Visualizzazione post con etichetta commenti d'autore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta commenti d'autore. Mostra tutti i post

martedì 27 gennaio 2015

Giornata della memoria

Hanna Arendt



    

        La banalità del male












""Quel che ora penso veramente è che il male non è mai 'radicale', ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. Esso 'sfida' come ho detto, il pensiero, perché il pensiero cerca di raggiungere la profondità, di andare alle radici, e nel momento in cui cerca il male, è frustrato perché non trova nulla. Questa è la sua 'banalità'. Solo il bene è profondo e può essere radicale.""



Nel 1961 Hannah Arendt seguì le 120 sedute del processo Eichmann Eichmann, il criminale nazista che , aveva coordinato l'organizzazione dei trasferimenti degli ebrei verso i vari campi di concentramento e di sterminio. Nel maggio 1960 era stato catturato in Argentina, dove si era rifugiato, da agenti israeliani e portato a Gerusalemme. Processato da un tribunale israeliano, nella sua difesa tenne a precisare che, in fondo, si era occupato "soltanto di trasporti". Fu condannato a morte mediante impiccagione e la sentenza fu eseguita il 31 maggio del 1962. 
Il resoconto di quel processo e le considerazioni che lo concludevano furono pubblicate su una e poi riunite nel 1963 nel libro "La banalità del male" 
Nel libro la Arendt analizza i modi in cui la facoltà di pensare può evitare le azioni malvagie. 
Sostiene che "le azioni commesse dai nazisti erano mostruose, ma chi le faceva era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso". 
L'immagine di Eichmann sembra essere quella di un uomo comune, caratterizzato dalla sua superficialità e mediocrità che lasciano stupiti se si pensa all'enormità del male commesso.
Ciò che la Arendt scorge in Eichmann non é neppure stupidità ma qualcosa di completamente negativo: l'incapacità di pensare. 

In un altro testo (L'origine del totalitarismo) la Arendt si domanda come sia stato possibile che solo poche persone non abbiano aderito al regime nazista e in più si chiede come abbiano fatto queste poche a resistere, malgrado le coercizioni e i terribili rischi.
A tale domanda risponde in maniera semplice: i non partecipanti, chiamati irresponsabili dalla maggioranza, sono gli unici che osano essere "giudicati da loro stessi"; e sono capaci di farlo non perché posseggano un miglior sistema di valori o perché i vecchi standard di "giusto e sbagliato" siano fermamente radicati nella loro mente e nella loro coscienza, ma perché essi si domandano fino a che punto essi sarebbero capaci di vivere in pace con loro stessi dopo aver commesso certe azioni.

 Questa capacità non necessita di una elevata intelligenza ma semplicemente dell'abitudine a vivere insieme, e in particolare con se stessi,  occupati in un dialogo silenzioso tra io e io, che da Socrate in poi è stato chiamato "pensare". 
L'incapacità di pensare non è stupidità: può essere presente nelle persone più intelligenti e la malvagità non è la sua causa, ma è necessaria per causare grande male. 
Dunque l'uso del pensiero previene il male. La capacità di pensare ha  la potenzialità di mettere l'uomo di fronte ad un quadro bianco senza bene o male, senza giusto o sbagliato, ma semplicemente attivando in lui la condizione per stabilire un dialogo con se stesso e permettendogli dunque di elaborare un giudizio circa tali eventi.

lunedì 12 gennaio 2015

Le origini del terrorismo islamista, 2









Mi dispiace, ma io non sono Charlie! 

per gentile concessione di  Severino Proserpio












Segue da: Parte prima



Chi non aveva terroristi islamici da arrestare se li inventava. Tutti volevano avere la loro minaccia il loro mini attacco. Non fu mai chiaro né chi né perché né come furono eseguiti gli attentati di quel giorno ma cadevano a fagiolo per giustificare le nuove politiche di controllo militare dell'area del medio oriente volute dai neo-cons americani. Sono ormai 14 anni che va avanti la loro war on terror e non ha prodotto che sempre più terror e sempre nuove wars.

Ma poi i Neo-cons se ne sono andati e arriva Obama, che dice di voler ritirare le truppe e se ne va al Cairo e fa un discorso lungo e forte in cui dice che tende la sua mano per aiutare alla creazione di un “Nuovo medioriente”. Poco dopo quel discorso le piazze arabe cominciano a muoversi. Il mondo scopre che nel mondo arabo non ci sono solo militari baffuti e ribelli barbuti. In mezzo ci sono popoli colorati e variegati che aspirano, tutto sommato, alle stesse cose di tutti i popoli: dignità, libertà, benessere...
Gli islamisti sono del tutto assenti dalle piazze o quasi. Comunque non hanno l'iniziativa. Seguono qualche volta. Qualche volta si ritirano. Ma il “La” lo danno giovani laici, colti e amanti della libertà e dei diritti umani.

