro  dalla Regione per progetto “Distretti del Commercio”, che costituiscono una quota parte del finanziamento per la piazza IV Novembre. La correlazione tra le due cose non è di immediata comprensione.


Come vengono spesi i soldi dei cittadini.
· 
  Riqualificazione Piazza di Arlesega. Le colpe ai defunti e i meriti ai vivi rampanti;   nel solo 2015: € 420.904,78 (di cui circa 90 mila re-imputati al 2016) e credo che non sia ancora finita.
· Riqualificazione Piazza IV novembre, con insegna in stile littorio:  € 100.799,99, di cui circa 35 mila re-imputati).
·  Rifacimento servizi igienici scuola media € 200.000 (di cui 98 mila re-imputati).
· Sistemazioni strade e marciapiedi (quali?) € 160.000, interamente re-imputati al 2016.
Questi sono i dati più rilevanti tra le spese di investimento.

Il settore sociale, un quarto del bilancio. Un altro aspetto che rileva in modo  impressionante è quello relativo al programma “funzioni nel settore sociale: previsione definitiva € 1.173.124, impegnato € 1.020.904,88 cioè l’87,02% del previsto, con un’incidenza del 24,79 % su totale impegni spesa corrente, cioè un quarto del bilancio del comune. Ma la commissione affari sociali non si riunisce e non dice nulla.

Soldi alla scuola. Si scoprono  poi tra le innumerevoli cifre i  100.000 euro spesi per la fornitura di lavagne multimediali in tutte le classi  della scuola: un impegno economico, lodevole e importante, se fosse stato assicurata la costituzione di un background culturale e formativo capace di implementarne positivamente e costruttivamente l’uso quotidiano. In mancanza di questo se non proprio soldi buttati si tratta soltanto di un spot pubblicitario. Su questo tema vedi anche: Lim in tutte le aule


Cultura, ovvero il vuoto assoluto. E veniamo al programma cultura e biblioteca civica: spese correnti € 64.695,45, l’1,97% sul totale degli impegni. Questo significa che la biblioteca non è un centro di promozione di attività culturali. Queste vengono delegate ad altri e per di più in una accezione molto estensiva del termine culturale, impiegato come sinonimo di intrattenimento. Per carità legittimo e doveroso, l’intrattenimento, ma non è, non può essere l’intera declinazione del termine cultura. E non mi riferisco sicuramente alle noiosissime conferenze dei sinistroidi: se non sono di suo gradimento uno non le organizza, ma a Mestrino non c’è neanche l’apparenza di cultura alta, che sia di destra di sinistra, religiosa o indipendente: c’è il nulla, se si esclude l’intrattenimento o le manifestazioni di massa che portano gente, consumi, fondi e soprattutto visibilità, per gli aspiranti futuri amministratori. Ma questa deriva strapaesana non fa crescere di un punto la consapevolezza, la conoscenza, l’impegno culturale e il dibattito tra i cittadini, penso soprattutto ai giovani. E il vuoto culturale genera mostri: Abano insegna.



Continuiamo, invece, a fare le sacrosante feste della birra,  le recite dialettali, le elezioni di miss web, le sfilate di gnomi, elfi e fate,

spacciate per tradizioni

 culturali contadine.





Ma c’è di peggio: l’attività “culturale”, intesa riduttivamente come intrattenimento,  viene delegata quasi per intero al parco Bapi, dove abbiamo appreso, quest’anno che i cosiddetti film “impegnati” cioè gli striminziti tre film commerciali non saranno più proposti, perché lasciano molte sedie vuote nell’arena del parco Bapi, come ha scritto sui social uno dei responsabili, con palese ingenua onestà.
Quindi chi non ha avuto il tempo, l’occasione o i soldi per vedere un film attuale a Padova o a Limena, non trova cittadinanza a Mestrino. Chi vuole sentire un dibattito minimamente serio incontrare qualche personalità rilevante, che lasci traccia nel cuore e nell'azione, deve migrare altrove. Ma, badate bene, non è necessario che si rivolga ai sinistroidi confinanti o che vada sino a Padova, aggirando gli steccati eretti da Bitonci: basta spingersi un po’ oltre Lissaro, a Campodoro, dove un’amministrazione di centro destra fa quello che deve fare un’amministrazione minimamente acculturata, pur se dal suo particolare, legittimo punto di vista. A Mestrino, il vuoto, se si esclude la manifestazione di Piazza in piazza (come vedete non penso solo a cose pallosissime), ma anche di questo nel 2016 non risulta più traccia.
Ma anche quando questa amministrazione vuole tentare qualcosa genuinamente di destra lo fa male, anzi malissimo. Penso al tristissimo tentativo di strumentalizzare la discussione parlamentare sulle unioni civili, condotta in modo carbonaro, sfociata poi in una assai riduttiva pezza per tappare un buco, una generica difesa della famiglia tradizionale, letta altrettanto clandestinamente alle due di notte del 15 dicembre scorso.
Su altri aspetti ci soffermeremo in successivi interventi.
Credo con questi pochi esempi di avere dimostrato al pubblico, a coloro che ascolteranno la registrazione o leggeranno il testo sui media, quale sia lo spessore politico, culturale e organizzativo di questa amministrazione.


