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sabato 11 settembre 2021

 


Accadde l'11 settembre...






Tutti ricordano cosa stessero facendo il pomeriggio dell'11 settembre 2001. Anche le attività più consuete (il lavoro, l'amore, una passeggiata, una telefonata a un amico, la fine delle vacanze..) sono rimaste fissate nella memoria per sempre;  la concomitanza con quell'evento, in certi casi, porta in superficie altre vicende che si vorrebbe dimenticare.

Chi c'era ricorda sicuramente quella livida mattina dell'11 settembre 1973 e prima ancora la nascita ufficiale del terrorismo durante le olimpiadi di Monaco del 1972. 

Ma l'11 settembre sembra una data ricorrente per altri avvenimenti della storia, alcuni curiosamente legati al Cile e agli Stati Uniti:  

1541 Santiago del Cile viene distrutta da tribù indigene.


1609:

  • Viene annunciato un ordine di espulsione contro i musulmani non convertiti di Valencia; sarà l'inizio dell'espulsione di tutti i musulmani della Spagna.
  • Henry Hudson sbarca sull'isola di Manhattan.

1714 Barcellona si arrende alle armate spagnole e francesi, nel corso della Guerra di    successione spagnola, dopo 14 mesi di resistenza. Ancora oggi l'11 settembre é la festa "nazionale" della Catalogna

1926 Fallito tentativo di assassinio di Benito Mussolini.


1941 Inizio degli scavi per la costruzione del Pentagono



1960 Si chiude a Roma la XVII Olimpiade


1961 Fondazione del WWF

1972 Si chiude a Monaco di Baviera la XX Olimpiade.

1973  Cile: golpe militare. Augusto Pinochet rovescia il governo, il presidente Salvador Allende muore durante le ultime fasi di assalto al palazzo presidenziale

 1992 La foiba di Basovizza diventa monumento nazionale.


2001 Attacco terroristico dell'11 settembre 2001: negli Stati Uniti, il dirottamento di tre aerei provoca il crollo del World Trade Center a New York e danni al Pentagono, e un quarto si schianta in Pennsylvania; muoiono quasi 3000 persone.


2003 – Entra in vigore il protocollo di Cartagena.

2011 - Inaugurazione del National September 11 Memorial & Museum museo dedicato agli attentati alle Torri Gemelle.

2013 - La Giunta per le elezioni del senato non tiene la seduta, rinviata a giovedi 13 settembre....(era in discussione l'espulsione di berlusconi dal Senato)

lunedì 12 agosto 2019

Brindisi, città dell'accoglienza, 1


1915:   Il salvataggio dell'esercito serbo.





Riceviamo e volentieri pubblichiamo.

"L’Atlantico o il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l’Adriatico è il mare dell’intimità". Così scrive Pedrag Matvejevic nel suo "Mediterraneo, un nuovo breviario"; allo stesso modo introduce le sue memorie Giuseppe Marchionna, il sindaco "ragazzino" che si trovò ad affrontare nel marzo del 1991 l'ondata di arrivi a Brindisi di migliaia di albanesi. 
Ma Brindisi non era nuova a grandi manifestazioni di generosità ed accoglienza tutta mediterranea.

Sfregiata dai bombardamenti della seconda guerra mondiale e dalla chiusura successiva delle centinaia di cantine vitivinicole, che rimangono come scheletri osceni e putrefatti sulla strada per san Vito, testimoni di una ormai antica ricchezza, Brindisi appare oggi popolana e altera, prigioniera dell'antica nobiltà ma anche alla ricerca di nuove vie.  E' una città apparentemente sonnolenta, ma ricca di iniziative sociali e culturali che con la nuova amministrazione  di Riccardo Rossi hanno ripreso slancio. 

Nelle calde serate estive si ritrova tutta in corso Garibaldi e scende sino al mare, una "riva" meravigliosa che guarda il grande porto naturale bicefalo e che nulla ha da invidiare a marine più famose. 
Le colonne romane sono cornice naturale, lo sguardo si spinge al monumento al marinaio, anch'esso testimone di una più recente grandezza e al Casale verdeggiante, da cui il vaporetto, come a Venezia, fa continuamente fa la spola: un angolo di mondo che è difficile non portare nel cuore anche se si è lontani.   

Sullo sfondo: la Capitaneria di Porto.

Però pochissimi anche tra i brindisini di lungo corso, durante le loro passeggiate al porto o in attesa del traghetto per il Casale,  notano le lapidi murate  alla facciata della capitaneria di porto. 

Eppure queste testimoniano in poche parole di che materia sia fatta l'anima della città e come venga da lontano la sua tradizione di ospitalità e generosità e l'efficienza della sua Marina.

Nel dicembre del 1915, sotto l'offensiva austroungarica, l'esercito serbo in rotta si era rifugiato in Albania le cui coste erano presidiate dalle navi italiane. Nella fuga verso sud erano morti 300.000 soldati; i superstiti, circa 115.000, unitamente a 60.000 civili e a 20.000 prigionieri austriaci vennero traghettati, con una gigantesca operazione umanitaria dal porto di Valona a Brindisi. A Brindisi sbarcarono anche i regnanti di Serbia e Montenegro.
L'operazione fu guidata dal comandante in capo dell'Armata navale il Duca degli Abruzzi, che coordinava l'intervento di 102 navi italiane, 25 navi francesi e 11 inglesi. 
Si trattò di un'operazione insieme strategica ed umanitaria. Strategica perché in seguito la Serbia avrebbe potuto ricostituire il proprio esercito contribuendo alla conclusione positiva della guerra. Umanitaria, non solo verso gli alleati in pericolo, ma anche verso i 20.000 prigionieri austriaci, in precarie condizioni sanitarie e  ammalati di  tifo e il colera. 
Gli austriaci furono dirottati in un campo costruito ad hoc nell’isola dell’Asinara, in cui rimasero sotto le cure dei medici, sempre disponibili a salvare vite umane, e dell'esercito italiano  sino alla fine della guerra. 

