sabato 19 settembre 2020

Veneto 2020: elezioni regionali, le regole e i candidati


Le  famigerate modifiche all'art. V della Costituzione del 
1999 (Governo D'Alema) e del  2001 (Governo Berlusconi) che hanno permesso alle Regioni  di divenire delle ignobili superfetazioni della burocrazia statale, hanno regalato agli italiani un'altra piccola chicca: stravolta la legge Tatarella, che aveva introdotto il sistema maggioritario e presidenziale per tutte le regioni, adesso ognuno fa per conto suo. C'è chi come la Toscana ha di recente introdotto il ballottaggio, sulla scorta della sentenza nazionale della Consulta, chi ha una soglia di sbarramento e chi un'altra, chi ha le quote rosa e chi no, chi ha un certo premio di maggioranza e chi un altro. Insomma il vero federalismo anarchico, che ha mostrato il suo volto peggiore durante la pandemia. Qualcuno, nell'era della globalizzazione,  mi deve ancora spiegare la differenza tra federalismo e  moltiplicazione della burocrazia, del clientelismo, della corruzione, delle corti e dell'affarismo locale.


Ma fermiamoci al Veneto: 
Nel marzo 2015, durante una caotica e rissosa seduta del consiglio regionale sono state apportate importanti modifiche alla legge elettorale del 2010. 
In sintesi:
Non è previsto un ballottaggio: vince il candidato che prende più voti. Basta un solo voto in più degli avversari per essere eletti governatori del Veneto. 
Premio di maggioranza: se la coalizione raggiunge almeno il 50% dei voti avrà il 60% dei seggi; se raggiunge un numero di voti compreso tra il 50% e il 40% avrà il 57,5% dei seggi; se ottiene meno del 40% dei voti, avrà il 55% dei seggi. Sono previste le preferenze: gli elettori potranno votare sulla scheda elettorale sia per il Presidente sia per i membri del Consiglio Regionale. 
Gli elettori, prendete buona nota, potranno anche esprimere un voto disgiunto, cioè il voto a un candidato presidente e, contemporaneamente, a una lista a lui non collegata

Altre novità, introdotte dalla legge del 2015:
i consiglieri regionali passano da 60 a 49 (oltre al presidente eletto e al candidato presidente miglior perdente);
è introdotto (ma solo per il futuro) il limite di due mandati sia per il presidente che per gli assessori, nonché  per i consiglieri regionali;
le liste dovranno essere composte in misura eguale da candidati di sesso maschile e femminile, alternati tra loro (50% dei candidati di ciascuna lista dovrà essere di genere femminile);
a livello provinciale, le liste di ogni partito saranno composte da un numero di candidati pari ai consiglieri da eleggere in ogni circoscrizione; è stata però introdotto un correttivo per le Province di Belluno e Rovigo che essendo meno popolose si trovano a eleggere un minor numero di consiglieri. In queste Province il numero di candidati per ogni lista potrà arrivare fino a 5 (in modo da rendere possibili eventuali sostituzioni in caso di dimissioni o impedimenti degli eletti);
a differenza che in altre Regioni non è stata innalzata la soglia di sbarramento: sono ammesse al riparto dei seggi sia le coalizioni (insieme di partiti che appoggiano lo stesso presidente) che ottengono il 5 % dei voti di coalizione, sia le coalizioni composte da  almeno un partito (gruppo di liste presentate in più province con lo stesso simbolo) che hanno ottenuto il 3% dei voti di lista.

In queste elezioni regionali saranno ben nove i candidati che correranno alla poltrona di presidente del Veneto.

Tra questi quattro sono rappresentanti di partiti politici presenti su tutto il territorio nazionale, mentre gli altri cinque rappresentano liste civiche presenti solo in Veneto o in poche altre regioni.

In corsa abbiamo il sempre verde e impomatato presidente uscente Luca Zaia, sostenuto daLega, Fratelli d’Italia e Forza Italia, e dalle due liste civiche Zaia Presidente e Lista Veneto Autonomia. 

Il centrosinistra presenta un candidato atipico come Arturo Lorenzoni, entrato in politica nel 2017 come vicesindaco di Padova e appoggiato da Partito Democratico, Europa Verde, +Veneto in Europa – Volt, Il Veneto che vogliamo (lista che include Articolo Uno, Sinistra Italiana e Possibile) e dagli autonomisti di Sanca Veneta.

Il Movimento 5 Stelle candida l’ex senatore Enrico Cappelletti, mentre la senatrice di Italia Viva Daniela Sbrollini correrà sostenuta dalla lista Daniela Sbrollini Presidente, che comprende al suo interno Italia Viva, Partito Socialista Italiano, Partito Repubblicano Italiano e Civica per il Veneto.

Per chiudere, troviamo gli autonomisti del Partito dei Veneti, che candidano il consigliere regionale uscente Antonio Guadagnini;  l’ex parlamentare Simonetta Rubinato, fuoriuscita dal Pd nel 2019 e candidata a presidente della regione con una lista fai da te:  Veneto – Simonetta Rubinato per le Autonomie.

L’estrema sinistra è rappresentata da Paolo Benvegnù, in corsa con la lista Solidarietà Ambiente Lavoro (SAL!) che comprende al suo interno il Partito Comunista Italiano e il Partito della Rifondazione Comunista.

Patrizia Bartelle è invece candidata con il partito Italia in Comune, che in Veneto si presenta con il nome di Territori in Comune – Veneto Ecologia Solidarietà e dulcis in fundo anche il   Movimento 3V – Libertà di Scelta troviamo con tale dott. Paolo Girotto, medico "veterinario". 

Le complicate regole del voto:

Si può votare solo per il candidato Presidente, tracciando un segno sul nome e/o sul contrassegno a fianco del nome. In tal caso, il voto si intende espresso anche a favore della coalizione collegata (composta da tutte le liste che appoggiano quel candidato Presidente). 