sabato 25 giugno 2016

Controcorrente, l'Europa che fu


No Europa, no "parti"






Febbraio del 1986, a Lione, per uno scambio di classi con un collège della banlieu. Studenti italiani e francesi molto diversi tra loro e immediatamente distinguibili anche da lontano: diversi gli abiti, il taglio di capelli, gli zainetti, anche se sul "fronte" francese molti si chiamano "Visanten, Carden, Martiné, Depaolì, Curasì, Curacì" (Visentin, Cardin, Martinez, De Paoli, Curaci, Kourachi..), immigrati di seconda generazione che hanno dimenticato l'italiano, lo spagnolo e l'arabo e che si considerano, e sono, pienamente francesi.
Con grande sorpresa degli italiani, ospiti delle famiglie dei corrispondenti,  nelle case francesi ogni sera la televisione porta le immagini di Palermo, con servizi lunghi e dettagliati: è appena iniziato il maxiprocesso a Cosa nostra, l'Italia è importante in Francia, Berlusconi (soprannominato monsieur bruscolinì) non è ancora una macchietta, ma un peso scomodo di cui liberarsi dopo le vicende di La Cinq e i tentennamenti di Mitterrand.
A conclusione del viaggio, lunghissimi saluti, lacrime abbracci e promesse di rivedersi, cuori infranti, doni per le rispettive famiglie con una contagiosa generosità italica, genitori commossi: a tutti sembrava impossibile una cosi rapida integrazione linguistica ed affettiva in appena una settimana. Alla prima stazione di servizio, il tentativo di spendere sino all'ultimo "franco"...
Rientrati in "patria", subito al lavoro per preparare lo scambio dell'anno successivo: progetto per l'allora Ministero della Pubblica Istruzione di viale Trastevere, richiesta di autorizzazione all'espatrio per il Ministero degli Affari esteri, tutto rigorosamente via posta, viaggi a Roma per portare a mano le carte da Trastevere all'Eur e accelerare l'iter, preparazione dei documenti di identità e dei visti, estensione dell'assicurazione sanitaria all'estero, avvio della corrispondenza (rigorosamente postale) con gli studenti francesi. Accoglienza dei "barbari" in Italia nel mese di ottobre per tranquillizzare les maman italiennes, che così possono conoscere e studiare la situazione, poi a febbraio, tra un periodo di vacanza e l'altro dei francesi.. nuova partenza verso l'ignoto, non senza essere passati prima in banca a convertire le lire in franchi (330 lire al cambio ufficiale, con 10 franchi al massimo pagavi l'autobus..).
Così erano i rapporti internazionali allora: chi credeva nell'Europa dei popoli, nelle radici comuni, nella conoscenza reciproca e nell'incontro di lingue e culture diverse, senza piegarsi all'omologazione anglofona, doveva affrontare questa trafila. Senza contare i minuziosi doppi controlli alla frontiera, che lasciavano l'intera scolaresca col fiato sospeso in treno per una mezz'oretta. Il confine c'era ed era visibile, materiale, imperscrutabile, arcigno. 
Appena vent'anni dopo nel 2006 lo scenario si presenta molto diverso. Nessuna sbarra, nessun controllo alle frontiere, nessuna autorizzazione ministeriale, si parte con l'euro, durante l'accoglienza risuonano ancora gli inni nazionali, ma anche l'inno alla gioia; francesi e italiani sono assolutamente indistinguibili: stessi abiti, stesse scarpe, stessi telefonini, stessi zainetti, l'unica differenza è nelle merende preparate dalle mamme francesi, che si ostinano a spalmare di burro i panini al salame.
Tutto questo nel 2016 appare già come un ricordo sbiadito di altri tempi, nel 2026 sembrerà forse preistoria. Il merito di questa involuzione è da ripartire sicuramente tra molti soggetti, complici consapevoli e inconsapevoli: terroristi, euroburocrati, politici  dissennati che non hanno mai percorso la difficile via della reale inclusione (con la Francia in testa), speculatori finanziari, governi senza spinte ideali, succubi del potere finanziario e bancario, populisti sciacalli (e qui l'Italia non è sicuramente all'ultimo posto) e, nel loro piccolo (molto piccolo), dirigenti scolastici che hanno fatto a gara nell'eliminare il francese dalle scuole...