Così si usava una volta! 

La storia ha un piccolo epilogo: a distanza di 8 anni, nel febbraio del 1924 venne organizzata a Brindisi una grande manifestazione popolare in ricordo degli sforzi eroici della nostra Marina. Parteciparono ampie rappresentanze politiche serbe.  Il mese precedente era stata risolta la questione fiumana grazie al diplomatico Salvatore Contarini, che era riuscito miracolosamente a proseguire, agli albori del fascismo, la politica balcanica di amicizia perseguita in precedenza dalla stato liberale. 

Durò poco: nel gennaio del 1925, dopo avere vinto a "suo modo" le elezioni politiche del 1924, Mussolini instaurò la dittatura. Nel frattempo il fascismo di confine aveva iniziato in Istria la deprecabile opera di italianizzazione forzata sotto la spinta del più sfrenato e miope nazionalismo: sappiamo come andò a finire. (P.A.M.) (segue) 





lunedì 25 dicembre 2017

Il ragazzo del 99- 3




Le parrucche che cambiarono il mondo 



Segue da: L'anno che cambiò il mondo


I suoi primi diciotto anni, cioè all'incirca sino al 2017, mi raccontava nonno Palmiro che passarono, se non  felici, almeno tranquilli, sommersi da un'abbondanza di cibo e soprattutto di oggetti, che oggi nel 2084, non possiamo neanche immaginare. A quei tempi avevano i telefoni che erano anche computer, apparecchi fotografici, archivi. Noi adesso per scrivere ci rivolgiamo allo scrittore di quartiere; anche questo raccontino, si capisce da qualche salto, da qualche vuoto, lo sto dettando a lui, un informatico ormai disoccupato, che ha messo in salvo un computer e una stampante.
Ieri mi ha raccontato di aver trovato la foto di un suo bisnonno, ragioniere disoccupato, che dopo la seconda delle quattro guerre mondiali, aveva aperto un banchetto con una scritta simile alla sua "qui si fanno lettere". 
Tornando a nonno Palmiro, mi raccontava della sua stanca inquietudine: aveva tutto, ma senza più desideri, aveva un presente tranquillo ma non riusciva ad immaginare un futuro. Certo la sorella più grande, dopo i primi anni di università era andata via e non era più tornata, ma lei era di un'altra pasta, curiosa, attiva, con tante amicizie, al contrario di lui che si era trovato totalmente intrappolato da quelle cose che chiamavano social ma chiudevano ad ogni rapporto personale.   A quel tempo, la sorella, zia Leonilde era ricercatrice ad Edimburgo, ma ad un tratto iniziarono ad arrivare notizie meno confortanti, il paese che l'aveva ospitata non era più sicura di volerla: prima gli inglesi, dicevano; all'inizio nessuno ci credeva, ma poi iniziarono a partire i primi medici italiani e i primi infermieri indiani e la gente se ne accorse bene.. 
Dai cugini volati in America non gli arrivavano notizie migliori: un miliardario con la parrucca inverosimile (il nonno mi raccontava che l'avevano votato i minatori, pazzesco!) aveva iniziato a mandare via gli arabi, poi i messicani, prima o poi sarebbe passato agli italiani, notoriamente tutti comunisti.
Poi successe quello che successe e adesso mi trovo qua con in mano un libretto che parla di un secolo fa, "1984". E' un po' bruciacchiato ma qualcosa si legge ancora: "Le masse non si ribellano mai in maniera spontanea e non si ribellano perchè sono oppresse. In realtà sinché non si consente loro di fare confronti, non acquisiscono neanche coscienza di essere oppresse..."     



Cosa successe tra il 1999 e il 2084 ogni lettore lo può immaginare, ricostruire, inventare, secondo le sue personali inclinazioni e conoscenze e se me lo vorrà comunicare ne sarò felice. Qualche domanda a cui rispondere:
Quattro guerre mondiali?
Perchè il protagonista "futuro" si chiama Bill e non Palmiro?
Perchè "i droni della concorrenza"?
I due personaggi nella foto hanno veramente avuto una parte nello sviluppo della vicenda?


domenica 24 dicembre 2017

Nazismo e fascismo, la nuova resistenza


"Scovati con forza dalle loro buche"






Questa la didascalia della foto di copertina  inviata da  Jürgen Stroop ad Himmler assieme al rapporto, di 70 pagine con 49 immagini, che annunciava: "Il ghetto di Varsavia non esiste più". Pochi conoscono però la fotografia che segue, facente parte anch'essa del dossier di Stroop. Come non ammirare la fierezza dei ribelli che si lasciano fotografare ma mostrano il pugno chiuso e uno sguardo di sfida!