Ma questo non soddisfa tutti, sembra. Già nel maggio del 2011, i servizi segreti russi (generalmente ben informati per quel che mi risulta) davano l'allarme sull'imminente ricostruzione di reti integraliste internazionali sotto il commando dello specialista saudita in materia: il principe Bandar Assudairi Ben Saud, artefice di vari gruppi e varie guerriglie islamiste attraverso il mondo. L'obiettivo riportare l'islamismo politico alla testa delle rivolte. L'informazione fu ripresa soltanto dalla rete Voltaire, ufficialmente classificata nel rango dei complottisti e tutti fecero finta di niente.
Oggi tutto quello che era previsto in quell'avvertimento si è avverato e anche di più.
In Libia un comandante “ex” Al Qaeda alla testa di un esercito armato dal Qatar e l'Arabia Saudita e addestrato dalla CIA prende la città di Tripoli che le milizie tribali non riuscivano a conquistare e il paese diventa una specie di territorio liberato per i gruppi armati di ogni tipo. In Yemen l'Arabia Saudita rimette il vecchio regime in piedi ma stranamente gruppi armati spuntano ovunque come funghi. In Egitto e Tunisia i fratelli musulmani sono portati al potere su un tappeto di petrodollari. In Siria non ne parliamo... Il resto della storia lo sappiamo.
Nel frattempo in occidente le moschee (non tutte per fortuna ma quelle più estremiste e che sarebbero in teoria anche quelle più monitorate dai servizi) hanno ripreso a diventare luoghi di raccolta fondi e reclutamento. Domani forse se qualche giudice indaga troppo da vicino sul perché, potrà esserci più di un nuovo caso Abu Omar. E poi adesso, da meno di un anno, tutti a gridare al lupo. Ma a che gioco giochiamo. Qualcuno ce lo può spiegare?
Sono ormai 30 anni che i servizi di tutto il mondo giocano come si gioca con il fuoco con i gruppi integralisti. Sono controllati, sono infiltrati, sono gonfiati quando servono e sgonfiati quando non servono. Del resto è quello che si è anche fatto e che si continua a fare con vari gruppi estremisti di destra e di sinistra dalla seconda guerra in qua. Chi si ricorda della sigla Stay behind e dei finti attentati (ma con veri morti) attraverso tutta Europa sa di che sto parlando.
Oggi c'è bisogno di far salire la posta in gioco. La crisi chiede guerre. Le nuove guerre per il controllo del Medio Oriente hanno bisogno di legittimità. La crisi ha sputtanato tutta la classe politica europea e solo la salita degli estremismi di destra può spingere la gente a rivotarli di nuovo. Non ti piace Renzi ma siccome c'è il rischio Salvini (chi sa come mai è sempre in Tv quello?) allora ci vai e lo voti. Del resto anche le reti dell'integralismo armato hanno bisogno di far salire il livello di tensione. Chi vive di violenza e per la violenza ne ha bisogno come dell'ossigeno. Stanno nella stessa logica anche loro.
E allora adesso, commesso il fattaccio, tutti i fascistoidi, che avrebbero volentieri fatto esplodere la testa al gruppo Charlie Hebdo per le vecchie posizioni antifasciste o per le loro posizioni sull'omosessualità e altri temi del genere... Tutti hanno già pubblicato sulle loro bacheche messaggi di cordoglio e tutti piangono lacrime di coccodrillo su questa Europa, che loro vorrebbero libera, ma che è minacciata dai musulmani, dagli africani, dagli asiatici, portatori di valori antidemocratici!!!!!! E sui set televisivi hanno già cominciato a raccogliere i frutti di questa vera e propria manna politica servita loro su un piatto... di piombo.
É per non fare parte di questo gigantesco teatrino delle emozioni su ordinazione, degli sgomenti selettivi, della solidarietà di facciata, delle amnesie collettive e dell'ipocrisia generalizzata che non metterò bandiera nera, né scriverò “Io son Charlie”.
 Io non sono Charlie. Lo sono stato da piccolo, quando anche Charlie era Charlie. Oggi non lo siamo più né lui né io.
Oggi Charlie non fa più ridere nessuno e a me mi viene voglia di piangere, ma da solo, ma in disparte. Mi vien da piangere, ma non solo per Wolinski o per i suoi colleghi. Mi vien da piangere per tutti i morti di questa sordida storia. Mi vien da piangere per le centinaia di migliaia di morti durante la guerra sporca in Algeria, per gli amici che vi ho perso. Mi vien da piangere per le vittime del world Trade Center, per il mezzo milione di Iracheni, le centinaia di migliaia di afghani, pachistani, per le decine di migliaia di libici, di yemeniti, di palestinesi, per le centinaia di migliaia di persone uccise in Siria, il tutto in una tragica farsa chiamata Scontro di civiltà.
Severino Proserpio

sabato 10 gennaio 2015

Le origini del terrorismo islamista, 1

La  "Primavera araba"
Mi dispiace, ma io non sono Charlie! 
per gentile concessione di  Severino Proserpio