domenica 12 giugno 2016

Revisione costituzionale, 9


Lettera di Smuraglia all'Unità









Chiudiamo oggi la partita dello scontro ANPI-PD, per affrontare poi, come previsto, l'analisi puntuale dell'articolato della legge. 
Le due posizioni sono ormai chiare. Quella che segue è la lettera che il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all'Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale. Anche la lettera di Smuraglia è stata pubblicata sull'Unità, ma nello stesso giornale al presidente ANPI si dà anche del pinocchietto. La sua è una risposta da vero signore: dall'altra parte ci sono altrettanti veri signori e signore? Ma si sa in campagna elettorale omnia licet..

Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po' di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall'altro lato della barricata. Capisco anche l'esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l'avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell'ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l'eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell'altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c'è una norma specifica), non recar danno all'ANPI. Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un'Associazione come l'ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall'interno, ma addirittura dall'esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all'ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull'opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull'opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l'ANPI non diventi un partito; non c'è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l'ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l'ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l'invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c'è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po' di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l'unità dell'ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.
Cordialmente,
Carlo Smuraglia

giovedì 9 giugno 2016

Controcorrente, il ballottaggio

F. Depero: I miei balli plastici


Prendi lo meno tristo per buono.















Dopo l'incredibile endorcement dell'ineffabile Flores d'Arcais sull'ultimo numero di Micromega ("l'unico voto efficace di opposizione è quello per il M5S, nonostante il disgustoso comportamento dell'egocrate bifronte Grillo/Casaleggio jr") e dell'insospettabile Conchita Di Gregorio su Repubblica di ieri, al movimento 5 stelle arriva in queste ore anche l'appoggio di Salvini. Di quest'ultimo c'è poco da stupirsi: è solo l'anticipazione di quanto potrebbe succedere se si arriverà a votare con l'Italicum, ma Renzi, nella sua supponenza da giocatore d'azzardo e la maggioranza del PD, più educata alla piaggeria che alla politica, sembrano non curarsene, mettendo a rischio un paese intero. 
Dei primi due, Flores d'Arcais e Di Gregorio invece mi preoccupo. Qualcuno potrebbe dire: fai a meno di continuare a leggere Micromega e la Repubblica. La tentazione c'è, ed è forte, ma rientra quasi subito, perché nel primo giornale, subito dopo le elucubrazioni teoriche del Flores si trovano fior di firme, ragionamenti aperti al mondo e alla cultura a 360 gradi.
Stessa cosa per Repubblica, dove, in risposta all'"ingenua" (si fa per dire..) apertura di credito alla Raggi e alla Appendino operata dalla Di Gregorio, si ospita oggi un intervento che chiarisce chi sono le due donne al ballottaggio a Roma e Torino.
Ma anche se quelle di Flores e Di Gregorio restano voci isolate, corre alla mente una analogia col passato ormai remoto, quando intellettuali, per quel tempo progressisti, artisti e tecnici innovatori nei rispettivi campi si lasciarono sedurre dal giovanilismo e dalle promesse di rottamazione del duce di allora. Ovviamente lo stesso discorso si può fare per le intelligenze messe al servizio, acritico, dell'attuale conduzione messianica del partito democratico, che a tutto pensa tranne che al partito, al suo passato, al suo presente e meno che mai al suo futuro. 
Dunque Roma e Torino, due casi emblematici dove il nuovo del M5S si appanna, si confonde e si intreccia sempre più con le alchimie della rete teleguidata e diviene quanto di più lontano dalle battaglie, talvolta guasconesche, ma per lo più serie e documentate, degli attivisti di periferia, che invece hanno tutta la mia simpatia.
Se fossi in una di quelle due città mi toccherebbe applicare il motto Machiavellico riportato nel titolo: non sentendomi rappresentato da nessuno, l'unico antidoto alla nobile ma sterile astensione sarebbe la scelta del "meno peggio". E in questo confronto il perdente, anzi le perdenti, sarebbero sicuramente le due donne che per i più simboleggiano invece la "novità".
Ma si può essere sicuri che la Raggi sia meglio di Giachetti? che possa opporsi al direttorio e alla "ditta" più di quanto possa fare Giachetti con Renzi? Si può essere sicuri che l'Appendino interpreti le istanze della periferia operaria torinese più e meglio dello scafato Fassino? E in entrambi i casi, qual'è la vision delle rispettive città? Sarà vero invece, come insinua qualcuno, che dalla loro hanno l'immagine che fa aggio sulla mancanza di vision e di competenze?  A loro viene applicato, sicuramente, il beneficio del dubbio che non  era stato concesso alla assai meno presentabile prima candidata alla sindacatura di Milano, nominata dalla rete, secondo le regole  ma poco charmante per telecamere e media, oltre che incapace di mettere insieme quattro parole in croce. 
Quando poi Di Maio se ne esce dicendo che Landini è un nostalgico della falce e martello e che sostanzialmente non conta nulla, perchè non ha i voti per abolire il Jobs Act, il gioco è fatto...