La fierezza dei ribelli del ghetto di Varsavia


I carnefici fotografano le loro vittime, nessuna empatia, solo una fredda documentazione di chi ritiene di aver compito una valorosa impresa militare contro donne e bambini inermi. 
Ma involontariamente il fotografo nazista offre la strada per recuperare la memoria in senso politico: studio, ricerca, comprensione, ascolto dei testimoni e delle vittime inermi sì, ma non solo. Viviamo in giorni in cui le verità non contano quasi più nulla: ci viene detto che il fascismo è cosa lontana, che non esiste più, che è possibile utilizzare l'immagine di Anna Frank per un "innocente" gioco  tra tifosi, che  destra e  sinistra sono termini ottocenteschi (anche se chi lo dice, appartiene quasi sempre a una  destra viscerale, dura a scomparire). 
Il fascismo rialza la cresta, protetto dall'ignavia e dal silenzio di chi non ha coraggio e non solo ha dimenticato, ma oggi si fa complice. Non basta più commuoversi alle parole dei sopravvissuti e gioire dei tempi mutati, che ingenuamente si valuta che non possano più tornare. 
Non è così: i fantasmi del passato vivono tra di noi e ultimamente si sono materializzati con azioni violente e codarde nello stesso tempo. 
Bisogna SAPERE che anche nella Germania degli anni trenta all'inizio si verificavano solo alcune azioni isolate di pochi esaltati..
Il sonno della ragione è facile ad esser innescato e in genere si appiglia ad un capro espiatorio mutevole nel tempo: ieri gli ebrei, poi i comunisti, poi gli stranieri, oggi i profughi.
Ascoltare i testimoni, attraverso le conferenze che organizza la mia associazione, non è una semplice operazione di rievocazione storica: deve essere il viatico* per una nuova resistenza.

*L'insieme delle cose necessarie per chi si mette in viaggio..

Post scriptum 1. 
Le vicende del ghetto di Varsavia sono state narrate al cinema innumerevoli volte. Imperdibile l'ultima uscita: "La signora dello zoo di Varsavia". Dopo il fotogramma riprodotto sotto, c'è una scena che, anche se si tratta di finzione cinematografica, per me sarà impossibile dimenticare: l'uomo che rischiando la vita aveva salvato centinaia di ebrei del ghetto si trova dinnanzi una fila di bambinetti che alzano le braccia fiduciosi per essere sollevati e caricati sul carro che dopo qualche secondo si chiuderà inesorabilmente alle loro spalle.






Post scriptum 2.
Jürgen Stroop aveva fatto solo le scuole elementari ed era un impiegato del catasto. A monito di chi esalta l'ignoranza come fattore rigeneratore.

Post scriptum 3. 
Il migliore articolo sulla vicenda del ritorno del re spadetta, che contribuì a mandare ad Auschwitz migliaia di italiani, lo ha scritto Lercio, ipotizzando la soluzione per la sepoltura definitiva: L'Italia in miniatura di Rimini...

sabato 16 dicembre 2017

Il ragazzo del '99 - 2




L'anno che cambiò il mondo








Segue da: Nonno Palmiro



Nonno Palmiro in realtà non aveva una grande opinione del suo, di nonno. A me raccontava i grandi discorsi che gli faceva quand'era piccolo, con gli occhi quasi lucidi rievocando le sue   mitiche imprese giovanili: l'occupazione delle scuole (roba da delinquenti!), i cortei con decine di  migliaia  di persone 


(ma come si ritrovavano assieme senza FB, Twitter, Whatsapp, Instagram e Flipagram, Snapchat, senza gli Streaks e Discovery, senza Skype e Face Time, senza Messenger, Groupme, Musical.ly, PicPlayPost?). E poi  le ragazze con la minigonna,   le libertà civili, la liberazione della donna, i diritti dei neri (l'origine di tutti i nostri problemi),


la voglia di discutere,  la"contestazione" di tutto e di tutti,  ma soprattutto l'illusione di poter cambiare il mondo. Quella miscela di eroismo dialettico, di ingenuità, di ormoni e di voglia di vivere, diffuso ai suoi tempi, ma già difficilissimo da comprendere per mio nonno anche da ragazzo. Eppure, mi diceva Palmiro, quella stagione dell'oro doveva essere esistita veramente, perché suo nonno, anche se lui lo considerava un po' svanito, non aveva la tendenza a raccontare favole. Anzi, raccontava anche di guerre terribili ma lontane e di bombe vicino casa, sui
treni, nelle piazze, la morte eroica dei magistrati, la corruzione, le clientele.. Sì, ma  nonostante tutto lui, figlio di operai, era riuscito a diventare uno scienziato. Proprio ingenuo e sprovveduto non doveva essere e con qualcosa di tecnologico doveva pur avere avuto contatti. Ma di quello che raccontava, si chiedeva mio nonno Palmiro? nessuna traccia..neppure nei libri di scuola. Come avevano fatto suo nonno e quelli come lui a disperdere tutto, i sogni, le speranze e anche quel poco di realtà che dicevano di avere costruito? come avevano fatto a lasciare in eredità a lui, ragazzo del '99, un mondo  freddo, asettico anche se meravigliosamente ipertecnologico, ma senza un futuro immaginabile, senza la carica umana di cui lui si vantava e che lo aveva fatto andare avanti nella vita. Già! avanti: da figlio di operai a professore universitario! e lui, Palmiro del ventunesimo secolo? percorso inverso.. Su questo mio nonno riusciva anche a piangerci su  e non per la nostalgia, ma per il dolore e la rabbia. 
(Segue in Le parrucche che cambiarono il mondo)

domenica 10 dicembre 2017

Il ragazzo del '99, 1



Nonno Palmiro 







Come a tutti i nonni, anche a Palmiro piaceva raccontare ai nipoti la sua vita, le sue storie anzi la "sua" storia. Un'attitudine che, assieme al nome, aveva ereditato da suo nonno e questi, a sua volta, dal rispettivo nonno, che però si chiamava Antonio ed era un ragazzo del '99 (1899). Ma a me non interessa tornare così indietro: mi fermo al mio di nonno, anche lui un ragazzo del '99, ma di un secolo dopo.