  1. Si può votare per un candidato Presidente, tracciando un segno sul nome e/o sul contrassegno di tale candidato, e per una delle liste provinciali ad esso collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste, con o senza preferenze.
  2. Si può votare a favore solo di una lista provinciale, tracciando un segno sul relativo contrassegno. In tal caso il voto si intende espresso anche a favore del candidato Presidente della Giunta regionale a essa collegato.
  3. Si può votare per un candidato Presidente, tracciando un segno sul nome e/o sul contrassegno di tale candidato, e per una delle liste provinciali a esso non collegate, tracciando un segno sul contrassegno di una di tali liste, con o senza preferenze (cosiddetto «voto disgiunto»). 
  4. Si può votare anche solo una preferenza, senza indicare la lista o il candidato Presidente. In tal caso il voto è assegnato al candidato, alla lista cui appartiene il candidato e al candidato Presidente collegato a tale lista.
  5. In caso di espressione di una sola preferenza in uno spazio diverso da quello della lista di appartenenza, il voto è comunque valido (es. Bianchi candidato della lista n. 1 ma erroneamente inserito negli spazi della lista n. 2). In tal caso il voto è assegnato al candidato, alla lista cui appartiene il candidato e al candidato Presidente collegato a tale lista.
  6. Si possono votare due preferenze che riguardano candidati della stessa lista ma di sesso diverso. In tal caso il voto è assegnato ad entrambi i candidati, alla lista di appartenenza ed al relativo candidato Presidente collegato a tale lista. Se si esprimono due preferenze che riguardano candidati della stessa lista ma dello stesso sesso, la seconda preferenza è annullata.

venerdì 19 giugno 2020

Didattica a distanza: dalla DAD al PIA e al PAI

Tutto diverso, tutto uguale






Agli infiniti acronimi usati quotidianamente ** nella scuola da tre mesi si è aggiunta una nuova nata, la DAD, che come l'originale DADA ha rischiato di divenire il corrispondente nonsense moderno, se non fosse stato per la caparbietà, la professionalità e il senso del dovere di molti insegnanti. 

Non so se siano la maggioranza, sicuramente molti, ma pochi hanno saputo reinterpretare al massimo le potenzialità di quello che sembrava essere un ulteriore evanescente e dimenticabilissimo acronimo e invece è divenuto l'incombente tormentone e la tragica quotidiana realtà di tutte le famiglie italiane (quelle degli insegnanti e quelle degli alunni). 

Ma niente di nuovo sotto il sole: chi ha reinterpretato in modo positivo e costruttivo la nuova necessaria realtà è stato chi lo faceva già da prima in classe, chi nella situazione normale sapeva già cogliere debolezze, stati d'animo, passioni, chi sapeva già suscitare interessi e impegno.

Quindi tutto, apparentemente, diverso ma di fatto tutto uguale a prima, solo con molta più fatica. E di questi eroi del quotidiano, oggi ve ne voglio presentare uno molto particolare. In realtà lo conoscete già se siete tra quelle migliaia di visitatori che hanno letto  questa intervista . 


E nonostante la famigerata DAD Ermanno Signorelli non si è fermato e, tutti da casa, è riuscito a rimettere insieme l'orchestra della scuola media di Mestrino che aveva dovuto fermarsi dopo solo un paio di incontri. 

Nel video che segue il risultato, che non solo è commovente per l'impegno degli "orchestrali" (impagabile le percussioni sostituite dalle pentole di casa!) ma molto dignitoso sul piano musicale, per la geniale orchestrazione e per la pulizia del suono di alcuni musicisti. 


Per chi se lo fosse perso, la settimana scorsa se ne è parlato  anche  al TGR della RAI


** Gli acronimi della scuola:
AD, ADAS, ASL, ATA, BES, CBT, CCNL , CdV, CFP, CIA, CIC, CIG, CIN, CIR, CLIL, CFU, CNP, COE, COI, CS, CTP, DB, DDAI, DOP, DOS, DS, DSA,DSGA, DURC, DUVRI, DVR, E.L.I.S.A., ESABAC, FAD, FIS, FIT, FS, GAE, GAV, GLH, GLI, GMRE, INDIRE, INVALSI, IOL, IRRE, LIM, MAD, MEPA, MOF, NAV, NAV, NIV, OSA, PAS, PDF, PDM, PDP, PNSD, PON, PDP o PEP, PEI, POR, PPST, RAV, RID, RSU, SIDI, SMIM, SPID, TAR, TFA, TFR, TFS, TU, UDA, UDP, USR, UST

domenica 23 febbraio 2020

Una scuola elementare a Bamako




Conoscere Boubacar servirebbe a molti per cancellare ogni tipo di  pregiudizio. Io ho avuto la fortuna di incontrarlo quando, ormai sei anni fa, aiutavo un gruppo di uomini e di ragazzi appena arrivati da Pozzallo ad imparare i primi elementi dell'italiano. 
Boubacar era uno di questi, partito dal Mali quando la Libia aveva appena smesso di essere un miraggio di benessere e di lavoro per le popolazioni sub sahariane. Nel 2014 ancora le condizioni dei migranti in Libia provenienti dai paesi al sud dell'equatore non erano pesanti come adesso: qualcuno arrivava già con il denaro per ottenere l'imbarco, qualcun altro se lo procurava lavorando. Boubacar non racconta esperienze particolarmente drammatiche legate all'attraversamento del deserto, alla permanenza in Libia e al passaggio del Mediterraneo, ma sicuramente anche allora non si trattava di una passeggiata né di una gita turistica. 