  

mercoledì 8 giugno 2016

La revisione costituzionale, 8



    I nuovi partigiani







Segue da:
L'art. 70, il Senato

Quousque tandem, abutere patientia nostra?

I veri partigiani voteranno si? ,
Par condicio: il comitato per il SI
La libertà è come l'aria..


Nella strumentale polemica sull'ANPI e sulla sua posizione contraria alla revisione costituzionale recentemente approvata, si è fatta strada l'insinuazione che chi è adesso nell'ANPI non ha nessun titolo per parlare di resistenza a nome dei "veri partigiani" , nè ad interpretare la loro posizione al referendum confermativo di ottobre. Le parole che seguono, di Sergio Liparoto, contribuiscono a fugare ogni dubbio.

Gentile Direttore,
mi chiamo Andrea Liparoto, ho 43 anni, non sono un partigiano “vero” ma dal 2011 sono un componente della Segreteria Nazionale dell'ANPI. Un fatto del tutto normale derivante dalla scelta che le partigiane e i partigiani fecero nel Congresso di Chianciano del 2006 quando, consci della loro inesorabile scomparsa, decisero di aprire le porte dell'Associazione anche ai non combattenti per non far disperdere l'immenso patrimonio di valori e principi fondativi della Resistenza. Da allora porto sulle mie spalle un non facile carico di responsabilità che sostengo e conduco supportato da un continuo confronto coi partigiani, tra cui, in primis, Carlo Smuraglia, Presidente Nazionale, e quindi da studio, coscienza viva, e massima, seria attenzione a tutti gli accadimenti politici e sociali del nostro Paese. Tanti come me, anche molto più giovani, si muovono oggi nell'ANPI, fanno iniziative e si formano alla profondità e all'ampiezza del pensare, alle buone pratiche democratiche insomma ad una direzione di vita e impegno in chiara sintonia con la lezione di civiltà e moralità delle nostre “madri” e dei nostri “padri” oltreché sotto la loro guida. segue qui

domenica 5 giugno 2016

La revisione costituzionale, 7

                                                 

Vergognosa campagna di stampa.







La libertà è come l'aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia  a mancare...
Vergognosa campagna di stampa? Un esempio? il titolo del Foglio: "è guerra tra i partigiani". Dove l'avranno vista? Un'associazione che con soli 5 iscritti in un piccolo comune della provincia raccoglie in piazza, in  sole due ore, 38 firme per il no, forse parla un'altra lingua, quella della democrazia e della ragione. Un inciso, le firme non erano solo di vecchietti... 
Nel seguito l'intervista a Lidia Ravera e il comunicato stampa dell'ANPI.


La partigiana vera voterà NO!