In questo momento l'uccisione delle undici persone e in modo particolare dei giornalisti/artisti nella sede del periodico satirico Charlie Hebdo, sta prendendo le pieghe di un nuovo, mini 11 settembre. E fioccano ovunque messaggi di sgomento, di cordoglio, di solidarietà, di condanna... Anche io sono sgomento, lo sono per ogni persona che muore nel modo in cui sono morti questi ultimi. Sono solidale e feroce sostenitore della libertà di espressione. Sono triste perché alcuni dei vignettisti di Charlie Hebdo (Wolinski in modo particolare, che ho anche conosciuto ad Algeri un secolo fa) mi appassionavano e hanno accompagnato con loro feroce e dissacrante satira tutta la mia adolescenza e i miei desideri di allora (ma anche di oggi) di mandare tutto il mondo a farsi f... 
Ma mi dispiace, io non scriverò che sono Charlie Hebdo. Non metterò una bandiera nera sul mio profilo Facebook e non posterò nessun disegno di Charb e nemmeno di Wolinski che mi piace tanto... E se avete tempo di leggere il mio lungo ragionamento vi spiego il perché. 
Charlie Hebdo nasce nel 1992 ma la squadra che lo fonda viene da una lunga storia di giornali di satira libertaria. Quello che si può considerare come l'antenato di Charlie è “Hara-kiri” dove lavoravano già vari membri dell'attuale redazione. Hara-kiri se la prendeva con i potenti, con De Gaulle, con l'esercito, con la chiesa e fu varie volte chiuso e riaperto sotto varie forme e titoli.
Era divertente, dissacrante, feroce qualche volta. Ma sapeva di quella aria di libertà dell'epoca. Oggi il Charlie Hebdo è cambiato. Lo si compra ancora, qualche volta, perché ha un nome. Il suo pubblico non è più l'operaio o lo studente senza una lira, ma la “gauche-caviar” della Parigi bene.
Negli ultimi anni poi ha preso una linea editoriale apertamente islamofoba. Non è il fatto di prendere ogni tanto in giro una religione. Quello l'ha sempre fatto anche con la chiesa cattolica. Il problema non è qui. Se prendesse in giro i musulmani, l'islam, il profeta, dio o qualsiasi altro persona o simbolo sacro non ci vedrei personalmente niente di sbagliato. Ma le numerose campagne di Charlie Hebdo contro i musulmani, l'islam, i simboli sacri di questa religione sapevano di accanimento. Faceva parte di una certa cultura molto diffusa negli ambienti che una volta erano stati di sinistra e che oggi sono solo sinistramente cinici. Ambienti che hanno definitivamente deciso di stare dalla parte dei forti e che non hanno più nessuna battaglia vera da portare avanti. Una ex sinistra che si è arresa mani e piedi legati alla logica di mercato, al dominio delle banche e ultimamente anche alla retorica dello scontro di civiltà. Una ex sinistra che considera che l'integralismo islamico sia l'unico e ultimo pericolo che minaccia l'umanità. Una ex sinistra che non ha più sogni né progetti del resto e che si accontenta di guardare il mondo dall'alto della sua presunta superiorità culturale.
Ma non è per questo che non metterò nessun segno di cordoglio per i morti di Charlie Hebdo. Non riconosco a nessuno il diritto di ammazzare nessuno in nome di niente e ancor meno in nome di una qualunque discordanza di opinioni. Le mie ragioni sono altre.
L'attacco alla redazione del giornale satirico viene in un momento particolare. Ancora un anno fa non si parlava per niente di integralismo. Era quasi scomparso dalle prime pagine. E se si vedevano immagini di barbuti in armi nelle strade di Tripoli o di Aleppo venivano chiamati “Rivoluzionari”. E si cantavano le lodi di questi bravi ragazzi. Si legge ovunque che i bravi ragazzi ricevono aiuti da tutte le parti. Si legge un po' meno che in Siria i ragazzi prendono il controllo di varie stazioni di estrazione di petrolio e che la Turchia, uno stato membro della Nato glielo compra tranquillamente. Si legge ancora meno che oltre agli aiuti e alle migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo in aiuto dei bravi ragazzi ci sono anche consiglieri militari che insegnano ai bravi ragazzi a combattere...
Poi all'improvviso tutto cambia. Ritornano a chiamarlo terrorismo, le uccisioni di membri delle minoranze finora taciute vengono a gala. I servizi segreti di tutti i paesi della nato (e i loro numerosi alleati) fanno tutti finta di cadere dalle nuvole scoprendo che migliaia di giovani sono partiti dalle loro città per dare man forte ai “rivoluzionari”. Non sapevano nulla, pare. E noi a scandalizzarci con loro.
Sono ormai decenni che questo giochetto va avanti. Le reti che oggi si chiamano Al Qaeda e poi Isis, Boko Haram e compagnia bella sono stati messi in sella in piena guerra fredda in chiave anti-sovietica. I paesi del Golfo persico in collaborazione con la Nato hanno fatto un montaggio finanziario, propagandistico e organizzativo per far arrivare combattenti da ogni dove. Al Qaeda è l'alleato principale della Nato e ovviamente dei paesi del golfo fino agli anni novanta. Poi poco a poco scivola verso l'area di illegalità.
Intanto la guerra fredda stava finendo e Samuel P. Huntington preannunciava un nuovo conflitto e lo battezzava “scontro di civiltà”.
Nel frattempo arriva la guerra d'Algeria. Centinaia di giovani rientrati dall'Afghanistan contribuiscono a formare i primi nuclei dei Gruppi Islamici Armati. Gruppi che, insieme all'esercito algerino (che anche lui non ha scherzato) hanno fatto passare al paese due decenni infernali. Nel frattempo nelle moschee londinesi soprattutto ma anche francesi, italiane tedesche, individui poco raccomandabili predicavano la lotta armata in Algeria e raccoglievano soldi e facevano fare affari d'oro all'industria delle armi. L'Algeria stava uscendo da una era socialista e aveva bisogno di una piccola spintarella per privatizzare le sue enormi risorse energetiche. E come per miracolo ad ogni concessione firmata con una multinazionale veniva chiusa una rete di sostegno all'integralismo armato. Poi quando le multinazionali presero il controllo del petrolio algerino, le reti diventarono terroristiche e furono smantellate ovunque. O almeno così ci disse la stampa libera del mondo libero.
Fatto sta che nel 2001 ci fu l'11 settembre e ci fu una vera e propria isteria.
Severino Proserpio 

segue nei prossimi giorni

giovedì 29 maggio 2014

Opinioni a confronto, 2





Come rubare voti agli avversari



Massimo Gramellini, La Stampa







Il teorema di Renzi che ha sconvolto le leggi della fisica politica italiana recita così: per trasformare una minoranza in maggioranza occorre togliere voti agli avversari. Una tesi non del tutto ignota alle altre democrazie del pianeta, ma abbastanza sconvolgente per il nostro Paese, come da vent’anni si affanna a ripetere il professor D’Alema, ordinario di scacchistica comparata presso l’università di Sconfittopoli.  

Gli studi del D’Alema, autorevolmente proseguiti dal collega Bersani, partono da una premessa nota come «Barriera del 33%», secondo cui in Italia la sinistra è geneticamente inadatta ad attrarre i voti di due italiani su tre: quelli che guardano Canale 5 e in certi casi estremi Retequattro, leggono poco e comunque solo le figure, pagano meno tasse che possono, non vanno a votare e quando ci vanno mettono la croce accanto al nome di strani ceffi populisti o, nelle patologie più gravi, scelgono addirittura Silvio Berlusconi. I consensi di questi individui perduti alla causa della civiltà non vanno mai ricercati, sostiene autorevolmente la Compagnia di Sconfittopoli, perché sporcherebbero la purezza della comunità democratica. Da qui la necessità di respingere al mittente i loro voti, salvo poi trattare dopo le elezioni con i partiti che li rappresentano. 

L’avvento di Renzi ha scompaginato questa formidabile scuola di pensiero, a cui la sinistra deve alcune tra le sue sconfitte più belle. Prima del segretario fiorentino soltanto Veltroni aveva osato esporre ai colleghi democratici il bizzarro teorema. «Non dobbiamo allearci con i partiti di centrodestra, ma con i loro elettori». La frase fu accolta da risolini di compatimento che talvolta si spingevano fino al disgusto e portarono alla sua rapida defenestrazione. Non per niente il bravissimo autore del film «Viva la libertà» la fa pronunciare al gemello pazzo del segretario del Pd.  