Fatto sta che Boubacar, lasciato un lavoro di trasportatore in giro per l'Africa, non più possibile a causa delle sempre più frequenti incursioni degli estremisti islamici, decide di tentare la fortuna emigrando. 
Arrivato a Pozzallo ha la fortuna di essere smistato a Padova e di venire a contatto con la comunità di sant'Egidio, con cui lui, profugo, si prodiga per aiutare i senza tetto di Padova con coperte e bevande calde per l'inverno.
Boubacar è musulmano, un musulmano caritatevole, aperto alle altre religioni, come è uso nel suo paese dove cristiani e musulmani spesso festeggiano insieme le rispettive feste;  un bravo ragazzo, insomma, come quelli di una volta, che si affianca alle migliaia di volontari padovani.
Presto si integra, diventa a sua volta operatore di un centro di accoglienza, talvolta andando anche oltre ai suoi compiti e spingendosi a socializzare ed aiutare gli anziani del quartiere. Posso testimoniare che alla commemorazione per la morte di sua madre parteciparono diverse signore del quartiere in cui lavorava.  
Un bravo ragazzo, ma molto attento alla realtà che lo circonda, capace di comprenderne i risvolti positivi e negativi e capace di coglierne le opportunità di ogni tipo: a Padova, tra l'altro si sposa con una ragazza italiana e si circonda di molti amici da cui riceve ed a cui dà molto.
Raggiunta una certa tranquillità lavorativa ed economica non smette di pensare alla sua terra d'origine e matura il desiderio di agire, di costruire: cosa meglio di un luogo per accogliere i bambini che altrimenti resterebbero per strada o  nelle scuole coraniche diventando talibè?
Acquista quindi un terreno in un piccolo comune agricolo vicino a Bamako e avvia la costruzione di un piccolo edificio.
Ma la storia è appena iniziata. Tra i tanti amici di Boubacar c'è Massimo Sommacampagna, un funzionario di banca padovano. Con lui Boubacar parla del suo sogno di ingrandire il progetto iniziale, già avviato e di farlo diventare una vera e propria scuola elementare.
Massimo ad un certo punto si ammala gravemente e dopo pochi mesi, assistito da Boubacar lascia questa terra.
Le conversazioni tra i due però non erano restate lettera morta; subito dopo la scomparsa di Massimo, Boubacar apprende che era ferma volontà del defunto collaborare al suo sogno. E da lì parte la ricerca di ulteriori fondi e di appoggi bancari, nonché l'elaborazione del progetto edilizio per una scuola vera e propria, capace di accogliere 800 alunni.
Tralascio le mille incombenze burocratiche in Italia e nel Mali e vi racconto solo una piccola curiosità, che aiuta a comprendere quali siano le reali condizioni dell'istruzione in Africa e il retrostante livello economico. Un primo progetto, elaborato in Italia prevedeva classi per 40 bambini; una supervisione fatta da un ingegnere maliano suggeriva di portare il numero sino a 70/80 per classe! questi i numeri ordinari per una classe elementare a 20 chilometri da Bamako, con qualche possibilità di essere poi fornita di insegnanti regolari!

In conclusione faccio un appello a tutti gli amici e non che hanno figli in classi "pollaio" con 25 alunni, a quelli per i quali il principio di "aiutarli a casa loro" è uno stile di vita e non uno slogan, a chi ha qualcosa che gli avanza, anche poco (10-50 euro in Mali sono una fortuna!), a chi ha molto che gli avanza..a chi crede nell'istruzione come elemento di liberazione dell'umanità dalla schiavitù e dalla povertà, agli  uomini e alle donne di scuola, ai genitori, ai dirigenti scolastici, ai volontari, agli operatori del sociale, ai semplici cittadini che vogliono resistere all'imbarbarimento della società: appena sarà aperta la piattaforma ad hoc, di cui vi daremo presto notizia, donate quanto potete senza paura, mai un euro sarà stato così ben speso! (Segue)

Per saperne di più sul Mali:
Profughi, clandestini o? esseri umani..

La vita quotidiana nel Mali, filmato

lunedì 12 agosto 2019

Brindisi, città dell'accoglienza, 1


1915:   Il salvataggio dell'esercito serbo.





Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

"L’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità". Così scrive Pedrag Matvejevic nel suo "Mediterraneo, un nuovo breviario"; allo stesso modo introduce le sue memorie Giuseppe Marchionna, il sindaco "ragazzino" che si trovò ad affrontare nel marzo del 1991 l'ondata di arrivi a Brindisi di migliaia di albanesi. 
Ma Brindisi non era nuova a grandi manifestazioni di generosità ed accoglienza tutta mediterranea.

Sfregiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e dalla chiusura successiva delle centinaia di cantine vitivinicole, che rimangono come scheletri osceni e putrefatti sulla strada per san Vito, testimoni di una ormai antica ricchezza, Brindisi appare oggi popolana e altera, prigioniera dell'antica nobiltà ma anche alla ricerca di nuove vie.  E' una città apparentemente sonnolenta, ma ricca di iniziative sociali e culturali che con la nuova amministrazione  di Riccardo Rossi hanno ripreso slancio. 

Nelle calde serate estive si ritrova tutta in corso Garibaldi e scende sino al mare, una "riva" meravigliosa che guarda il grande porto naturale bicefalo e che nulla ha da invidiare a marine più famose. 
Le colonne romane sono cornice naturale, lo sguardo si spinge al monumento al marinaio, anch'esso testimone di una più recente grandezza e al Casale verdeggiante, da cui il vaporetto, come a Venezia, fa continuamente fa la spola: un angolo di mondo che è difficile non portare nel cuore anche se si è lontani.   

Sullo sfondo: la Capitaneria di Porto.

Però pochissimi anche tra i brindisini di lungo corso, durante le loro passeggiate al porto o in attesa del traghetto per il Casale,  notano le lapidi murate  alla facciata della capitaneria di porto. 