Si è riunito oggi a Roma il nuovo Comitato Nazionale ANPI: confermata la posizione sui referendum e rilanciata la campagna firme.
Questo il documento approvato alla fine della riunione.
Il Comitato nazionale dell'ANPI, vista la campagna condotta da alcuni organi di stampa sulla cosiddetta spaccatura all'interno dell'ANPI per svalutare l'intera Associazione; visti i tentativi, da varie parti, di provocare o intimidire l'ANPI con dichiarazioni quanto meno improvvide mettendo perfino in dubbio la rilevante eredità morale di cui è portatrice e il dovere statutario di difendere la Costituzione da ogni stravolgimento;
ribadisce: che la decisione di aderire alla Campagna referendaria per il NO è stata adottata dal Comitato Nazionale del 21 gennaio u.s., con una netta e precisa maggioranza (venti voti a favore e tre astensioni), che tale decisione è stata ribadita praticamente in tutti i Congressi provinciali e sezionali dell'ANPI, con rarissime eccezioni; che la conferma definitiva è venuta dall'inequivocabile voto conclusivo (con solo tre astensioni) del Congresso sui documenti congressuali, compresa la relazione generale del Presidente, analoga – nella sostanza – alle decisioni precedenti; che è assolutamente lecito e normale che vi siano, all'ANPI, anche opinioni dissenzienti, ma che il dissenso deve essere mantenuto nei limiti della circolare del 5 marzo 2016, là dove afferma: «Abbiamo sempre affermato che la nostra è un'Associazione pluralista, per cui è normale anche avere opinioni diverse.
Altra cosa, però, sono i comportamenti. Ovviamente, non sarà “punito” nessuno per aver disobbedito, ma è lecito chiedere, pretendere, comportamenti che non danneggino l'ANPI e che cerchino di conciliare il dovere di rispettare le decisioni, con la libertà di opinione».
Decide:
- di intensificare la Campagna per il NO alla riforma del Senato e per il SÌ alla correzione di parti della Legge elettorale “Italicum” in tutti i luoghi in cui l'ANPI ha una sede, d'intesa con l'ARCI e con le altre Associazioni che hanno aderito ai Comitati per il NO alla Riforma del Senato e per la “correzione” della Legge elettorale, adottando tutte le misure necessarie perché la raccolta delle firme si concluda tempestivamente e con esito positivo, invitando tutti gli iscritti a dedicare ogni impegno affinché si realizzi un'ampia e completa informazione di tutti i cittadini, sulle ragioni del NO e sui contenuti della riforma in discussione;
- di non accettare provocazioni e dunque di non intervenire in dibattiti e polemiche che non riguardino i contenuti dei referendum;
- deplorando la inaccettabile campagna introdotta contro l'ANPI, perfino tentando discriminazioni fra i partigiani e respingendo altrettanto vergognosi avvicinamenti ad organizzazioni di stampo fascista; di invitare tutti, Governo, Partiti, Associazioni, cittadini, a mantenere la campagna referendaria nei confini della democrazia e della correttezza, dando assoluto ed esclusivo primato ai contenuti;
- invita la stampa a dar conto di tutte le posizioni, senza preferenze né distinzioni ed, in particolare, radio e televisione ad aprire spazi adeguati anche ai sostenitori del NO, come finora non è avvenuto;
- richiama l'attenzione del Garante delle Comunicazioni a fare il possibile per garantire che l'informazione – nella campagna referendaria – sia ampia ed equilibrata, si abbassino i toni, si privilegino le discussioni, pacate e le riflessioni informative. Il referendum è un diritto dei cittadini e delle cittadine ed è uno strumento di democrazia: è necessario che tutti lo rispettino e si adeguino alla necessità di consentire una piena conoscenza dei reali problemi in discussione, senza prevaricazioni e senza l'uso di dichiarazioni provocatorie ed offensive. L'ANPI tutta è impegnata a garantire che questo importante esercizio di democrazia si svolga con estrema correttezza e parità di condizioni, in modo che davvero la parola conclusiva spetti al popolo.
Roma, 24 maggio 2016

sabato 4 giugno 2016

10 marzo 1946, il primo voto delle donne

Suffragette, 1920


Il primo voto delle donne








Il 10 agosto 1920, il Congresso americano, approvando il XIX emendamento, concesse il voto alle donne. In Italia si dovette aspettare un altro quarto di secolo, giungendo sino al 1946. Peggio è andato alle donne svizzere che hanno dovuto aspettare il 1971!


Quindi in Italia il 1946, con la benedizione papale, come vedremo sotto. Ma contrariamente a quanto si va affermando in questi giorni, in occasione del settantesimo del referendum istituzionale, il primo voto delle donne in Italia risale al  10 marzo 1946, cioè alle prime elezioni amministrative del dopoguerra.
Infatti il 31 gennaio 1945 era stato emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane che avessero almeno 21 anni e che "non fossero prostitute schedate trovate a esercitare fuori dalle case di tolleranza". L'elettorato passivo venne concesso un po' dopo con decreto n. 74 del 10 marzo 1946, che sanciva l'eleggibilità delle donne di almeno 25 anni.
Due mesi e mezzo dopo, il 2 giugno 1946, si svolsero contemporaneamente le elezioni dei membri dell'Assemblea Costituente e il referendum tra Monarchia e Repubblica, che costituirono di fatto il primo ingresso delle donne in politica. La novità ebbe anche la significativa benedizione di papa Pio XII: "ogni donna, dunque, senza eccezione, ha, intendete bene, il dovere, lo stretto dovere di coscienza, di non rimanere assente, di entrare in azione [..] per contenere le correnti che minacciano il focolare, per combattere le dottrine che ne scalzano le fondamenta, per preparare, organizzare e compiere la sua restaurazione".