"Prima di tutto ti devo spiegare perché io mi chiamo Palmiro e perchè tu ti chiami Bill"- così iniziò il racconto mio nonno il secondo ragazzo del '99. E da lì fu un fiume inarrestabile: il suo racconto, passeggiando sul margine delle rovine della stazione ferroviaria dopo l'ultima tremenda incursione dei droni della concorrenza, si arricchiva ogni giorno di una nuova puntata e di nuovi particolari. Alcuni li capivo subito, altri li sto meditando ancora adesso, per cercare di dare un senso al disastro che mi circonda. I racconti di nonno Palmiro, costellati anch'essi di morti, di sparizioni, di eventi irrazionali e  di violenze, spaventose anche per i nostri occhi contemporanei abituati a tutto, mi apparivano tuttavia ambientati in una sorta di Eden, mai più riconquistato. 

Nonno Palmiro si chiamava così, perchè quando stava per nascere suo nonno, il 14 luglio del 1948, il bisnonno non ebbe cuore di rispettare la tradizione familiare e chiamare il suo primo figlio come nonno Antonio: era il nome dell'attentatore di Togliatti, tale Antonio Pallante, uno che  a quel tempo non valeva niente, ma che ai giorni nostri sarebbe diventato un'icona pop da un milione di like.  Ma quelli erano i tempi in cui i like si conquistavano nelle piazze e Palmiro, il nome di Togliatti, parve la soluzione giusta al neopapà, anche se tiepido riformista socialdemocratico. Non avrebbe sopportato che il suo erede portasse il nome di un vigliacco esaltato, che col suo gesto aveva rischiato di mandare in fumo la democrazia appena riconquistata.  E da allora la tradizione fu mantenuta ed arrivò sino a lui, secondo ragazzo del '99. 

Ne raccontava di cose, nonno Palmiro, ma le storie  più vive ed appassionanti erano quelle che a sua volta aveva sentito da Palmiro uno. Non aveva una grande dialettica il nonno; eccolo in una foto d'epoca che lo ritrae in una gita di classe (è l'ultimo a destra).
La sua generazione non era stata tanto abituata a leggere nè a parlare direttamente, sin quando,  dagli avvenimenti stessi, non fu costretta a risvegliarsi e ad accorgersi dell'enorme truffa, della prigione intessuta con vischiosi fili di ragno che qualcuno gli andava costruendo intorno. Ma andiamo con ordine.   
Nei racconti di nonno Palmiro avevano un grande spazio le vicende apprese da Palmiro uno; d'altra parte era stato l'unico modo per apprendere qualcosa del passato: per lui e i suoi coetanei sembravano esistere soltanto il presente, gli oggetti, la tecnologia dei devices digitali, tendenza inutilmente combattuta dagli ultimi Donchisciotte della scuola.  La carta, che suo nonno amava tanto nostalgicamente, praticamente non esisteva più. Inutile veniva considerato concentrarsi su un ragionamento, su una sequenza di fatti da mettere in ordine e spiegare, confrontando varie fonti: roba da trogloditi, da pensionati in alternativa ai cantieri edili. L'unica verità sembrava sgorgare vincente dalla rete, una sorta di neonata  Правда in formato digitale, sulla quale tutti si illudevano di essere pari. "Uno vale uno" diceva qualche furbacchione a quei tempi, pensando  che fosse stata raggiunta la vera democrazia dell'informazione o addirittura la democrazia tout court. Se ne dovettero accorgere solo qualche anno dopo e ad un prezzo altissimo. Questo diceva nonno Palmiro. (segue qui)

domenica 12 febbraio 2017

Controcorrente, chi è Berdini?