Eppure queste testimoniano in poche parole di che materia sia fatta l'anima della città e come venga da lontano la sua tradizione di ospitalità e generosità e l'efficienza della sua Marina.

Nel dicembre del 1915, sotto l'offensiva austroungarica, l'esercito serbo in rotta si era rifugiato in Albania le cui coste erano presidiate dalle navi italiane. Nella fuga verso sud erano morti 300.000 soldati; i superstiti, circa 115.000, unitamente a 60.000 civili e a 20.000 prigionieri austriaci vennero traghettati, con una gigantesca operazione umanitaria dal porto di Valona a Brindisi. A Brindisi sbarcarono anche i regnanti di Serbia e Montenegro.
L'operazione fu guidata dal comandante in capo dell'Armata navale il Duca degli Abruzzi, che coordinava l'intervento di 102 navi italiane, 25 navi francesi e 11 inglesi. 
Si trattò di un'operazione insieme strategica ed umanitaria. Strategica perché in seguito la Serbia avrebbe potuto ricostituire il proprio esercito contribuendo alla conclusione positiva della guerra. Umanitaria, non solo verso gli alleati in pericolo, ma anche verso i 20.000 prigionieri austriaci, in precarie condizioni sanitarie e  ammalati di  tifo e il colera. 
Gli austriaci furono dirottati in un campo costruito ad hoc nell’isola dell’Asinara, in cui rimasero sotto le cure dei medici, sempre disponibili a salvare vite umane, e dell'esercito italiano  sino alla fine della guerra. 

Così si usava una volta! 

La storia ha un piccolo epilogo: a distanza di 8 anni, nel febbraio del 1924 venne organizzata a Brindisi una grande manifestazione popolare in ricordo degli sforzi eroici della nostra Marina. Parteciparono ampie rappresentanze politiche serbe.  Il mese precedente era stata risolta la questione fiumana grazie al diplomatico Salvatore Contarini, che era riuscito miracolosamente a proseguire, agli albori del fascismo, la politica balcanica di amicizia perseguita in precedenza dalla stato liberale. 

Durò poco: nel gennaio del 1925, dopo avere vinto a "suo modo" le elezioni politiche del 1924, Mussolini instaurò la dittatura. Nel frattempo il fascismo di confine aveva iniziato in Istria la deprecabile opera di italianizzazione forzata sotto la spinta del più sfrenato e miope nazionalismo: sappiamo come andò a finire. (P.A.M.) (segue) 





mercoledì 30 gennaio 2019

Nave Diciotti, 2

Sea Watch III, la storia si ripete


Un ministro è svincolato dalla legge? 




segue da: Nave Diciotti, 1



Inizia lo scaricabarile tra Salvini e Malta; si arriva  così al terzo giorno di stallo, a mezzo miglio da Lampedusa.
  • Il 19 sera il comando generale delle capitanerie ordina alla Diciotti di dirigersi a Pozzallo, dove la nave arriva dopo 12 ore di navigazione.
  • Il 20 agosto con quello che dall’esterno appare  puro sadismo la Diciotti viene spostata a 20 miglia da Catania; dopo sette ore viene ordinato di entrare a Catania, dove alle 23.49 attracca ma con l’ordine di “non calare la passerella e lo scalandrone”.
  • 22 agosto, dopo due giorni di selfie  e ostentato celodurismo, su istanza scritta del Procuratore della Repubblica presso il Tribunale dei minori, viene autorizzato lo sbarco dei soli minori non accompagnati.
  • Il 24 agosto l’IMCRR di Roma invia la terza richiesta di POS al dipartimento per le “libertà civili” del ministero degli Interni.
  • Il 25 agosto, nel pomeriggio,  ulteriore assunzione di responsabilità del comandante di nave Diciotti che attiva il Medevac per altri 6 migranti in stato di salute preoccupante. Solo a tarda notte viene autorizzato lo sbarco di tutti i naufraghi. Sì, naufraghi, questo piccolo dettaglio non va dimenticato; non vanno chiamati clandestini e neppure migranti irregolari: sono naufraghi, naufraghi del mare e dell’assenza di umanità. In realtà,  senza scomodare alcun sacro principio, in questa vicenda surreale, giocata esclusivamente per tenere alta la tensione del “popolo” sembra che sia naufragato anche il semplice buonsenso e il senso della misura, della proporzionalità tra mezzi e fini e in fin dei conti anche il nesso logico tra causa ed effetto.
Quadro normativo di riferimento: il procedimento di sbarco e le competenze amministrative.
Questo è l’argomento, molto complesso,  trattato nella seconda parte della relazione del Tribunale.
Si tratta di un aggrovigliato intreccio di accordi internazionali e di protocolli nazionali, che viene riportato integralmente di seguito.
Per chi ha fretta basta soffermarsi sulla definizione di POS: 
 "una località dove le operazioni di soccorso si considerino concluse e dove: 
a)la sicurezza dei sopravvissuti o la loro vita non sia più minacciata; 
b) le necessità umane primarie (come cibo, alloggio e cure mediche) possano essere soddisfatte;
c) possa essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale."

Da leggere sicuramente le due ultime pagine dove viene richiamato puntualmente nell'individuazione del POS la responsabilità del dipartimento per le libertà civili e per l'immigrazione, che fa capo al Ministero dell'Interno. 


In questi giorni con l'obiettivo di disinnescare le contraddizioni tra i due contraenti del "contratto" di governo, il presidente del Consiglio va dichiarando di essere stato non succube del bullismo di Salvini, come tutti avevano pensato, ma addirittura complice, con tutti i componenti del governo. Cadrà così l'ultimo velo fasullo della diversità, per mere considerazioni di conservazione del potere, ma in coerenza, va ammesso, con le esternazioni di chi, ancora all'opposizione, ha iniziato la guerra alle ONG, definendole "taxi del mare".  