Al referendum istituzionale, come è noto, la maggioranza dei votanti scelse la repubblica con circa 12 milioni e 700 000 voti, contro 10 milioni e 700 000 per la monarchia. 



Questi i risultati per l'Assemblea costituente 
Elettori: 28 005 449 - Votanti: 24 947 187 (89,08%)
Liste/GruppiVoti %Seggi
Democrazia Cristiana (DC)8 101 00435,21207
Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP)4 758 12920,68115
Partito Comunista Italiano (PCI)4 356 68618,93104
Unione Democratica Nazionale (UDN)1 560 6386,7841
Fronte dell'Uomo Qualunque (UQ)1 211 9565,2730
Partito Repubblicano Italiano (PRI)1 003 0074,3623
Blocco Nazionale della Libertà (BNL)637 3282,7716
Partito d'Azione (Pd'A)334 7481,457
Movimento Indipendentista Siciliano (MIS)171 2010,744
Concentrazione Democratica Repubblicana97 6900,422
Partito Sardo d'Azione78 5540,342
Partito dei Contadini d'Italia102 3930,441
Movimento Unionista Italiano71 0210,311
Partito Cristiano Sociale51 0880,221
Partito Democratico del Lavoro40 6330,181
Fronte Democratico Progressista Repubblicano21 8530,091
ALTRE LISTE412 5501,790
TOTALI VOTI VALIDI23 010 479100,00556
SCHEDE NULLE1 936 708
DI CUI BIANCHE643 067
TOTALE VOTANTI24 947 187


Un grande slancio di popolo a distanza di 22 anni dalle ultime votazioni libere (1924). Qualche numero può dare un'idea di che cosa fosse l'Italia o meglio la politica italiana di allora in termini anagrafici: Aldo Moro aveva 30 anni, Togliatti 53, Saragat 48,  Fanfani 38, Giulio Andreotti 27, Scalfaro 28, Giancarlo Paietta 35, La Malfa 43, La Pira 42; tra le ventinove donne elette Nilde Iotti 26 anni ed Elettra Pollastrini 40. Inutile continuare: era un'Italia giovane, anche nei suoi "padri" costituenti. 

venerdì 3 giugno 2016

Controcorrente, il buono di Renzi




Il gioco d'azzardo






Renzi non è il male assoluto, ma rischia di diventarlo o di lasciare il posto a chi è peggio di lui, se non viene fermato l'azzardo della revisione costituzionale e dell'Italicum. 


Non ho alcuna simpatia per Renzi, nè personale, nè politica, a causa delle modalità attraverso le quali ha distrutto un partito radicato nel territorio e nella storia, senza sostituirlo con alcunchè di paragonabile, quanto piuttosto con un diffuso e permanente comitato elettorale. Nessuna simpatia per le modalità perennemente accelerate del parlare, che quando si riversano anche nell'azione non portano nulla di buono. Nessuna simpatia per le modalità comunicative, le millanterie, gli impegni non mantenuti,  per i sostegni che indubbiamente riceve dall'establishment economico finanziario, per le modalità di approccio alle relazioni sindacali e alle tematiche del lavoro, per la dialettica pronta, ma spesso superficiale. Nessuna simpatia per le modalità da boy scout, che poco si addicono all'uomo di stato, nessuna simpatia per le frequentazioni e gli appoggi che riceve dalla destra ex berlusconiana, che in lui evidentemente scorge istintivamente una adeguata continuità "nella diversità". Nessuna simpatia per la sua irrefrenabile tendenza all'azzardo. Con una simile impostazione va ad affrontare la sfida della revisione costituzionale e dell'Italicum, rendendosi ben conto che chi vincerà la partita lo farà con un 25% scarso dei consensi, per di più dei votanti. 
Renzi scommette sul vuoto intorno a sè, in parte creato da egli stesso a sinistra, per il resto dovuto all'implosione di una destra mai diventata adulta politicamente e alle inconsistenze dei sedicenti duri e puri (sinistra e pentastellati, per intenderci). 
Sì, scommette..e se la scommessa dovesse fallire, se non bastasse la convinzione di chi voterà SI al referendum e poi si accoderà a questo PD, intendendolo come il male minore? da chi sarebbero gestiti i problemi immensi del paese, da chi sarebbe affrontato e con quali strumenti la tematica della convivenza, dell'accoglienza, che di recente egli stesso ha aggredito con parole forti, che riporto di seguito, simulacro, purtroppo ormai quasi esaurito, della sua precedente collocazione di cattolico di sinistra?