Per ragioni tattico-numeriche, Renzi un’alleanza con alcuni partiti moderati l’ha poi fatta davvero, ma fin dal primo giorno si è posto l’obiettivo di svuotarne i consensi. Avrete notato come Monti e Casini, che ancora un anno fa superavano il 10 per cento, siano praticamente scomparsi, i loro voti risucchiati nel gorgo del partitone del centrosinistra. Ma il professorino di Pontassieve ha osato spingere il teorema ai limiti dell’ignoto, ponendosi a caccia degli elettori di Berlusconi. Per riuscirci ha evitato con cura di insultarli e di considerarli dei delinquenti o dei paria, resistendo stoicamente alle provocazioni della stampa arcoriana, che dopo averlo vezzeggiato per anni in funzione anticomunista, negli ultimi giorni lo dipingeva come un incrocio fra Fonzie e Che Guevara. Dietro le comparsate ad «Amici», le critiche alla Cgil e la mano tesa al popolo delle partite Iva - atteggiamenti duramente criticati dagli adepti di Sconfittopoli - ha preso forma un piano preciso: offrirsi come alternativa a una platea di persone che non aveva mai votato a sinistra in vita sua e che per decenni si era aggrappata a Berlusconi non per amore ma per disperazione.  

Il vero capolavoro di Renzi è stato strappare al leader del centrodestra gli anziani, conservatori per ragioni anagrafiche e sempre più decisivi nelle urne di un Paese a bassa natalità come il nostro. La faccia da genero di tutte le mamme lo ha indubbiamente aiutato, almeno quanto la sua estraneità alla storia del comunismo e l’energia rassicurante, contrapposta a quella distruttiva di un Grillo. L’urlatore-capo ha dato la colpa dell’inattesa afonia elettorale dei Cinquestelle proprio ai pensionati. E in quel sessantacinquenne che accusa i suoi coetanei di avergli preferito un trentanovenne c’è tutta l’assurdità della politica italiana, ma anche la riprova che il teorema di Renzi ha superato la prova del nove. Anzi del quaranta (per cento).


lunedì 12 maggio 2014

Michele Serra, Grillo

Michele Serra** - Beppe Grillo 
Un'antica collaborazione,
adesso divisi






Tratto da il venerdì di Repubblica, 9 maggio 2014



“Pochi giorni dopo le politiche scrissi, proprio su Venerdì, che il clamoroso successo di M5S era prima di tutto il frutto di una rivolta generazionale. Tra i “non rappresentati” i giovani sono la tribù più numerosa e più bisognosa di darsi una voce pubblica. L’età media degli eletti grillini e l’analisi anagrafica di quell’elettorato conferma, mi pare, questa ipotesi. Non ho mai condiviso il giudizio di “antipolitica” che altre firme di questo giornale hanno affibbiato al grillismo, e l’ho scritto in tutte le salse. E considero assurdo accusarlo di “fascismo”, che è tutt’altra cosa.

Ma non voterei mai per questo simbolo. E non lo farei per un insieme di ragioni che ho spesso esposto, ricevendo in cambio, sul blog di Grillo, una
raffica di ridicoli insulti di zero valore e di zero peso. Le ragioni, in estrema sintesi.

1.    Non condivido il mito del web come “nuovo potere orizzontale”; credo al contrario che il web sia manipolabile e falsificabile quanto la nostra povera democrazia in carne e ossa, se non di più; considero non grave, ma gravissimo, che ci si possa candidare grazie a una cinquantina di “clic” sostenendo che solo quella è vera democrazia.
2.    Non condivido “l’umore di fondo” sospettoso, complottista, maldicente che troppo spesso trapela dai grillini. Se tutto è sporco, tutto è casta, tutto è complotto, allora prevale uno “sguardo basso” sulle cose del mondo che non ha niente di rivoluzionario. Le rivoluzioni hanno (sempre!) lo sguardo alto: per abbassarlo, sotto i colpi della storia, c’è sempre tempo. Lei è sicuro, dottor Parisi, che chiunque abbia oggi visibilità sociale sia un kapò? Io no, e non perché abbia fiducia “nell’intellighenzia” come lei scrive, ma perché ho fede nell’intelligenza.

3.    Trovo orribili e pericolose alcune espressioni di Grillo, “mafia rossa”, “fascismi rossi”, le raffiche di vaffanculo, l’urlo sistematico. Non gli ho mai sentito esprimere un dubbio. Sputa sentenze su tutto (Renzi al confronto è un cacadubbi), è di una presunzione patologica. Essergli stato amico per anni, e avere lavorato con lui, non mi esime dal dovere di dire che cosa penso della sua cultura politica: ne penso tutto il male possibile, penso che la sicumera e l’aggressività siano un segno di insicurezza, non di valore e di nobiltà. Grillo è un prodigioso catalizzatore del rancore. Basta per essere un capopolo. Ma per essere un capo rivoluzionario, bisogna saper catalizzare anche le virtù”.

** Serra ha collaborato con Beppe Grillo, scrivendo assieme a lui, nel 1990 il recital Buone notizie, debutto teatrale del comico genovese. 

lunedì 28 aprile 2014

Il pagliaccio





che inciampa nelle 

tragedie della storia






di Gad Lerner

Quando Berlusconi gigioneggia sui tedeschi sostenendo che “secondo loro i campi di concentramento non sono mai esistiti”, va bel al di là di un’esibizione di ignoranza: il falso storico diviene arma impropria di propaganda, grottesca pulsione demolitrice di un’architettura europea già pericolante.