  Segue..

lunedì 28 gennaio 2019

Nave Diciotti, 1

I profughi durante la pacchia nel porto di Catania



Processo a Salvini







Un amico avvocato mi ha inviato la copia integrale della relazione del tribunale di Catania, sezione "reati ministeriali" sul caso Salvini/Diciotti,  trasmessa al Procuratore della Repubblica affinchè chieda l'autorizzazione a procedere nei confronti del ministro degli Interni.   
Nonostante io non sia un esperto di diritto, ho fatto quello che dovrebbero fare (e in gran parte non faranno) i 315 senatori che tra qualche mese saranno chiamati a decidere sulla procedibilità, valutando in maniera insindacabile se l'inquisito abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell'esercizio della funzione di governo.

Non lo faranno, non perché non abbiano una coscienza etica o perché non sappiano leggere (vabbè alcuni sì..) ma perché si atterranno a mere considerazioni di carattere politico, ad accordi tra i gruppi, a scambi di favori o in taluni casi alle indicazioni dei sondaggi o peggio alla velina inviata dalla ditta.

Devo ammettere che non è stata una lettura facile, si tratta di ben 53 pagine ma ne è valsa la pena.
Ripercorriamo innanzitutto la tempistica degli eventi e sfatiamo alcune notizie fasulle circolate sui media. 
La nave U. Diciotti (l'ammiraglio Diciotti fu un eroe della marina che non aderì alla repubblica di Salò) il 16 agosto 2018 salva in zona SAR maltese 190 migranti, che sono stati trattenuti a bordo della stessa sino al 26 agosto per un'intera settimana dopo l'attracco della nave al porto di Catania.
Il tribunale dei ministri di Palermo con precedente provvedimento aveva escluso responsabilità del ministro per il periodo intercorrente tra il momento del salvataggio e il 19 agosto, opponendo la propria incompetenza territoriale per i fatti successivi,  dal 20 al 25 (quando, cioè la nave era attraccata al porto di Catania).
La Procura, immagino il procuratore capo Carmelo Zuccaro (quello  che sostiene di avere le prove della complicità delle ong con i trafficanti, ma di non poterle utilizzare in giudizio: cioè non ce le ha..), in prima battuta, il 29 ottobre, chiede di disporre l'archiviazione "per infondatezza della notizia di reato". 
Il tribunale dei ministri, per giungere alla definitiva deliberazione,  espleta ulteriori indagini preliminari,  assumendo a s.i.t. (sommarie informazioni testimoniali) il  Questore, il Prefetto e il Comandante della Capitaneria di Porto di Catania, nonché il Capo di Gabinetto del Ministero dell’Interno ed il Vice Capo di  Gabinetto Vicario del Ministero. 
Fatto questo, rimanda per il parere gli atti alla Procura, che il 26 novembre reitera l'istanza di archiviazione.  Nel contempo il ministro dell'interno, occupatissimo con nutella, salcicce, pizzate e cambi di felpa, non chiede di essere sentito ne deposita memorie scritte. 

Salvini non è indagato per aver fatto il bullo con Malta.

Facciamo parlare i giudici: 


Quindi il tribunale dei ministri, obtorto collo come si vedrà in seguito, accoglie le motivazioni dell'archiviazione del tribunale di Palermo per il periodo passato in mare sino al 19 agosto, ma per i giorni successivi ci va giù pesante. In altre parole, Salvini non è imputato per il sia pur controverso braccio di ferro con Malta, ma per l'inutile ulteriore vessazione, messa in atto dopo l'attracco, nei confronti di persone stremate ed inermi.  I poveri senatori dovranno arrampicarsi sugli specchi per sostenere che quei poveracci rappresentassero un pericolo per la sicurezza dello stato o che il "felpa" abbia tutelato un "interesse dello Stato  costituzionalmente rilevante". 

Ricostruzione dei fatti avvenuti in mare.
Conviene ripercorrerli, perché anche se dopo è avvenuto di peggio, non sono certo da sottovalutare. Ancora non era stata dichiarata guerra alla Francia, nè alla Germania, nè all'Olanda; il muso duro con Malta era solo l'inizio..

  • 14 agosto, primo allarme alla centrale operativa italiana (IMRCC). Un barcone in grosse difficoltà, dopo un fallito tentativo di intervento della guardia costiera libica sta per entrare in area SAR (search and rescue) maltese;
  • nella notte tra il 14 e il 15 agosto IMRCC allerta la capitaneria di Lampedusa del possibile arrivodel barcone in acque SAR italiane. Nel frattempo Malta, interpellata dagli italiani di IMRCC iniziava a prendere tempo facendo sapere che non si trattava di intervento SAr, in quanto il natante non era in imminente pericolo di affondamento.
  • IMRCC, preso atto dell'atteggiamento attendista di Malta provvedeva a preparare i mezzi di soccorso e a richiedere  preventivamente il POS (place of safety) al dipartimento per le libertà civili e l'immigrazione del Ministero degli Interni. 
  • 16 agosto, di notte, tra le 3 e le 4 del mattino il barcone inizia ad affondare e la guardia costiera italiana decide l'intervento anche se in acque SAR maltesi, stante l'immediato pericolo. Alle 4 di notte, ultimato il salvataggio, le due motovedette della guardia costiera, visto il continuo peggioramento delle condizioni del mare riparavano sotto costa a Lampedusa e iniziavano il trasbordo dei naufraghi su nave Diciotti (143 uomini, 10 donne e 37 minori).
  • Alle 10 del mattino il comandante Kothmeir di nave Diciotti ordina il trasferimento a terra di 13 migranti in gravi condizioni di salute.  
  • Inizia a questo punto la controversia con Malta per l'indicazione del POS.
Fermiamoci un attimo e provate ad immaginare innanzitutto le condizioni dei naufraghi, scampati ai lager libici, scampati all'annegamento, salvati fortunosamente (immaginate operazioni di salvataggio  in acque agitate) caricati su due fragili e oscillanti motovedette, poi trasferiti su una nave solo un po' più grande. Se non avete ancora vomitato solo all'idea poco ci manca.. Ma immaginate anche il coraggio, la professionalità e l'ansia degli uomini del salvataggio, del comandante che deve prendersi lui la responsabilità delle prime decisioni, che potrebbe ritenere concluso il suo compito e invece si trova ad assistere a dispetti da bulli.. e siamo appena al terzo giorno. Segue qui

