sabato 25 giugno 2016

Controcorrente, l'Europa che fu


No Europa, no "parti"






Febbraio del 1986, a Lione, per uno scambio di classi con un collège della banlieu. Studenti italiani e francesi molto diversi tra loro e immediatamente distinguibili anche da lontano: diversi gli abiti, il taglio di capelli, gli zainetti, anche se sul "fronte" francese molti si chiamano "Visanten, Carden, Martiné, Depaolì, Curasì, Curacì" (Visentin, Cardin, Martinez, De Paoli, Curaci, Kourachi..), immigrati di seconda generazione che hanno dimenticato l'italiano, lo spagnolo e l'arabo e che si considerano, e sono, pienamente francesi.
Con grande sorpresa degli italiani, ospiti delle famiglie dei corrispondenti,  nelle case francesi ogni sera la televisione porta le immagini di Palermo, con servizi lunghi e dettagliati: è appena iniziato il maxiprocesso a Cosa nostra, l'Italia è importante in Francia, Berlusconi (soprannominato monsieur bruscolinì) non è ancora una macchietta, ma un peso scomodo di cui liberarsi dopo le vicende di La Cinq e i tentennamenti di Mitterrand.
A conclusione del viaggio, lunghissimi saluti, lacrime abbracci e promesse di rivedersi, cuori infranti, doni per le rispettive famiglie con una contagiosa generosità italica, genitori commossi: a tutti sembrava impossibile una cosi rapida integrazione linguistica ed affettiva in appena una settimana. Alla prima stazione di servizio, il tentativo di spendere sino all'ultimo "franco"...
Rientrati in "patria", subito al lavoro per preparare lo scambio dell'anno successivo: progetto per l'allora Ministero della Pubblica Istruzione di viale Trastevere, richiesta di autorizzazione all'espatrio per il Ministero degli Affari esteri, tutto rigorosamente via posta, viaggi a Roma per portare a mano le carte da Trastevere all'Eur e accelerare l'iter, preparazione dei documenti di identità e dei visti, estensione dell'assicurazione sanitaria all'estero, avvio della corrispondenza (rigorosamente postale) con gli studenti francesi. Accoglienza dei "barbari" in Italia nel mese di ottobre per tranquillizzare les maman italiennes, che così possono conoscere e studiare la situazione, poi a febbraio, tra un periodo di vacanza e l'altro dei francesi.. nuova partenza verso l'ignoto, non senza essere passati prima in banca a convertire le lire in franchi (330 lire al cambio ufficiale, con 10 franchi al massimo pagavi l'autobus..).
Così erano i rapporti internazionali allora: chi credeva nell'Europa dei popoli, nelle radici comuni, nella conoscenza reciproca e nell'incontro di lingue e culture diverse, senza piegarsi all'omologazione anglofona, doveva affrontare questa trafila. Senza contare i minuziosi doppi controlli alla frontiera, che lasciavano l'intera scolaresca col fiato sospeso in treno per una mezz'oretta. Il confine c'era ed era visibile, materiale, imperscrutabile, arcigno. 
Appena vent'anni dopo nel 2006 lo scenario si presenta molto diverso. Nessuna sbarra, nessun controllo alle frontiere, nessuna autorizzazione ministeriale, si parte con l'euro, durante l'accoglienza risuonano ancora gli inni nazionali, ma anche l'inno alla gioia; francesi e italiani sono assolutamente indistinguibili: stessi abiti, stesse scarpe, stessi telefonini, stessi zainetti, l'unica differenza è nelle merende preparate dalle mamme francesi, che si ostinano a spalmare di burro i panini al salame.
Tutto questo nel 2016 appare già come un ricordo sbiadito di altri tempi, nel 2026 sembrerà forse preistoria. Il merito di questa involuzione è da ripartire sicuramente tra molti soggetti, complici consapevoli e inconsapevoli: terroristi, euroburocrati, politici  dissennati che non hanno mai percorso la difficile via della reale inclusione (con la Francia in testa), speculatori finanziari, governi senza spinte ideali, succubi del potere finanziario e bancario, populisti sciacalli (e qui l'Italia non è sicuramente all'ultimo posto) e, nel loro piccolo (molto piccolo), dirigenti scolastici che hanno fatto a gara nell'eliminare il francese dalle scuole...

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