lunedì 6 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 2




Dall'occupazione della Slovenia alla nascita della Zona di Operazione del Litorale Adriatico









segue da Il confine italo- sloveno 1

6. Nel 1941 le forze dell’Asse aggredirono e invasero, senza dichiarazione di guerra, la Jugoslavia, che venne divisa tra Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria. All’Italia vennero assegnate la Slovenia meridionale, annessa come provincia di Lubiana, la costa dalmata, il Montenegro e il Kossovo. Ci soffermiamo in particolare sull’occupazione della Slovenia che creò inevitabili implicazioni dal punto di vista dei confini. In un primo periodo il fascismo applicò una politica moderata, ben diversa dalla prassi tedesca, cercando di tutelare le caratteristiche etniche della popolazione con l’instaurazione di un Alto commissario, coadiuvato da una Consulta con rappresentanti sloveni, l’esonero dal servizio militare, l’uso della lingua slovena nelle scuole elementari, il bilinguismo negli atti ufficiali, che portò all’adesione di un fronte collaborazionista motivato soprattutto da un fervido anticomunismo. Parallelamente si era costituito un vigoroso movimento di liberazione, l’Osvobodilna Fronta (OF).
L’intensa attività sia di sabotaggi che di guerriglia dei gruppi di resistenza, sostenuti anche dalla popolazione civile, fece assurgere questi territori a zone di guerra in cui l’occupante italiano incrementò l’azione repressiva, anche contro i civili, con incendi di villaggi, esecuzioni, torture, deportazioni in campi di internamento istituiti tra il 1941 e il 1943, arrivando a un picco di recrudescenza nel 1942 in seguito alla circolare 3C del gen. Roatta, che portò alla costituzione di una Milizia volontaria anticomunista (Mvac) alle dipendenze degli italiani. Nonostante queste misure di controllo e repressione, le formazioni partigiane, mosse anche dal timore di annullamento delle loro istanze di autonomia, andavano sempre più rafforzandosi ottenendo consensi tra la popolazione ed estendendosi anche nella Venezia Giulia. Alla fine del 1941 a Trieste l’OF disponeva già di una rete clandestina operativa e sottoscriveva con il Partito Comunista italiano un patto di unità, mentre i fascisti giuliani imperversavano con azioni squadriste e incendi di abitazioni.

7. La situazione mutò in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 che portò a un’accelerazione di quanto si era andato delineando già nel 1942. Allo sbandamento dell’esercito italiano si unì la completa dissoluzione della presenza statuale che venne soppiantata dall’occupazione della Wehrmacht.
In Istria, a seguito di diverse sommosse, vennero istituiti organismi antifascisti che si sostituivano alle autorità italiane, e si insediarono i comandi partigiani. A Pisino, il Comitato popolare di liberazione proclamò l’unione dell’Istria alla Croazia e furono eseguite una serie di condanne a morte di oppositori al neocostituito sistema con la soppressione sia di fascisti che di rappresentanti dello Stato italiano, di avversari politici e di persone autorevoli della comunità italiana. Questo evento è meglio conosciuto con il termine di foibe istriane. La serie di eccidi che furono perpetrati nell’area dove era attivo il movimento di liberazione croato, non venne intrapresa solo per ragioni politiche e sociali, ma anche per colpire la classe dirigente locale; ciò approfondì la diffidenza e il timore della componente nazionale italiana nei confronti del movimento di liberazione jugoslavo e, più in generale, della lotta di liberazione contro l’occupante tedesco. I timori che ne derivarono vennero poi strumentalizzati dai nazisti, facendo leva sulle angosce legate alla possibilità di cancellazione dell’intera collettività italiana. La drammatica esperienza istriana venne interrotta dalla cruenta occupazione tedesca. Le contrapposte memorie ricordano che per i croati questo episodio rappresenta l’apogeo della liberazione nazionale, mentre per gli italiani, in modo particolare per chi ritornò in Italia, esso costituisce un trauma.
È necessario rammentare che la questione delle foibe è molto articolata e che in generale, come ha ricordato Roberto Spazzali nella sua relazione, va considerata per dimensioni storiche e cronologiche: differenti le foibe istriane del 1943 da quelle del 1945 nella Venezia Giulia che coincidono rispettivamente con la caduta del fascismo e con la fine della Zona di operazione del Litorale adriatico.
Con lo stesso vocabolo vengono definiti episodi tra loro differenti come le stragi, le vendette politiche, l’eliminazione di oppositori nei campi di internamento.
Nell’ottobre del 1943 venne istituita la Zona di operazione
del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches
Hausser, generale SS comandante del litorale
Küstenland - Ozak
) che dipendeva direttamente dal Terzo Reich e comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume, Pola, le isole del Quarnaro, sottratte alla 
Repubblica Sociale Italiana che ne prese atto a fatto compiuto. Come risulta da un’annotazione del diario di Galeazzo Ciano del 13 ottobre 1941, Mussolini già all’epoca era convinto che “se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa”. Nel territorio del Litorale, dunque, l’amministrazione tedesca condusse una lotta senza quartiere contro la resistenza slovena e italiana, utilizzando a tal fine anche le aspirazioni stanziali di gruppi ed etnie al seguito della Wehrmacht, incaricati di compiti di repressione svolti con particolare ferocia. In questo quadro, la presenza dei cosacchi in Carnia costituisce l’episodio più noto e tra i più tragici nella storia della guerra di Liberazione nell’area friulana. Non mancarono inoltre, come ha ricordato Alberto Buvoli, tentativi tedeschi di promuovere forme di collaborazionismo mediante l’accoglimento di alcune rivendicazioni nazionali slovene in funzione di contrasto alla resistenza italiana, secondo il principio del divide et impera.
Sotto questo profilo, la vicenda del Nord-Est italiano nel biennio 1943-1945 si presenta come un esperimento totalitario peculiare, per l’azione di una pluralità di soggetti, alcuni dei quali relazionati tra loro con modalità in cui collusione e conflitto appaiono strettamente intrecciati. Come si legge nella relazione della Commissione italo slovena, dopo l’8 settembre, “I tedeschi […] per mantenere il controllo del territorio, fecero ricorso all’esercizio estremo della violenza, per la quale si servirono pure della collaborazione subordinata di formazioni militari e di polizia italiane ma anche slovene”, anche se, come precisa lo stesso documento, il comune atteggiamento collaborazionista non servì a contenere le reciproche diffidenze nazionali, che tornarono presto a manifestarsi con forza.