Pur di colpire un avversario politico, il socialista Martin Schulz, che solo l’altro ieri a Genova aveva voluto visitare Villa Migone, il luogo in cui 69 anni fa il generale tedesco Gunther Meinhold sottoscrisse davanti ai partigiani il suo atto di resa incondizionata, Berlusconi non esita a provocare un incidente diplomatico. Lo fa da sprovveduto, con quella sua intonazione canzonatoria che ancora una volta lo rimpicciolisce al cospetto della tragedia storica con cui vorrebbe misurarsi. Come il 27 gennaio 2013 quando, subito prima di assopirsi in prima fila al Memoriale milanese della Shoah, aveva definito Mussolini “un leader che per tanti versi aveva fatto bene”.
Il suo fare maldestro rischia di indurci a sottovalutarne la pericolosità. Biascica a vanvera di “fosse di Putin, no scusate, di Katyn”, per sostenere che i tedeschi ricordano un crimine sovietico ma negherebbero viceversa i crimini nazisti. Si compiace della “campagna pubblicitaria straordinaria” di cui avrebbe beneficato Martin Schulz definendolo “kapò”, “benevolmente pensando di dargli una occasione di lavoro in tv”. Può darsi che davvero non capisca quando richiama “la mia solita ironia”: “Stavo sorridendo, stavo celiando”… Per lui i campi di sterminio sono al massimo argomento da barzelletta.

sabato 5 aprile 2014

Berlusconi al Quirinale





Il paradosso italiano





" la presenza di Berlusconi al Quirinale inquieta e preoccupa perché suona come pressione anche alla magistratura"

Quando ho sentito che Berlusconi si era recato ancora una volta al Quirinale e si era a lungo intrattenuto col Presidente, non ci volevo credere, tanto una cosa del genere mi sembrava – e mi sembra – lontana dal mio pensiero e, spero dal pensiero di tanti cittadini e dell’intera Associazione che presiedo.
Ci sono detenuti nelle carceri che scontano pene, magari meritate;  cosa devono pensare di un condannato per gravi reati che frequenta liberamente i palazzi del potere, per il quale il Tribunale di sorveglianza non decide da mesi una sorte imposta da una sentenza definitiva e dalla legge?
E cosa può pensare il cittadino comune, incensurato e privo di problemi giudiziari, come me, che ha chiesto da parecchi giorni un incontro ad un Ministro per parlare di un problema importante (e lo ha fatto non a nome suo, ma a nome di una gloriosa  Associazione come quella dei Partigiani di Italia) ed ancora attende una risposta? Nelle istituzioni, c’è tempo per un condannato e non per una importante Associazione?
Né mi interessa l’oggetto del colloquio. La presenza al Quirinale di un personaggio che proprio sui giornali di ieri poneva un’alternativa  (“o ricevo una tutela contro gli attacchi giudiziari o faccio cadere tutto”), ha  di per sé un significato, che va contro ogni concezione civile ed etica della politica e suona come pressione anche sulla Magistratura, che dovrà sciogliere il nodo conclusivo in un’udienza ormai prossima.
Conosciamo i precedenti: un anno fa, quando si entrò in campagna elettorale, furono rinviati i processi di Berlusconi, per consentire un sereno svolgimento della campagna elettorale e la possibilità per l’imputato di parteciparvi. E non fu una cosa bella. Qualcuno sta pensando che l’esperienza possa essere ripetuta?
Noi speriamo di no: se accadrà qualcosa di simile, lo considereremo uno strappo alla giustizia, all'uguaglianza e ad altri valori consacrati nella Costituzione. L’ANPI non farà le barricate, né inscenerà manifestazioni di piazza: ma su tutte le piazze d’Italia, il 25 aprile, nel ricordare i Caduti per la libertà e nel rivolgere a loro un pensiero affettuoso e grato, diremo loro a gran voce e con immensa tristezza:  “questa non è l’Italia che avete sognato e per la quale avete combattuto ed immolato la vostra vita”.

Carlo Smuraglia - Presidente Nazionale ANPI
Roma, 3 aprile 2014

venerdì 7 marzo 2014

Stefano Rodotà



Rodotà su Renzi e Tsipras

fonte: la Repubblica




DINAMICHE forti attraversano il sistema politico italiano, e lo stanno cambiando profondamente. Ma, se pure questo processo è stato accelerato dalle iniziative di Renzi, per comprenderlo bisogna andare oltre la stretta attualità, gettare lo sguardo sull`intera fase che abbiamo alle spalle.


Altrimenti si rimane prigionieri di formule ingannevoli «Aspettiamo Renzi alla prova dei fatti», «Se fallisce, è la fine» che rivelano non tanto una deriva personalistica, quanto piuttosto una sfiducia nella possibilità stessa di condurre analisi politiche. E invece proprio dalla politica bisogna ripartire, registrando che siamo alla fine di un ciclo che si è dipanato attraverso l`emergenza montiana, le larghe intese e le piccole intese, senza offrire né soluzioni a breve né prospettive, sì che Renzi finisce con l`apparire come una sorta di curatore fallimentare. Il suo obiettivo è visibilmente quello di strutturare il sistema politico intorno a due poli, non due partiti, e proprio qui scatta l`impossibilità di liberarsi con una mossa tutta volontaristica dell`eredità del passato. "Padrone", almeno nelle apparenze, di un partito che aveva conquistato senza combattere, Renzi ha poi rivolto lo sguardo dall`altra parte e, muovendo da una sottovalutazione del suo partner di governo, il Nuovo Centro Destra, si è lanciato verso la rilegittimazione di Berlusconi, impigliandosi però nei prevedibili conflitti determinati dall`affidarsi all`astuzia della "doppia maggioranza".


Ora la nuova "intesa" intorno alla legge elettorale mostra come egli non debba solo fare i conti con i fallimenti del passato, ma pure con l`esito infelice del suo stesso azzardo. Indicata come un passaggio necessario per un chiarimento del quadro politico, la nuova fase della riforma elettorale produce, al contrario, una inquietante confusione istituzionale, destinata a sfociare in conflitti (ricatti?) incrociati, rendendo più soggetta a condizionamenti l`azione di governo e più esposta la nuova soluzione a chiari vizi di incostituzionalità. Frutto evidente di pure strumentalità partitiche, dissolve la logica, già precaria, della doppia maggioranza, spinge tanto Berlusconi quanto Alfano a perseguire le proprie convenienze, a rafforzare la propria identità, aprendo la via a conflitti inevitabilmente destinati ad influire su tempi e scelte del governo. L`apertura a Berlusconi era stata, nei fatti, una evidente sfida ad Alfano, così come la precedente apertura sul lavoro e diritti civili lo era stata nei confronti di Letta. Cambiati i ruoli, mutato Renzi da sostanziale sfidante ad alleato obbligato di Alfano, quale sarà in concreto la linea della maggioranza ora rinsaldata?