martedì 15 gennaio 2019

Una storia italiana



Cervelli in fuga



Mi sono imbattuto qualche giorno fa in una lettera a Concita De Gregorio, pubblicata su Repubblica venerdì 11 Gennaio. Poichè non tutti leggono i "giornaloni" (cit.) e non tutti, fortunati loro, frequentano la suburra del web, la pubblico qui per farla conoscere ad un'altra piccola fetta di lettori.
La lettera è particolarmente coinvolgente per chi si è incrociato con questo problema, ma oltre ad essere una perfetta sintesi della storia del nostro paese, che nessun trattato storico o sociologico potrebbe rendere altrettanto bene, concentra in sé l'altissimo valore di un trattato di etica.   
Ho voluto ricopiarla manualmente evitando il facile copia e incolla che pur facilitandomi, mi avrebbe impedito di ripercorrerne i temi e riviverne pienamente l'attualità, seppure con un groppo a fatica contenuto. 

"Sono un medico chirurgo in pensione da qualche mese. Sono nato a Montecilfone, un paesino del Molise, popolato da un gruppo  etnico arberesh e famoso come epicentro del terremoto dello scorso anno. 
Mio padre, in difficoltà economiche, negli anni 60' ha dovuto lasciare la famiglia e partire. E' stato sarto in Germania per 17 anni. Insieme a mio fratello, di qualche anno più piccolo, ho vissuto, come tanti altri ragazzi, un periodo della vita senza la presenza di un padre. Era mamma che gestiva la famiglia alternando affetto e rigore.
Sin da giovanissimo sono stato ossessionato da un sogno: diventare medico.
All'epoca l'università era accessibile solo dal liceo. A quattordici anni decisi che quella sarebbe stata la mia strada. Ero conscio che con le poche risorse della mia famiglia, l'impresa sarebbe stata a dir poco titanica.
Mia madre e tutti i parenti rimasti in paese cercarono di farmi cambiare idea.
Dopo mesi di discussione e qualche punizione, mia madre scrisse a papà.
Lui inviò indietro la mia fiducia sulle mie capacità e la mia testardaggine e posticipò il suo ritorno a casa così da avere soldi per pagare la mia università.
Con la sua assistenza lontana mi sono  rapidamente trovato in mano l'agognata laurea in Medicina.
Impegno e determinazione avevano portato i frutti sperati e trasformato quello che era solo un sogno in una splendida realtà.
Ho trovato lavoro presso la Chirurgia di Ascoli Piceno, dove ho operato per gli scorsi quarant'anni.
Ho sposato Grazia, insegnante della scuola primaria, e ho due figlie: la prima ha il nome di mio padre, è medico e lavora come anestesista a Liverpool, la seconda, ingegnere civile, sta svolgendo un dottorato di ricerca ad Edimburgo.
Come il nonno, anche loro fuori dall'Italia e lontane dalla loro famiglia. Sono tornate entrambe, anche se in tempi differenti, durante queste feste di Natale che sono rapidamente terminate.
Questa mattina, sveglia alle quattro, ho accompagnato una delle mie due figlie all'aeroporto, domani accompagnerò l'altra.
Ai controlli di sicurezza, a salutare i figli in partenza per i luoghi di lavoro o di studio in Italia e all'estero.
Ho guardato i loro occhi e vi ho scorto un misto di soddisfazione e di tristezza.
Oggi, come tutti gli altri giorni, leggo che il reddito di cittadinanza verrà erogato a tutti quei figli che, senza un posto di lavoro, sono rimasti a casa. Sarò un po' assonnato, ma mi sento confuso. Dovrei forse suggerire alle mie figlie di tornare, perché ci sarò uno Stato che le assisterà o devo, ancora una volta, fare affidamento sulla saggezza di padre e suggerire loro che il guadagno e le soddisfazioni si raggiungono solo con il sudore della fronte?"

Articoli correlati:
Cultivo una rosa blanca- Erasmus e altro ancora 

La nuova migrazione italiana -1

mercoledì 26 dicembre 2018

Populismo o fascismo?







Nuovi ducetti crescono 








Il populismo è quella cosa con la quale o senza la quale la.... resta tale e quale.
(Definizione goliardica) 

Il populismo è l'anticamera del fascismo (definizione retrò)

Il populismo consiste nell'appellarsi al popolo per raggiungere obiettivi che non migliorano affatto la vita del popolo, ma che si rivelano esclusivo vantaggio (politico, elettorale, economico) di chi li persegue. (Definizione del populismo contemporaneo italiano).