Le due facce del delirio di onnipotenza





Chi è veramente Paolo Berdini? Volevo rispondere "un c...", ma se l'è detto lui stesso e il gioco non risulta più originale. Forse però la sua auto-definizione ha motivazioni diverse da quella mia. Lui si rimprovera di avere fatto ingenuamente, cioè da c.., delle dichiarazioni esplosive e maldestre ad un giornalista infido, per altro affermando quello che era già sotto gli occhi di tutti, magistratura compresa, condendo il tutto con la notiziola pseudo piccante della possibile tresca tra i due, l'assicurata e l'assicuratore.
Ma l'incipiente demenza senile, aveva manifestato i primi sintomi ben prima. Berdini è un uomo navigato, conoscitore della giungla romana, ancorché romano egli stesso, professionista di successo, sino a quel momento libero da condizionamenti, con un passato mai rinnegato di estrema sinistra,  con un impegno professionale e politico di lotta alla cementificazione. Come fa a finire in mezzo a quella che a distanza di pochi mesi definirà una banda di incompetenti e di arruffoni?
Berdini, ma ce fai o ce sei? direbbero nella sua Roma. La sua colpa, in realtà ha antiche radici: quasi un secolo fa tanti intellettuali, uomini di scienza, di cultura, socialisti e non, si fecero ammaliare dalle sirene del fascismo, che appariva moderno, innovatore, propulsore di energie nuove, diverso da tutti gli altri. La storia, se offuscata dal narcisismo personale e dal delirio di onnipotenza non insegna nulla evidentemente. 
Ci si sofferma sul qui e ora e non si vedono i fili sottili che legano i manovrati al manovratore; ora come allora si trova qualcuno che dice di non essere nè di destra, nè di sinistra, ma ...oltre. A differenza di allora, però, oggi i mezzi della propaganda sono ancora più potenti, capaci di obnubilare anche menti, per altri versi e in altri ambiti, lucide e ben presenti a se stesse. Si crea una fede, una vera e propria fede a prova di smentita fattuale, si inizia col vittimismo si può cadere nell'aggressività. Si individua, sotto la spinta della propaganda un nemico comune: la casta, i disonesti,  i corrotti, gli intellettuali, e dulcis in fundo la stampa. Berdini è stato un coglione, vittima del suo narcisismo, perchè non ha capito queste pesantissime analogie.
Ma di narcisismo è affetta, e in maniera pesantissima, anche l'incolpevole, sino a prova contraria, virginea sindaca. Come si fa ad essere così presuntuosa e incosciente da ritenere di poter assumere su di sè un carico immane che richiede ben altro spessore politico, culturale e personale, come l'amministrazione di Roma? nessuna consapevolezza dei propri evidenti limiti? Il dramma è che la città eterna ne aveva viste di tutti i colori in tema di incapacità, di truffe, di saccheggi e il M5S avrebbe potuto candidare anche la casalinga della porta accanto facendo il pieno di voti. Col sistema pseudo democratico del ballottaggio, poi,  si è aggiudicato anche i voti della destra e dei veri poteri forti che a breve attraverso i ben piazzati Marra, Romeo e Muraro sarebbero passati all'incasso. E le stelle stanno a guardare... (Cronin)

Curriculum di Paolo Berdini

mercoledì 8 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 3

Truppe titine nell'arena di Pola, maggio '45 


La resa dei conti






Segue da: Il confine italo sloveno 2 

Una riflessione che non ha la pretesa di esaustività e merita di essere integrata da osservazioni, critiche e proposte, utili per raggiungere l’obiettivo di pervenire ad una verità storica, se non totalmente condivisa, almeno “comune” nelle grandi linee, sì da favorire l’abbandono di posizioni troppo rigide e “chiuse”, che continuerebbero a costituire un serio ostacolo per un riavvicinamento tra orientamenti diversi. Si auspica, così, la realizzazione di un tentativo, per lo meno comune, di comprensione di tutti i fattori di una vicenda drammatica, al di là di ogni preconcetto e di ogni giudizio sommario.


9. Tra l’estate e l’autunno del 1944 maturarono le condizioni per una ripresa delle rivendicazioni territoriali slovene, in direzione del Litorale e di Trieste, e per un mutamento dei rapporti di forza tra le componenti nazionali della Resistenza oltre che tra i partiti comunisti. In questo periodo si verifica infatti una situazione nuova, con il passaggio delle formazioni garibaldine sotto il controllo sloveno e la prevalenza degli elementi filo-jugoslavi all’interno delle federazioni comuniste locali – favorita di fatto dalla situazione critica di alcune unità italiane a seguito delle offensive tedesche di quel periodo oltre che dall’uccisione da parte dei nazisti di un ampio gruppo di dirigenti comunisti italiani triestini fautori dell’unità antifascista e di una politica attenta alla problematica nazionale – nonché con l’assunzione di posizioni più oscillanti da parte della Direzione nazionale del Partito Comunista Italiano. Essa era condizionata peraltro non soltanto da motivi di solidarietà internazionalista, ma anche da quello che il documento italo-sloveno definisce “l’atteggiamento assunto da buona parte del proletariato italiano di Trieste e Monfalcone, che aveva accolto la soluzione jugoslava in chiave internazionalista, come integrazione in uno Stato socialista, alle spalle del quale si ergeva l’Unione Sovietica”.
La posizione del PCI a livello nazionale non fu chiara, nel senso che non accolse esplicitamente le posizioni slovene, ma nemmeno le disapprovò. Togliatti suggerì una distinzione tra annessione di Trieste alla Jugoslavia ed occupazione della zona giuliana, posizione che aveva il sostegno sovietico e degli operai di Trieste e di Monfalcone che auspicavano una soluzione internazionalista con l’ingresso in uno Stato socialista.
Di certo, la nuova situazione determinatasi nell’estate del 1944 produsse conseguenze sulla tenuta dell’unità antifascista, che peraltro costituiva un elemento portante della Resistenza italiana, ma non era considerato allo stesso modo dal movimento di resistenza sloveno e jugoslavo, diverso per genesi, per assetto organizzativo interno e per finalità politiche. L’uscita dei comunisti dal CLN giuliano alla fine del 1944, l’organizzazione di due insurrezioni parallele a Trieste nell’aprile del 1945, sono altrettante espressioni di una crisi politica che presentò anche aspetti drammatici, emblematicamente rappresentati dall’eccidio di Porzûs, perpetrato da una formazione di gappisti nei confronti di partigiani osovani: questo episodio, in cui appare la subalternità delle organizzazioni locali del PCI agli organismi politici e militari sloveni, ebbe l’effetto di trasformare una operazione gappista in un eccidio efferato e destinato a proiettare un’ombra su tutta la vicenda della Resistenza dell’area friulana.

