lunedì 17 ottobre 2016

Alle origini del jazz


Di qua e di là dell'Oceano.
Dal ragtime, il dixieland e il blues americani dei primi decenni del secolo scorso allo swing italiano del primo dopo guerra






"Quando non sai cos'è, allora è jazz!" venne detto a Max Tooney, nella famosa scena de "La leggenda del pianista sull'oceano". Espressione attuale anche adesso quando sotto il termine di jazz si nascondono esperienze, risonanze, echi, tradizioni, modi di suonare, espressività e progetti tra i più disparati.  
Nel concerto di venerdì 21 ottobre a Rubano la band di Mestrino  fissa un determinato periodo della storia in continua evoluzione del jazz e propone un insolito confronto tra la musica che si suonava nei primi decenni del secolo scorso in America, come venivano detti allora gli Stati Uniti, e la musica italiana nel periodo tra le due Guerre Mondiali.
In "America" questa nuova, stranissima musica prende le mosse dal grande sconvolgimento sociale causato dalla Guerra di Secessione e dalla liberazione del popolo nero dalla schiavitù. Da questo sconvolgimento nasce il genere musicale detto “New Orleans”, praticato da musicisti neri o creoli. Questa grande città, alla fine dell’800 al centro di una tumultuosa espansione economica, offre ai neri, musicisti d'istinto,  un'ottima occasione per ottenere ingaggi in festeggiamenti, funerali, marce, intrattenimento in bordelli, saloon, sale da ballo e durante gli otto giorni del carnevale, lì conosciuto come Mardi gras
Con il termine “Dixieland”, invece, si suole definire il particolare modo di suonare lo stile New Orleans da parte dei musicisti bianchi.
Entrambi gli approcci discendono direttamente dal variegato mondo musicale della fine dell’800. Qui ai worksongs, tradizionali canti degli schiavi neri, e al Ragtime di matrice dotta, si affianca il nascente Blues, simbolo della riconquistata libertà dei neri che cercano di crearsi una nuova identità. Tutto confluisce nella frenetica attività di New Orleans, vero punto di incontro commerciale e sociale dove bianchi, neri e creoli, americani e immigrati francesi, spagnoli, italiani danno luogo ad una continua atmosfera di festa.
Ma un banale episodio, avvenuto nella New Orleans del 1917, genera la diffusione di questa fantastica, e fantasiosa, musica nel resto degli States. Infatti, all'entrata in guerra degli Stati Uniti, la flotta è alla fonda nel porto di New Orleans; il frequente verificarsi di incidenti, risse e accoltellamenti tra i marinai e gli avventori degli innumerevoli locali, più o meno equivoci nel quartiere a luci rosse detto Storyville, porta alla drastica chiusura dello stesso su ordine del comandante militare della piazza. Si chiudono così i luoghi dove i musicisti potevano esibirsi e non resta loro che risalire lungo il Mississippi verso tutte le metropoli americane. Qui il modo di suonare si affina e nel contempo arrivano le nuove forme di diffusione del suono come i dischi in gommalacca e la radio. Le minuscole orchestrine dei locali di intrattenimento divengono vere orchestre che scatenano la febbre del ballo con quel ritmo sincopato conosciuto come “Swing”.
Poco dopo, la Grande Crisi del ’29 investe anche il mondo dei musicisti, ed è così che alcuni di loro, in precedenza emigrati in America, tornano in Italia portando con sé la verve dell’innovativo modo di fare musica.
E in Italia come si suona in quel periodo?
L’Italia paga lo scotto della giovane età. Il Regno d’Italia, da poco unito sotto un’unica bandiera, è in fase di formazione sia sociale che culturale e pertanto musicale. Il vanto della “nazione italiana”, entità che preesisteva all'unificazione sabauda, era proprio il patrimonio musicale che attraversava la penisola con i grandi nomi della musica. Ma appunto perché grandi non consentivano il sorgere e lo svilupparsi della canzone popolare, relegata alle attività rurali o di intrattenimento popolare. Unica eccezione la canzone napoletana che, già a partire dal 1825, vanta una prima edizione di Passatempi musicali, raccolta di canzoni popolari, e nel 1839 vara il concorso canoro di Piedigrotta, funzionale, ovviamente, alla stampa e alla diffusione delle canzonette. Ricordi, Curci e Carisch, storiche case editrici attive fin dall’800, cominceranno solo agli albori del ‘900 a pubblicare canzoni di musica cosiddetta “leggera”.

Nel primo dopoguerra il contatto con l’America, inizialmente connotato solo dalla emigrazione forzata verso quei paesi, si riveste anche di valenze musicali: la musica che imperversa negli Stati Uniti giunge in Italia e si forma nei musicisti locali quel nuovo modo di suonare sincopato e moderno che viene conosciuto come “swing italiano”, dove eccellenti musicisti come Pippo Barzizza, Enzo Ceragioli, Gorni Kramer e molti altri si cimentano con nuove armonie e improvvisazioni che nulla hanno ad invidiare, per gusto e capacità tecnica, ai più numerosi colleghi d’oltre oceano.
Fonte: associazionestoriaevita.blogspot.com

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