Gli storici e i politologi ci spiegano che il termine populismo ha mille significati diversi, a seconda delle epoche e dei contesti. Anche la nostra Costituzione, per estensione si potrebbe definire populista (Art. 1- La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione).
Nell'accezione giornalistica corrente si dà del populista a quei leader che poco o nulla hanno del populismo socialisteggiante dell'ottocento o di un Maduro o di un Peron, ma che ugualmente tentano di accreditarsi come interpreti della volontà e delle aspirazioni del popolo. 
Si definiscono avvocato del popolo, si affacciano mussolinianamente ad un balcone, si vestono in divisa e dichiarano al mondo che il popolo è con loro. Quello dei "sessanta milioni di italiani sono con me"  si spinge un po' oltre e, nonostante la sua educazione da buona borghesia e da liceo classico, sbraca sovente e si atteggia a novello duce, che "se ne frega".
Piccoli ducetti crescono per solleticare le caratteristiche stratificatesi nei secoli nel perfetto italiano medio: l'eterna attesa che qualcuno da fuori gli risolva i problemi, il substrato reazionario da uomo d'ordine e di apparenza, da buon cattolico che in privato sa farsi gli affari propri, del cretino che ha fatto le scuole alte e magari ha rimediato una laurea, ma cretino resta perchè non va oltre la sua microspecializzazione. E sentirsi rappresentato ed interpretato da cretini di successo, piace all'italiano medio, al popolo forgiato dalle televisioni berlusconiane e  dall'insipienza della sinistra, poi "istruito" dalle magnifiche iperboli grilline del sacro blog ed ammesso democraticamente alla piazza mediatica, (vedi leoni da tastiera ) . 

Piace perchè non si sente più cretino dei leader, anzi si sente proprio come loro: approssimativo, bugiardo, voltagabbana, fedifrago, mammone, evasore, furbetto, ma gran lavoratore, amante della salsiccia e del tortellino, della divisa, che non potrà indossare perchè bocciato al concorso, di buon cuore purchè lontano dagli occhi, esperto di tutto, come si usava una volta al bar per le formazioni e le tattiche calcistiche e adesso per i vaccini e lo spread. (Questo lo dice lei!)  

Mi accorgo che più o meno nella ricostruzioni dei caratteri che in questo momento di pessimismo mi appaiono dominanti, ho ripercorso alcune delle caratteristiche del fascismo eterno, citate da U. Eco letto qualche anno fa. L'ho ripreso in mano e mi piace riprendere le parole conclusive di Eco :
"Sarebbe confortevole per noi se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: "Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!" Ahimè la vita non è così facile. L'ur-fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme- ogni giorno in ogni parte del mondo. Do ancora la parola a Roosvelt (il discorso sul fascismo eterno fu pronunciato in inglese alla Columbia Univerity): " Oso dire che se la democrazia americana cessasse di progredire come una forza viva, cercando giorno e notte con mezzi pacifici, di migliorare le condizioni dei nostri cittadini, la forza del fascismo crescerà nel nostro paese" (4 novembre 1938)..      

L'idea di Eco di un fascismo strisciante e mimetizzato sotto svariate forme, le cui caratteristiche intrinseche richiamano però quelle del vero fascismo, ha avuto anche molte critiche tra cui quelle di Alberto De Bernardi nel suo nuovo saggio sul fascismo. 
De Bernardi su Radio Radicale

Recentemente Simonetta Fiori gli ha risposto su  Repubblica.

E’ legittimo evocare oggi il fantasma del fascismo? Di fronte al sovranismo xenofobo che occupa lo spazio politico italiano ha senso richiamare l’esperienza storica del regime mussoliniano? L’abuso della parola “fascismo” – con il risvolto grottesco dei fascistometri e dei giochi di società – sollecita la giusta reazione di molti studiosi che ci richiamano a una corretta interpretazione della storia. È evidente che al di là delle assonanze il paragone non regge: troppo distante il collasso dello Stato liberale negli anni Venti del XX secolo dalla crisi della democrazia nel XXI secolo riconducibile alla globalizzazione dell’economia e del mercato. L’allarme fascista suonato a vanvera – obiettano questi storici – finisce per annacquare la carica totalitaria del ventennio nero. E quando per ”fascista” si intende tutto ciò che è sgradevole, siamo completamente fuori dalla storia. Già nel 1946 George Orwell lamentava che «la parola fascismo ha perso significato, designando semplicemente qualcosa di indesiderabile». La citazione è contenuta in un intelligente saggio ora pubblicato da Donzelli, Fascismo e antifascismo, ad opera di Alberto De Bernardi, che ha presieduto fino al giugno scorso l’Istituto storico nazionale della Resistenza. De Bernardi appartiene al novero degli studiosi che respinge con fondati argomenti l’accostamento del fascismo storico all'attuale governo giallo-verde. Ma la sua critica si allarga anche all'uso metastorico del fascismo praticato da Umberto Eco nel suo Eternal Fascism – il discorso tenuto alla Columbia University nel 1995 – secondo il quale esistono degli archetipi come l’esaltazione del sangue e della  terra, il disprezzo per la cultura, il razzismo, la paura del diverso, l’antiparlamentarismo, l’irrazionalismo, l’antipacifismo, che come un fiume carsico circolano nei bassifondi della storia europea. A De Bernardi questa teoria dell'”Ur fascismo”, del “fascismo originario ed eterno”, appare di grande potenza simbolica tuttavia rischiosa, soprattutto nell'enfasi retorica e nei riflessi ideologici condizionati che possono derivarne («se ogni avversario di oggi è la reincarnazione di quello del passato, quale strategia si mette in atto per sconfiggerlo?»). Ma non rinuncia a farne oggetto di un’interpretazione storica: la percezione così diffusa del fascismo è comunque un fatto di cui lo studioso non può non tenere conto. E la sua spiegazione del perché questi fantasmi resistano tenacemente nell'immaginario di intellettuali, scrittori, giornalisti è affidata a un lungo periplo intorno al fascismo e all'antifascismo nella memoria pubblica italiana, con un approdo conclusivo: la difficoltà della storiografia e delle culture democratiche di fare i conti con la complessità dell’esperimento totalitario. Una difficoltà dispiegata in due direzioni diverse e opposte: sia nel protratto disconoscimento della modernità del regime mussoliniano sia nel suo annacquamento in banale governo autoritario. Quindi la colpa del passato che non passa, secondo De Bernardi, non è da attribuire solo a coloro che defascistizzano il fascismo, ma anche a chi agita la bandiera dell’eterna Resistenza, indicando piste false nel segno di un uso distorto della storia. L’auspicio finale è che la parola fascismo esca dal dibattito politico e che anche l’antifascismo si risolva pienamente in “una democrazia senza aggettivi” (in apertura De Bernardi definisce l’antifascismo un “di più etico-politico” di cui non hanno bisogno i paesi di più matura tradizione democratica come Germania, Francia o Stati Uniti). A parte la raffigurazione a tratti caricaturale dell’antifascismo e della sinistra intellettuale – non è solo quella che pascola tra i robivecchi ripetendo luoghi comuni sulla maledizione antropologica degli italiani: proprio nella storiografia italiana De Bernardi dovrebbe aver trovato più di una smentita – il nodo insoluto del saggio di De Bernardi risiede nella mancata risposta a una domanda. Oggi l’Italia rischia di battere un nuovo primato esprimendo nel ministro Salvini il leader europeo del populismo sovranista xenofobo che minaccia Bruxelles. Così come negli anni Venti del secolo precedente abbiamo inventato il fascismo esportandolo nel mondo. E negli anni Novanta abbiamo dato avvio al primo esperimento europeo di populismo telecratico con il volto sorridente di Berlusconi. Un fervore innovativo – nell'ambito della politologia – che pone una questione storiografica: esiste un filo rosso tra queste diverse esperienze politiche? Non esiste affatto, trattandosi di fenomeni storici incomparabili, ma allora come spiegare la nostra persistente inventiva nel segno della fragilità democratica? E siamo sicuri che il razzismo di oggi non abbia nulla a che fare con quello dei padri fascisti colonizzatori e con il nostro mancato esame di coscienza? In attesa che gli storici provino a darci una risposta convincente, ci teniamo stretto “il fascismo eterno” di Umberto Eco. Sarà pure rischioso navigare con le tavole metastoriche, ma è difficile non vedervi riflesso il buio di oggi.