10. Alla fine della guerra furono differenti anche gli orientamenti verso i liberatori: da una parte la Quarta armata jugoslava e il Nono Korpus, dall’altra l’Ottava armata britannica.
Militarmente la liberazione della Venezia Giulia fu dovuta soprattutto alla Quarta Armata Jugoslava, dato che l’Ottava Armata britannica giunse alcuni giorni più tardi; per gli sloveni e i croati si trattò non solo della fine della brutale dominazione nazista, ma anche della fine di venti anni di una dittatura che aveva cercato in tutti i modi di cancellare la loro identità nazionale, senza trascurare le forme più violente di repressione.
Il 1° maggio 1945 la liberazione di Gorizia, Trieste e alcune città istriane avvenne ad opera dell’esercito jugoslavo e il CLN si ritirò per evitare combattimenti con gli jugoslavi. L’Ottava armata arrivò nel pomeriggio del 2 maggio.
I quaranta giorni di amministrazione jugoslava a Trieste e Gorizia, salutati, scrive il Documento italo-sloveno, “con grande entusiasmo dalla maggioranza degli sloveni e degli italiani favorevoli alla Jugoslavia”, presentarono però risvolti drammatici per la componente italiana, sulla quale si abbatté la spirale repressiva di un movimento rivoluzionario che, come scrive il documento citato “si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.
Furono arrestate numerose persone, soprattutto militari e forze dell’ordine, che erano state al soldo dei nazisti, avevano combattuto per loro, erano stati delatori e collaborazionisti; ma insieme furono tratti in arresto antifascisti italiani e anche sloveni ritenuti non affidabili dalle nuove autorità; molti degli arrestati furono vittime di esecuzioni immediate, altri morirono nei campi di prigionia dove erano stati trasferiti.
Era l’inizio di un dramma nel quale all’inevitabile resa dei conti che poneva fine all’occupazione e alla dittatura, si sovrappose la prosecuzione di un conflitto nazionale, in cui la componente italiana dell’area giuliano-dalmata scontò pesantemente la precedente posizione di egemonia che aveva occupato per un ventennio, trovandosi coinvolta in uno dei grandi e traumatici spostamenti di popolazione che caratterizzarono il quadro europeo alla fine della Seconda guerra mondiale.
Con gli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945 l’esercito jugoslavo fu costretto a ritirarsi oltre la linea Morgan che doveva rappresentare il confine tra le zone di amministrazione delle potenze vincitrici.
La Venezia Giulia venne suddivisa nella Zona A (Trieste e Gorizia) con il Governo Militare Alleato, e nella Zona B (Capodistria e adiacenze), con un governo militare jugoslavo, mentre le Valli del Natisone dipendevano dal GMA stanziato a Udine.

11. Il Trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, determinò una linea esclusiva delle forze vincitrici con equilibri territoriali proporzionati alle potenze, senza considerare una demarcazione di carattere etnico, impossibile da attuare tra l’altro per la particolare multietnicità di questi territori. Si attuò, quindi, una soluzione di compromesso e alla Jugoslavia venne lasciato gran parte del territorio ad eccezione di alcune parti della Venezia Giulia, di Gorizia e di Monfalcone, mentre Trieste venne in un certo qual modo internazionalizzata con la costituzione del Territorio Libero di Trieste amministrato dalle Nazioni Unite. Con il Trattato di pace la Jugoslavia acquisì, quindi, la gran parte dei territori rivendicati, ad esclusione del Monfalconese, del Goriziano e della Zona A. Con questa divisione, comunità slovene rimasero anche nelle province di Trieste, Gorizia ed Udine, così come comunità italiane rimasero in Jugoslavia. I rispettivi nazionalismi non erano però ancora sopiti.
Nel Goriziano, ad esempio, dopo il ripristino dell’amministrazione italiana si verificarono episodi di violenza sia contro gli sloveni, sia contro coloro che erano favorevoli all’annessione alla Jugoslavia, sia anche contro coloro che avevano preso parte alla Resistenza nelle formazioni garibaldine. Inoltre, nelle Valli del Natisone, del Resiano e nella Val Canale, il mancato riconoscimento della componente slovena come minoranza nazionale impedì a quest’ultima di fruire dell’insegnamento nella lingua madre e della possibilità di utilizzarla nei rapporti con le autorità. Non mancarono atti di violenza, perpetrati da gruppi di estrema destra contro la componente slovena, mentre da parte delle autorità italiane vi furono resistenze a dare attuazione ai principi costituzionali di riconoscimento dei diritti delle minoranze. La cessione dell’Istria alla Jugoslavia, invece, fece decidere a buona parte degli italiani di abbandonare la penisola usufruendo del diritto di opzione che tutelò la maggior parte del flusso migratorio (diritto sancito dal Trattato di pace del 1947, riproposto nel 1951 e dal Memorandum di Londra).
L’esodo di circa 300 mila persone destabilizzò la vita di alcuni paesi che si svuotarono quasi completamente. Come ha ricordato Gloria Nemec in occasione del Seminario di studi, gli esodi del Secondo dopoguerra si inseriscono nei processi legati alla semplificazione etnica che coinvolse in modo massiccio alcuni gruppi nazionali dell’Europa centrale, orientale e sud orientale. Nella memoria postuma, l’esodo giuliano-dalmata fu inestricabilmente accostato alle foibe, offuscando così una seria contestualizzazione e la complessità del fenomeno. Questo binomio e il suo uso ipertrofico, come sottolineato nella relazione di Gloria Nemec, eclissavano sia la storia precedente che una miriade di altri fattori necessari per capire profondamente le dinamiche di un fenomeno che fu vasto e diversificato. Lo sterile utilizzo dei numeri non ci viene in soccorso:
si passa dai 200 mila ai 350 mila senza una adeguata distinzione tra l’appartenenza nazionale e la lingua madre, interrogativo difficile da risolvere in una terra di intensa eterogeneità. Oltre agli italiani emigrarono anche croati e sloveni, non solo per motivazioni politiche, ma altresì per problemi di carattere economico, mossi dalla speranza di migliorare la propria situazione, peggiorata in seguito alla partenza di molti italiani. È quindi evidente che fattori di tipo nazionale si compenetrarono con quelli economici.

