sabato 28 novembre 2015

Lavorare stanca




Tutti dirigenti: il lavoro secondo Poletti










Il simpatico e pragmatico romagnolo, forse esausto per i pesanti incarichi di governo e travolto dalle cifre sull'occupazione che rendono precario il trionfo del job's act, ogni tanto smarrona, ma forse lancia dei volontari  ballon d'essai, in luogo del suo principale, per vedere l'effetto che fa. 

E di due giorni fa, l'uscita al Job&Orienta di Verona "Prendere 110 e lode a 28 anni non serve a un fico, è meglio prendere 97 a 21", dimenticando le condizioni in cui studiano i nostri universitari, i docenti che ritardano la tesi per mancanza di tempo o per puro spirito sadico, il livello comunque superiore di alcune nostre lauree, rispetto all'equivalente di altri paesi, che si configurano come poco più di una maturità liceale nostrana, il flop della professionalizzazione della laurea breve, ecc. 

Del marzo scorso, a margine di un convegno sui fondi europei:
«Un mese di vacanza va bene. Ma non c’è un obbligo di farne tre. Magari uno potrebbe essere passato a fare formazione. Una discussione che va affrontata». «I miei figli d’estate sono sempre andati al magazzino della frutta a spostare le casse ha ricordato -. Sono venuti su normali, non sono speciali», sorvolando sul fatto che i nostri giorni di  vacanza sono pari a quelli degli altri paesi.

Ieri, infine,  alla Luiss: 
"Dovremo immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto dell’opera. L’ora/lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione". 

Non ho ancora letto le risposte e le critiche che sicuramente stanno arrivando sulla stampa e in rete in queste ore. Solo un commento a caldo.
Condivido in pieno la posizione di Poletti, ma ad una sola condizione: che sia riferita ai dirigenti, ai politici, agli insegnanti, ai liberi professionisti. 

Estenderla a tutto il resto del lavoro, dipendente e autonomo, è pura follia, demagogia un tanto al chilo, liberismo sfruttatore esteso all'intera economia. Come se già non bastassero i piccoli artigiani che girano 18 ore al giorno e si difendono dal fisco con la complicità di tutti, i trasportatori rumeni di Amazon, inquadrati come lavoratori in proprio, i giovani a contratto a tutele "crescenti" che devono fare tre lavori solo per sopravvivere e si potrebbe continuare ancora. Se quella di Poletti è una prospettiva progressista e innovatrice, preferisco l'oscurantismo: l'orologio marcatempo, che salvaguardia la salute dei lavoratori e i diritti conquistati in mezzo secolo di impegno sindacale e politico. Certo se all'orologio si vuole affiancare un altro meccanismo di misurazione del merito, fondato sulla qualità, la motivazione, una diversa organizzazione per lo sviluppo delle risorse umane, il lavoro di squadra e altro, l'effettiva responsabilità dei dirigenti, ben venga tutto ciò, ma qualcuno ci aveva già pensato più di un secolo fa...

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