domenica 11 novembre 2018

Il concorso "Proviamo insieme?".


Una goccia di bellezza in un mare di stupidità..







Dal blog: Associazione Storia e Vita
Una finale tra Ensemble  di altissimo livello
Sei mesi fa abbiamo lanciato l'idea un po' folle, o tale ci appariva in quel momento, di portare in provincia un concorso musicale di alta qualità per sostenere i giovani musicisti desiderosi di approfondire la propria formazione. 
Abbiamo partecipato a bandi indetti da illustri fondazioni bancarie, dai comuni, siamo andati alla ricerca di mecenati e di sponsor. 
Alla fine qualcuno ci ha risposto, anche se purtroppo abbiamo dovuto ridimensionare il progetto iniziale molto ambizioso: Aspiag-Service (Despar, Eurospar e Interspar) e soprattutto la Fondazione Musicale Omizzolo-Peruzzi benemerita associazione padovana (vedi riquadro in fondo) che ha messo a disposizione i fondi per le borse di studio.
Non sono mancati gli incoraggiamenti morali e materiali di Pierluigi Vergati, di Carmelo Gaudino della ditta Castellan Pianoforti, della Pasticceria Paccagnella, del bravo tecnico Mario di PCApposto, della tipografia Turato, che ha curato la grafica e la stampa della pubblicità cartacea.
Indispensabili si sono rivelati i consigli del prof.  Vitale Fano, direttore artistico della Fondazione e della prof.ssa Cecilia Franchini del Conservatorio di Venezia, la collaborazione di Alessia Toffanin e di Alessandro Fagiuoli per la messa a punto della commissione di esperti. 
Non sono mancati sino all'ultimo momento i timori per il rischio di mancate iscrizioni, ma i risultati, alla fine, sono stati superiori ad ogni aspettativa.
Sabato scorso, infatti, si sono presentati alla commissione quattro gruppi di alta se non altissima qualità, che hanno reso complicato stilare la graduatoria, fatta eccezione per il primo posto. Ecco comunque i risultati.
  • Primo classificato "Trio Antenore" con punti 96/100, con Davide Scarabottolo al piano, Tommaso Scimemi al violino e Pietro Scimemi al violoncello.  
  • Secondi ex-aequo "Quintetto Fuori Luogo" e "Trio Kijama" con punti 86/100.
  • Terzo classificato "Quartetto Aura" con punti 82/100.

La commissione era composta da:
  • Stefano Antonello, docente di violino presso il Conservatorio "A. Pedrollo" di Vicenza e concertista.
  • Alessandro Fagiuoli, docente di violino presso il liceo musicale “C. Marchesi” di Padova e concertista.
  • Carlos Gubert, pianista, direttore d'orchestra.
  • Giacomo Miglioranzi, docente di pianoforte presso il liceo musicale “M. Polo” di Venezia e concertista.
  • Vincenzo Paci, primo clarinetto dell'Orchestra del Teatro La Fenice (assente per un incidente).


La Fondazione Musicale Omizzolo Peruzzi nasce nel 2012 per volontà dei soci fondatori Elio Peruzzi ed Enrica Omizzolo, come naturale prosecuzione dell'attività del Centro Culturale Musicale "Silvio Omizzolo", nato nel 1997 per mantenere vivo il ricordo del Maestro Silvio Omizzolo promuovendo iniziative culturali e musicali: rassegne, concerti, mostre, conferenze, pubblicazioni di cd, festival, concorsi. Gli eventi realizzati in questo periodo hanno raggiunto il duplice risultato di portare a Padova e a Venezia concertisti di altissimo livello e di far conoscere la musica di Omizzolo alle figure più importanti del concertismo internazionale.

Informazioni

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Parte delle immagini, loghi, contributi audio o video e testi usati in questo blog viene dalla Rete e i diritti d'autore appartengono ai rispettivi proprietari. Il blog non è responsabile dei commenti inseriti dagli utenti e lettori occasionali.