Le parole di Renzi sull'immigrazione meritano di per sè un sostegno e un plauso (nonostante la chiusa che rimanda inesorabilmente allo scoutismo), ma l'autore va sostenuto con un bagno di sano realismo e con uno stop severo al delirio di onnipotenza. 

       
"...Ma trovo giusto dedicare il pensierino della sera alla vicenda immigrazione.
Chi mi segue sa che quello che penso: si tratta di un fenomeno che durerà anni e che necessita di un'azione in Africa. Da farsi come Unione Europea, come abbiamo proposto. Finché non li aiuteremo per bene a casa loro, continueremo a cercare di tamponare, ma un tampone non è mai la soluzione. Finalmente qualcosa si muove e l'Unione Europea pare intenzionata a scommettere davvero sul Migration Compact proposto dall'Italia. Ma nel frattempo siamo orgogliosi di quelle italiane e quegli italiani che ogni giorno - rischiando la propria - salvano centinaia di vite umane. Come fa il dottor Pietro Bartolo a Lampedusa, la cui storia ho ricordato al tavolo del G7 come esempio. Come fanno donne e uomini della Marina Militare, della Guardia Costiera, delle forze dell'ordine. Quello che un po' stride, e talvolta mi sembra meschino, è l'atteggiamento di chi grida e urla, in questi casi. Di chi usa sui media, e non solo, parole come: sistema al collasso, emergenza, invasione. Stiamo parlando di numeri che sono più o meno - a seconda delle settimane - gli stessi degli ultimi due anni. Un decimo di quelli che ha preso la Germania lo scorso anno. Sono numeri che nella percezione mediatica sembrano molto più grandi. Ma sono numeri in media con il passato e non superiori a altri paesi. Il punto è che non sono solo numeri. Ma sono bambini che muoiono nelle stive. Mamme che accettano di rischiare la vita e farla rischiare ai propri figli, tale e tanta è la loro disperazione. Non sono solo numeri. Dunque, io dico: aiutiamoli a casa loro davvero, con la cooperazione internazionale e un diverso modello di aiuti allo sviluppo. Nel frattempo salviamo quante più vite umane possibili, sapendo che non c'è nessuna invasione: i numeri sono sempre gli stessi, più o meno. C'è una grande crisi umanitaria nel Mediterraneo e non solo nel Mediterraneo: noi proponiamo di affrontarla con determinazione e visione a medio termine, non inseguendo le paure o i voti. Il nostro modello di gestione dell'emergenza - a differenza di altri Paesi - non ha situazioni di disagio come i campi di Idomeni o di Calais. L'Italia c'è, con i suoi valori e con la sua forza. Aspettando che anche il resto di Europa si renda conto fino in fondo dell'importanza politica e umana di questa sfida.

Un sorriso,
Matteo Renzi

giovedì 2 giugno 2016

La revisione costituzionale, 6



Il comitato per il SI
Par condicio, un po' maligna. 





Segue da: 

L'art. 70, il Senato
Quousque tandem, abutere patientia nostra?


I veri partigiani voteranno si?

Da qualche giorno è comparso sul sito del comitato per il SI, un appello firmato da circa 200 docenti universitari. Si dichiarano "costituzionalisti,  giuristi, scienziati politici e studiosi delle istituzioni pubbliche". Peccato che uno solo di loro sia un costituzionalista, nonostante il clamore assegnato a questa posizione quale contro-altare a quella dei più blasonati costituzionalisti.  (Vedi qui) Però ci sono due segnali decisamente positivi: molti sono giovani e molti non sono professori. Buon segno? Dipende? A memoria d'uomo, in Italia non è mai accaduto che ricercatori, borsisti e contrattisti si schierassero in un appello pubblico, se non su principi molto generali, lasciando che a farlo fossero i veri professori: troppo rischioso per loro esporsi quando poi potevano essere giudicati da chi si era schierato nel campo avverso. In questo caso è avvenuto: presunzione giovanile o sicurezza dell'esito? Francamente, però, la composizione eterogenea e debolmente qualificata, almeno in questo insidioso campo, fa vedere i suoi effetti: le argomentazioni non sono "giuridiche e costituzionali" bensì politiche, direi piuttosto degradate a propaganda politica, con qualche palese forzatura. Coincidono, infatti, con i punti che la macchina da guerra propagandistica del PD sta diffondendo in modo martellante già in questi giorni, ben 5 mesi prima della consultazione. Vediamoli: 