12. Nel clima di guerra fredda la Zona A assunse un’importanza eccezionale, quale argine all’espandersi del comunismo nell’Europa occidentale. Gli americani inizialmente cercarono di coinvolgere tutte le correnti politiche, poi, influenzati dalle dinamiche della guerra fredda, preferirono collaborare esclusivamente con le forze filoitaliane e anticomuniste, senza tuttavia dimenticare di tutelare la minoranza slovena nell’uso della lingua e nell’educazione scolastica, ma ostacolandone i rapporti diretti con la Slovenia. Come ricorda la relazione della commissione italo-slovena “In quegli anni fece ritorno a Trieste e a Gorizia una parte degli sloveni fuoriusciti nel periodo fra le due guerre, in particolare gli appartenenti ai ceti intellettuali, i quali assunsero importanti funzioni in campo culturale e politico”. Trieste diventò in questo senso un simbolo.
Di contro, nella Zona B, la Jugoslavia intraprendeva una politica di inclusione territoriale, instaurando il comunismo e reprimendo ogni possibile dissenso, soprattutto della componente italiana che in genere incarnava le colpe del fascismo e l’egemonia economica e culturale. Vennero allontanati tutti coloro che potevano rappresentare un preciso e forte riferimento nazionale italiano, come gli insegnanti e i sacerdoti.
La situazione già instabile subì un ulteriore scossone in seguito alla rottura tra Cominform e Jugoslavia, minando l’intesa che fino a quel momento c’era stata fra comunisti sloveni e italiani grazie ad un forte legame di classe e alla comune lotta al nazifascismo. La propensione ad un’annessione territoriale alla Jugoslavia, dove si stava costruendo un Paese comunista, conservò pertanto una comunanza di ideali tra italiani e sloveni solo fino al 1948, quando le ostilità proruppero facendo contrapporre cominformisti, la maggioranza degli italiani, e titini. La sorte degli oppositori è ben nota: espropri, carcere, deportazione, fino alle scomparse. In questo conflitto, tra l’altro, furono coinvolti i circa 2.000 operai monfalconesi e friulani che, nell’immediato dopoguerra, si erano volontariamente trasferiti in Jugoslavia con l’intento di partecipare al processo di costruzione del socialismo: molti rientrarono in Italia ma alcuni finirono nelle isole di detenzione jugoslave.
Si trattò, quindi, di un insieme plurale e molteplice di esodi diversificati cronologicamente, legati a situazioni specifiche, che portò complessivamente alla radicale diminuzione della popolazione italiana e ad una trasformazione sociale nella Zona B, quest’ultima dovuta essenzialmente all’inserimento di jugoslavi nei paesi rimasti spopolati. Questo esito fu determinato dal concorso di una pluralità di fattori che agirono nell’ambito del processo di costruzione dello Stato socialista da parte delle autorità jugoslave e che si manifestarono sia sul piano strutturale (confisca di abitazioni e proprietà agricole, peggioramento generale delle condizioni di vita) sia sul piano politico e culturale, laddove gli italiani, anche a seguito dello sgretolamento della loro precedente posizione egemonica, divennero oggetto di una conflittualità sociale segnata da episodi di violenza e da uno stringente controllo poliziesco. L’esodo, consistente all’inizio degli anni Cinquanta, aumentò con il Memorandum di Londra grazie alla possibilità di optare per la cittadinanza italiana.
La nascita di uno Stato democratico italiano divenne una forte attrattiva per quanti erano impauriti o più semplicemente non si riconoscevano nel nuovo cambiamento economico, caratteristico dei Paesi socialisti, che implicava una trasformazione anche nello stile di vita. La percezione di una minaccia scaturiva dalle continue pressioni ambientali di una società non solo militarizzata, ma anche presidiata da polizie segrete.
Il Memorandum di Londra sancì l’inizio di un nuovo periodo e concluse una delle esperienze più tragiche vissute lungo il confine italo-sloveno, come schematizza la relazione della commissione italo-slovena: “La stipula del Memorandum di Londra non risolse tutti i problemi bilaterali, a cominciare da quelli relativi al trattamento delle minoranze, ma segnò nel complesso la fine di uno dei periodi più tesi nei rapporti italo-sloveni e l’inizio di un’epoca nuova, caratterizzata dal graduale avvio della cooperazione di confine sulla base degli accordi di Roma del 1955 e di Udine del 1962 e dallo sviluppo progressivo dei rapporti culturali ed economici”.