Bisogna tornare, a questo punto, alla questione dei due poli, in vista dei quali è stata confezionatala nuova legge elettorale, con chiusure conservatrici a favore di chi già è insediato all`interno del sistema, introducendo così una ulteriore rigidità di cui, prigionieri di una poco riflessiva furia "riformatrice", non sembra siano stati adeguatamente valutati tutti gli effetti. Sul versante berlusconiano, è evidente l`intenzione di costruire una coalizione nella quale sarà obbligato ad entrare tutto il pulviscolo dei gruppi e gruppetti che si agitano a destra in questo momento per dare l`impressione di una autonomia del tutto finta, poiché sanno benissimo che la nuova legge elettorale, quali che siano le soglie fissate, precluderà loro ogni possibilità di accesso al Parlamento. Si creano così le premesse per negoziati opachi, per contropartite d`ogni genere, mantenendo le condizioni che hanno in passato inquinato il nostro sistema politico e anticipando alla fase preelettorale il potere dei gruppi marginali, ma indispensabili per assicurare il successo della coalizione. Inoltre, l`alta soglia dell`8%, imposta alle liste autonome, diventa un potente disincentivo per avventure solitarie del Nuovo Centro Destra.


Diversa si presenta la situazione nel centrosinistra, dove Renzi sembra aver ripreso la logica della "vocazione maggioritaria" e, fidando sul proprio appeal, non manifesta aperture verso le diverse realtà esistenti, mostrandosi piuttosto interessato al recupero di una parte dell`elettorato del Movimento 5Stelle (strategia peraltro analoga a quella di Silvio Berlusconi). Peraltro, la sua sbrigativa rilettura di quel che oggi sarebbe la sinistra, unita ai quotidiani slittamenti ai quali lo obbliga la convivenza con gli alfaniani, ha creato condizioni propizie all'apertura di un processo che oggi, sia pure in forme ancora da chiarire, vede coinvolti Sel e il gruppo di Pippo Civati, la lista Tsipras e i parlamentari (e non solo) che si allontanano dal Movimento 5Stelle.


Sono realtà diverse, ciascuna delle quali meriterebbe una analisi specifica, ma di cui qui può essere indicato quello che appare un possibile terreno comune. Civati, con quella che non è soltanto una battuta, ha parlato di Nuovo Centro Sinistra, ponendo così un problema: è possibile un processo, tutt`altro che semplice e breve, che abbia come primo obiettivo quello di liberare il Pd dal legame pericoloso con il Nuovo Centro Destra e, in prospettiva, consenta di lavorare intorno ad una ipotesi di sinistra nuova e non velleitaria? Di questo si dovrebbe tener conto, senza rifugiarsi nelle troppo comode obiezioni "realistiche" che, negli ultimi tempi, hanno privato il centrosinistra di ogni capacità di creare le condizioni pur minime per non essere sempre succube di stati di necessità, veri o costruiti. La politica è anche, talora soprattutto, capacità di assumersi rischi, senza la quale nessuna vera innovazione è possibile. Forse è qui che il proclamato "coraggio" di Renzi dovrebbe esercitarsi pure in questa direzione. E si potrebbe anche cominciare a ragionare fuori da un`altra pesante ambiguità, l`indicazione della durata del governo fino al 2018, che sembra un artificio per tener buono Alfano. Qualora al Senato si creassero le condizioni per liberarsi da questa ingombrante tutela, si potrebbe ragionevolmente discutere di un programma limitato e di un ritorno alle urne secondo una logica politica, e non puramente strumentale, anche se ora contro questa possibilità si leva il pasticcio dell`eventuale elezione differenziata di Camera e Senato.


Ripeto. È un processo non facile, che tuttavia può permettere di avviare un cammino che faccia uscire dal deserto politico nel quale continuiamo ad aggirarci. In questa prospettiva si presenta come assai impegnativa l`iniziativa della lista Tsipras perché, in particolare, la partecipazione alle elezioni europee significherà sottoporsi ad un vero confronto pubblico. È una impresa rischiosa e, proprio per questo, vorrebbe dai suoi promotori un rigore estremo. Dal passato vengono esempi che ammoniscono sul rischio legato alogiche autoreferenziali (il fallimento nelle ultime due elezioni politiche dalla Sinistra arcobaleno e della lista Ingroia). 

Dal presente viene l`obbligo a riflettere su che cosa significhi, al di là del fatto simbolico, il riferimento a Tsipras e al suo partito, Syriza. Si tratta di una esperienza maturata attraverso un lavoro politico non breve e che si è consolidato grazie ad una intensa presenza sociale. Condizioni, queste, che non trovano corrispondenza nella lista italiana e nella variegata coalizione che la sostiene, che peraltro non ha dato una esaltante prova di sé proprio nella scelta delle candidature, come attestano le cronache di ieri. Per tutti quelli che vogliano andare oltre la semplice critica al governo Renzi, si apre una stagione assai impegnativa. Ma proprio con queste difficoltà bisognerà misurarsi.



mercoledì 19 febbraio 2014

Se la donna è un'ossessione




 “Se la donna è un’ossessione”

Perché si prende di mira il corpo femminile

di Massimo Recalcati, la Repubblica, 6 febbraio 2014




Perchè tirare fuori un commento del genere a 15 giorni dai fatti? Perchè gli animi sono placati e le persone intelligenti, ora, forse solo ora, sono libere di riflettere.
Anch'io ho fatto un pò di autoanalisi. Ma se è vero che pensando alle deputate grilline, mi viene in mente "maestrine", "saccenti" e forse un temerario "stronzette", e se è vero che di Vendola, se fossi un suo avversario preconcetto, non direi mai finocchio, ma al massimo "parolaio fumoso e inconcludente", quando penso alla Santanchè, invece,  un "troiona" mi scappa sempre. E' grave dott. Recalcati?
A mia parziale discolpa, in quest'ultimo caso, la solidità dell'ipotesi di nesso causale tra prestazioni sessuali e carriera politica. 