8. L’analisi dei rapporti tra la Resistenza italiana e la Resistenza slovena e più in generale jugoslava non si presta a giudizi unilaterali o a generalizzazioni che non tengano conto delle specifiche realtà e delle diverse fasi in cui si sviluppò la guerra di Liberazione. Da questo punto di vista, occorre considerare sia i momenti di forte conflittualità tra i due movimenti, sia la collaborazione su basi anti fasciste maturata soprattutto in seno al movimento operaio, anche prima della caduta del fascismo, e che fu alla base dello sviluppo dei rapporti tra i due partiti comunisti, tra le formazioni partigiane slovene e italiane e tra gli organi politici dei rispettivi movimenti di liberazione.
È difatti innegabile che subito dopo l’8 settembre i rapporti di collaborazione tra la Resistenza italiana e quella slovena divennero sempre più complessi; nell’autunno del 1943, la dichiarazione unilaterale di “congiungimento” (Izjava o priključitvi Primorske) dell’intero territorio del litorale adriatico della Slovenia da parte dell’OF, ratificata dal Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia, se da un lato confermava la piena assunzione delle rivendicazioni territoriali slovene da parte del movimento comunista e la loro combinazione con gli obiettivi rivoluzionari e classisti, dall’altro risultava potenzialmente in contrasto con il principio dell’autodeterminazione dei popoli come base per la risoluzione
delle questioni nazionali, affermato nelle dichiarazioni dei Partiti Comunisti italiano, jugoslavo e austriaco del ’34, e successivamente ribadito in altre occasioni nel corso degli anni ’30. Da parte slovena si auspicava il “congiungimento” di quei territori con insediamenti storici sloveni e finalità di tipo rivoluzionario. Trieste diventò un nodo focale perché rappresentava non solo a livello geografico ed economico uno sbocco importante per la Slovenia, ma anche un ponte per la diffusione a occidente degli ideali comunisti. Il Partito Comunista italiano, che comunque non condivideva la posizione slovena, propose di posticipare la problematica al dopoguerra.
Nel periodo intercorso tra l’armistizio e l’estate del 1944, infatti, come ha ricordato Alberto Buvoli, la Direzione del PCI dell’Alta Italia, che fu peraltro un interlocutore privilegiato del movimento di liberazione sloveno, prese nettamente le distanze dalle rivendicazioni territoriali jugoslave, secondo una linea di conciliazione degli interessi nazionali con il primato attribuito
al mantenimento e al rafforzamento dell’unità di tutte le forze antifasciste, ottenendo anche il sostegno dell’ex segretario della disciolta Terza Internazionale, George Dimitrov, che sollecitò il movimento di liberazione sloveno a non compromettere l’unità antifascista con iniziative premature e a rinviare alla conclusione della guerra la definizione delle questioni nazionali. Alla continua trattativa tra i partiti comunisti, si aggiungono in questo periodo gli appelli unitari rivolti al movimento di liberazione sloveno dal CLN Alta Italia, non senza risultati, se si considerano le aperture di un dirigente come Kardelj (sloveno, stretto collaboratore di Tito) sulla priorità da attribuire al consolidamento dell’unità antifascista e sull’opportunità di non porre prima della fine della guerra la questione dell’appartenenza statale di Trieste (febbraio 1944).
Al di là del carattere contingente dell’atteggiamento distensivo dei dirigenti jugoslavi, occorre tenere presente che su di esso influiva la strategia sovietica oscillante tra la volontà di non incrinare l’alleanza internazionale antifascista e l’aspirazione a realizzare un assetto geopolitico per il dopoguerra idoneo ad assicurare il massimo possibile di sicurezza. Ciò può spiegare il sostegno più esplicito offerto alle rivendicazioni territoriali jugoslave a partire dall’estate del 1944, nel momento in cui l’Armata rossa era sul punto di congiungersi alle forze di Tito e, mentre anche la liberazione del Nord Italia appariva imminente, la Gran Bretagna – anch’essa incline a considerare con una certa benevolenza le rivendicazioni territoriali del movimento partigiano jugoslavo – cercava di acquisire il consenso dello stesso Tito ad un eventuale sbarco alleato in Istria, progetto mai abbandonato da Churchill. Segue qui



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