  1. L'abolizione del Senato paritario dà maggiore forza al Governo e all'autonomia regionale, rappresentata nel nuovo Senato.
  2. C'é maggiore chiarezza nei rapporti tra stato e regioni, ridefiniti dalla revisione del titolo V (loro la chiamano riforma): allo Stato i principi generali, alle regioni le norme di dettaglio.
  3. Viene limitato il ricorso alla decretazione d'urgenza (art.77).
  4. Viene rafforzata l'iniziativa legislativa popolare e la possibilità di proporre referendum, anche di indirizzo (si tace sull'aumento del numero di firme necessario).
  5. Viene introdotto il ricorso preventivo alla Corte Costituzionale sulle leggi elettorali.
  6. Viene introdotto un quorum più alto per l'elezione del Presidente della Repubblica (si tralascia di dire che, con somma "sbadataggine", si fa riferimento non più agli aventi diritto, ma ai "votanti")
  7. Viene abolito il CNEL
  8. Viene ridotto il numero dei parlamentari.
  9. Si introduce un tetto alle retribuzioni dei consiglieri regionali (escluse quelle speciali)
Nulla o quasi viene detto sulla micidiale combinazione tra revisione costituzionale e Italicum.

Ecco comunque il testo nella sua interezza:
Dopo anni e anni di sforzi vani, il Parlamento della XVII legislatura è riuscito a varare con una larga maggioranza – quasi il sessanta per cento dei componenti di ciascuna Camera in ognuna delle sei letture – una riforma costituzionale che affronta efficacemente alcune fra le maggiori emergenze istituzionali del nostro Paese. In questa nuova fase, come in quella precedente del dibattito parlamentare, i costituzionalisti, i giuristi, gli scienziati politici e gli studiosi delle istituzioni pubbliche non sono chiamati a fungere da terza istanza, bensì a offrire all'opinione pubblica strumenti per meglio orientare il proprio voto che si riassumono in questo documento di sintesi.Il testo modifica molti articoli della Costituzione, ma non la stravolge. Riflette anzi una continuità con le più accorte proposte di riforma in discussione da decenni e, nel caso del Senato, col modello originario dei Costituenti e poi abbandonato a favore del bicameralismo paritario impostosi per ragioni prudenziali dopo lo scoppio della Guerra fredda. Né va dimenticato che la legge costituzionale di revisione del Titolo V approvata nel 2001 prevedeva che l'attuale Commissione parlamentare per le questioni regionali fosse integrata da rappresentanti delle autonomie “Sino alla revisione delle norme del titolo I della parte seconda della Costituzione”, a dimostrazione della consapevolezza che una trasformazione del Senato in camera rappresentativa delle istituzioni territoriali fosse un complemento necessario della riforma dell’impianto costituzionale delle autonomie. Nel progetto non c’è forse tutto, ma c’è molto di quel che serve, e non da oggi. Si riporta solo un breve elenco, a titolo ricognitivo.
Viene superato l’anacronistico bicameralismo paritario indifferenziato, con la previsione di un rapporto fiduciario esclusivo fra Camera dei deputati e Governo. Pregio principale della riforma, il nuovo Senato delinea un modello di rappresentanza al centro delle istituzioni locali. E’ l’unica ragione che oggi possa giustificare la presenza di due Camere. Ed è una soluzione coerente col ridisegno dei rapporti fra Stato-Regioni. Ne trarrà vantaggio sia il rapporto fiduciario fra Governo e Parlamento, che rimane in capo alla sola Camera dei deputati, superando così i problemi derivanti da sistemi elettorali diversi, sia l'iter di approvazione delle leggi.
I procedimenti legislativi vengono articolati in due modelli principali, a seconda che si tratti di revisione costituzionale o di leggi di attuazione dei congegni di raccordo fra Stato e autonomie, dove Camera e Senato approvano i testi su basi paritarie, mentre si prevede in generale una prevalenza della Camera politica, permettendo al Senato la possibilità di richiamare tutte le leggi, impedendo eventuali colpi di mano della maggioranza, ma lasciando comunque alla Camera l'ultima parola.

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