Quando irrompe l’insulto ogni forma di dialogo diviene impossibile perché la condizione del dialogo – sulla quale si sostiene ogni democrazia – è il riconoscimento di eguale dignità dell’interlocutore. L’insulto è l’irruzione di uno stop, di una violenza che rende la parola stessa una sorta di oggetto contundente. Nei recenti episodi che hanno coinvolto il leader del M5S e i sui adepti esso si è però colorato di un riferimento forte alla sessualità che sarebbe opportuno non sottovalutare. Perché? L’insulto sessista scavalca il dibattito politico pretendendo di toccare direttamente l’essere dell’avversario. L’odio più puro non è infatti per le idee, ma per l’essere: negro, comunista, ebreo, gay, donna? Il politico regredisce qui alla dimensione ciecamente pulsionale del pre-politico. Il nemico non è qualcuno che ha idee diverse dalle mie, ma è un impuro, un essere profondamente corrotto, indegno, privo di etica, per definizione reietto. Una donna è per il leader del M5S questo? Perché altrimenti suggerire la fantasia di cosa si potrebbe fare alla Boldrini avendocela in auto? A chi verrebbe mai in mente di proporre un quesito del genere? Gli psicoanalisti sanno bene che le fantasie non sono mai innocenti perché traducono moti pulsionali inconsci. Che razza di rappresentazione inconscia il leader del M5S ha del femminile? Lo scatenamento delle fantasie sessuali sul web ha fornito un ritratto inquietante della pancia del movimento che egli rappresenta. Di questo ritratto vorrei mettere in luce due aspetti particolari.
Il primo è la prossimità perturbante con quella cultura berlusconiana che ha fatto della degradazione del corpo femminile una sua tristissima insegna illuminando così la matrice inconscia di quel movimento che si propone come alternativa al berlusconismo. “Sei una puttana!” “Sai fare solo pompini!” non sono affatto insulti post-ideologici, da bar sport, ma riflettono una ideologia totalitaria in piena regola che riduce la donna a roba, oggetto, strumento di godimento, pezzo di carne da dare in pasto agli appetiti di maschi in calore.
Il secondo è un arcaismo di fondo: quello del padre totemico che gioca coi figli al gioco della rivoluzione senza rendersi conto di quale potenziale ad alto rischio maneggia. Ha allora ragione la Presidente Boldrini a ricordarci che in chi esercita questa violenza verbale si cela uno stupratore potenziale. Con l’aggravante che l’appartenenza ad un collettivo, ad un gruppo in assunto di base rigido direbbe Wilfred Bion, guidato cioè da un forte ideale di purezza autorizza a ingiuriare le donne rendendo il pericolo dello stupro ancora più reale: i commenti osceni, lo scatenamento di fantasie sadico-aggressive, la regressione dell’umano all’animale disinibito è, come mostra bene Freud ne La psicologia delle masse, un effetto del fare e del sentirsi “massa”. Non c’è limite al Male per coloro che pretende di fare le veci assolute del Bene.
Gramsci sosteneva che il valore etico di una Civiltà dovesse avere come sua misura di fondo la condizione e il rispetto per le donne. Potremmo tradurre questo concetto affermando che la democrazia ha sempre un’essenza femminile. Essa si fonda sulla cura delle relazioni, sulla legge della parola, sull'unione delle differenze, sulla dimensione fatalmente precaria che sempre comporta la vita insieme. L’ingiuria e il disprezzo verso le donne e le istituzioni democratiche non sono l’opposizione legittima all’ingiustizia, ma sono solo l’altra faccia dell’uso perverso e corrotto delle donne e delle istituzioni democratiche che ha fatto nel nostro paese scempio della politica.

sabato 15 febbraio 2014

Il nuovo che avanza




Se il governo del paese lo decidono le primarie del PD
Di Alberto Asor Rosa

fonte: il Manifesto.it







Ho pas­sato buona parte della mia vita (poli­tica e civile, s’intende) a com­bat­tere le scle­rosi con­ser­va­trici dell’assetto politico-istituzionale ita­liano, la sua gene­tica pro­pen­sione a per­cor­rere e riper­cor­rere senza fine le vec­chie abi­tu­dini e i vec­chi vizi. Dopo il mio ultimo arti­colo (“Nuovi, ma diversi”, il manifesto, 16 gen­naio) sono stato attac­cato da destra e da sini­stra (si fa per dire) come difen­sore intran­si­gente dello sta­tus quo, sordo alle esi­genze del nuovo che avanza. Ancora una volta era tutto il con­tra­rio: mi sono sfor­zato, come sem­pre, di mostrare di quale vec­chiume gron­dasse, die­tro le super­fi­ciali appa­renze, il nuovo che avanza.Non mi sarei aspet­tato però, — lo dico con grande sin­ce­rità, — che nel giro di pochi giorni il nuovo che avanza sve­lasse così chia­ra­mente il grumo di ottusa bru­ta­lità e di ata­vica ripe­ti­ti­vità, che esso nasconde. Mi rife­ri­sco ovvia­mente a quanto è acca­duto in seno alla (sedi­cente) Dire­zione del Pd, e nei suoi din­torni. Sem­pre più provo l’impressione che inter­preti e com­men­ta­tori della vicenda poli­tica ita­liana, ottusi (in que­sto caso uso il ter­mine in senso stret­ta­mente tec­nico) dal loro lungo mestiere, abbiano perso il senso delle cose che accadono.Dun­que:
La Dire­zione di un Par­tito rove­scia a lar­ghis­sima mag­gio­ranza un Pre­si­dente del Con­si­glio che fa parte di quella Dire­zione ed è espo­nente auto­re­vole e rispet­tato di quel Partito;

venerdì 7 febbraio 2014

Grillo e l'italicum




IL TRADIMENTO DI GRILLO 
di Curzio Maltese

L'italicum assicura la vittoria al M5S, come ipotizza Curzio Maltese, ma i capi la vogliono veramente?







Se fossi un militante del Movimento 5 Stelle oggi chiederei l’impeachment di Beppe Grillo per alto tradimento. È evidente che l’ex comico e Casaleggio stanno imbrogliando otto milioni di elettori. Dicono di voler andare al governo per cambiare l’Italia. Ma sono terrorizzati dall’idea e badano soltanto ai propri interessi aziendali. Non si spiegano altrimenti le mosse della Grillo&Casaleggio spa di questi giorni. Un vero e proprio tradimento dei valori e dei principi fondanti del M5S, anche di quelli positivi, che ci sono.
La cagnara ordita in Parlamento e sul blog dalla strana coppia è servita a far passare sotto silenzio l’oggetto di una battaglia troppo sbagliata nei modi per risultare poi giustificata nella sostanza, quella dell’opposizione all’ennesimo regalo di un governo italiano alle banche. I molti difensori d’ufficio del grillismo, che ama dipingersi come isolato dai media, insistono nel dire che i linguaggi e i gesti non contano. Quando si bruciano i libri, come quello di Corrado Augias, quando si stilano liste di proscrizione dei giornalisti, quando s’incita a insulti sessisti nei confronti di una delle poche donne che occupa una carica pubblica importante, Laura Boldrini, non si possono accampare alibi o giustificazioni. Il mezzo in questi casi è per intero il messaggio. E il messaggio, piaccia o non piaccia agli amici Dario Fo e a quelli de Il Fatto è uno solo chiaro, riconoscibile e in una parola: fascista.
È questo il primo tradimento, nei confronti di un elettorato che fascista non è per niente. Ma non è il solo. Ancora più paradossale, rispetto agli obiettivi dichiarati, è l’opposizione frontale della coppia di leader alla discussione di una nuova legge elettorale e delle riforme istituzionali: abolizione del Senato e delle province, riduzione del numero dei parlamentari, taglio ai costi della politica.
Non si tratta di un’opposizione a questo o quel modello di legge, si badi, ma il rifiuto di fare qualsiasi legge elettorale e qualsiasi riforma. In nome, di fatto, del mantenimento dello status quo, anzi addirittura di un ritorno alla prima repubblica, con un sistema proporzionale puro.
Ora, il sistema escogitato da Renzi e Berlusconi è pieno di difetti e bizzarrie, a cominciare da questo strano uso del doppio turno, che di solito o si fa o non si fa. Ma agli occhi dei grillini il cosiddetto Italicum dovrebbe avere almeno un pregio e non da poco. È l’unico sistema elettorale che rende possibile una loro vittoria. Alle condizioni poste dai fondatori, ovvero senza alcuna alleanza. Per il partito che a febbraio è diventato il primo sul suolo italiano, basterebbe un lieve aumento di consensi per arrivare al ballottaggio. E se arrivasse al secondo turno contro la destra o la sinistra, per come sono fatti gli italiani, Grillo avrebbe già vinto.
Gli elettori di Berlusconi o quelli del Pd lo voterebbero in massa pur di non vedere vincere l’altro. Il fatto che Renzi e Berlusconi non abbiano minimamente preso in considerazione tale ipotesi, non significa che non si possa realizzare. Si tratta al contrario di uno scenario, a mio parere, assai probabile.
Perché dunque Grillo butta al vento la storica occasione di vincere e governare da solo? Perché si aggrappa a un proporzionale che può rendere possibile una sola maggioranza, la grande coalizione fra destra e sinistra? Perché nei fatti è questo che vuole: l’emergenza eterna e per sé il monopolio di un’opposizione ciarliera quanto inconcludente. Per quanto, certo, redditizia per la Grillo&Casaleggio spa o meglio srl. Società a responsabilità limitata.
Lo stesso discorso si può fare per le riforme costituzionali. L’abolizione delle province e del finanziamento pubblico ai partiti, la riforma del Senato e la riduzione dei parlamentari sono da sempre fra i principali obiettivi del movimento grillino, addirittura le ragioni fondanti. Il fatto che ora anche i vecchi partiti si siano convinti della necessità di cambiare il sistema dovrebbe spingere Grillo a festeggiare la vittoria e a collaborare alle riforme. Al contrario, si lamenta che gli hanno rubato il programma. Come se farsi copiare il programma dagli avversari non fosse il più straordinario dei successi.
Grillo e Casaleggio tradiscono in questo modo i propri elettori. Dirigono con animo manageriale un redditizio partito azienda, fingendo di voler dar voce a chi non l’aveva, a chi voleva un cambiamento reale. E oggi sono proprio loro il maggior fattore di conservazione del sistema. Si tratta di un film già visto in questi venti anni e non sarebbe un dramma. Se non che il M5S è necessario alla nostra democrazia, perché esprime davvero un pezzo di società senza voce.
Oggi con il M5S, così come ieri con Lega e Forza Italia, il disgusto per i leader confonde le idee e spinge a sottovalutare la portata sociale del fenomeno. Non si arriva al 25 per cento dei voti in una grande nazione come la nostra perché un leader è bravo a comunicare e a occupare la scena. Lega e Forza Italia erano, ben oltre pregi e difetti di Bossi e Berlusconi, l’espressione di un blocco sociale di piccola e media borghesia da sempre conservatrice minacciata dalla globalizzazione.
Il M5S è oggi l’espressione di un altro blocco sociale, composto in parte da un ceto medio impoverito e disilluso dal berlusconismo, e per l’altra da intere generazioni di giovani esclusi dal mondo del lavoro. Queste due componenti della società italiana hanno mille e giustificati motivi per chiedere un cambiamento radicale di un sistema che le esclude e le emargina, eppure sono quasi totalmente ignorate dai partiti e dai media al seguito.
Grillo e Casaleggio hanno occupato il vuoto e se le sono prese, ma per portarle dove? A cambiare l’Italia e questa povera concezione d’Europa? No. Nei fatti, no. All’azienda Grillo&Casaleggio interessa soltanto mantenere le cose come stanno e intanto appagare il narcisismo dei capi, le ambizioni personali loro e del seguito di servi che si portano appresso. Proprio come prima di loro hanno fatto Bossi e Berlusconi.

Se non è alto tradimento questo, come vogliamo chiamarlo?

Informazioni

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Parte delle immagini, loghi, contributi audio o video e testi usati in questo blog viene dalla Rete e i diritti d'autore appartengono ai rispettivi proprietari. Il blog non è responsabile dei commenti inseriti dagli utenti e lettori occasionali.