13. Il presente documento è finalizzato a cogliere solo alcuni punti di una vicenda estremamente articolata e tale da non poter essere risolta in maniera completa in questo contesto. L’intento è quello di suggerire semplici orientamenti, utili a mettere in luce le varie criticità ed evitare di incorrere in un uso arbitrario della storia basato su interpretazioni soggettive. In occasione del Seminario di Milano è stata sottolineata da diversi relatori la necessità di intraprendere nuovi approfondimenti di studio, in modo particolare partendo da un “dialogo” tra i documenti conservati negli archivi italiani, sloveni e croati, attraverso una “nuova stagione di ricerche” che analizzi anche la profuganza clandestina jugoslava di cui ad oggi si sa ben poco, l’entità e le modalità delle opzioni respinte, così come rimarcato da Gloria Nemec, oppure permetta di ricostruire alcune biografie, come suggerito da Roberto Spazzali, ricordando che su queste tematiche si sia operato spesso con un approccio meccanicistico (ad un’azione corrisponde una reazione uguale o contraria), formula che non sempre funziona nello studio della storia.
Una riflessione, dunque, che non ha la pretesa di esaustività e merita di essere integrata da osservazioni, critiche e proposte, utili per raggiungere l’obiettivo di pervenire ad una verità storica, se non totalmente condivisa, almeno “comune” nelle grandi linee, sì da favorire l’abbandono di posizioni troppo rigide e “chiuse”, che continuerebbero a costituire un serio ostacolo per un riavvicinamento tra orientamenti diversi. Si auspica, così, la realizzazione di un tentativo, per lo meno comune, di comprensione di tutti i fattori di una vicenda drammatica, al di là di ogni preconcetto e di ogni giudizio sommario. Tutto ciò potrebbe contribuire sensibilmente ad un avvicinamento tra Associazioni che hanno spesso assunto posizioni rigidamente contrapposte e ad un complessivo “rasserenamento”, nella ricerca della verità storica, per gli stessi protagonisti di un complesso di vicende così altamente e profondamente drammatiche.
Secondo questa impostazione, la stessa ricorrenza annuale della Giornata del ricordo potrebbe assumere un significato più consono al carattere assegnatogli dalla legge istitutiva, di celebrazione civile volta alla conservazione e al rinnovamento della memoria delle vicende della guerra e del dopoguerra nell'area giuliano-dalmata.

Affinché questo fine sia effettivamente perseguito, infatti, occorre sgombrare il campo della discussione pubblica dai pregiudizi di parte e dagli esclusivismi nazionali, che fino ad un recente passato hanno fomentato strumentalmente le divisioni all'interno dei singoli Paesi e tra le diverse nazionalità. In una prospettiva europea, la Giornata del ricordo deve costituire un’occasione non per cristallizzare, ma per superare una eredità storica di conflitto, il che implica in primo luogo la liquidazione di approcci anacronistici che per troppo tempo hanno impedito di gettare le fondamenta di un’effettiva e duratura ricomposizione dei contrasti ereditati dal XX secolo.

lunedì 6 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 2




Dall'occupazione della Slovenia alla nascita della Zona di Operazione del Litorale Adriatico









segue da Il confine italo- sloveno 1

6. Nel 1941 le forze dell’Asse aggredirono e invasero, senza dichiarazione di guerra, la Jugoslavia, che venne divisa tra Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria. All’Italia vennero assegnate la Slovenia meridionale, annessa come provincia di Lubiana, la costa dalmata, il Montenegro e il Kossovo. Ci soffermiamo in particolare sull’occupazione della Slovenia che creò inevitabili implicazioni dal punto di vista dei confini. In un primo periodo il fascismo applicò una politica moderata, ben diversa dalla prassi tedesca, cercando di tutelare le caratteristiche etniche della popolazione con l’instaurazione di un Alto commissario, coadiuvato da una Consulta con rappresentanti sloveni, l’esonero dal servizio militare, l’uso della lingua slovena nelle scuole elementari, il bilinguismo negli atti ufficiali, che portò all’adesione di un fronte collaborazionista motivato soprattutto da un fervido anticomunismo. Parallelamente si era costituito un vigoroso movimento di liberazione, l’Osvobodilna Fronta (OF).
L’intensa attività sia di sabotaggi che di guerriglia dei gruppi di resistenza, sostenuti anche dalla popolazione civile, fece assurgere questi territori a zone di guerra in cui l’occupante italiano incrementò l’azione repressiva, anche contro i civili, con incendi di villaggi, esecuzioni, torture, deportazioni in campi di internamento istituiti tra il 1941 e il 1943, arrivando a un picco di recrudescenza nel 1942 in seguito alla circolare 3C del gen. Roatta, che portò alla costituzione di una Milizia volontaria anticomunista (Mvac) alle dipendenze degli italiani. Nonostante queste misure di controllo e repressione, le formazioni partigiane, mosse anche dal timore di annullamento delle loro istanze di autonomia, andavano sempre più rafforzandosi ottenendo consensi tra la popolazione ed estendendosi anche nella Venezia Giulia. Alla fine del 1941 a Trieste l’OF disponeva già di una rete clandestina operativa e sottoscriveva con il Partito Comunista italiano un patto di unità, mentre i fascisti giuliani imperversavano con azioni squadriste e incendi di abitazioni.

7. La situazione mutò in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 che portò a un’accelerazione di quanto si era andato delineando già nel 1942. Allo sbandamento dell’esercito italiano si unì la completa dissoluzione della presenza statuale che venne soppiantata dall’occupazione della Wehrmacht.
In Istria, a seguito di diverse sommosse, vennero istituiti organismi antifascisti che si sostituivano alle autorità italiane, e si insediarono i comandi partigiani. A Pisino, il Comitato popolare di liberazione proclamò l’unione dell’Istria alla Croazia e furono eseguite una serie di condanne a morte di oppositori al neocostituito sistema con la soppressione sia di fascisti che di rappresentanti dello Stato italiano, di avversari politici e di persone autorevoli della comunità italiana. Questo evento è meglio conosciuto con il termine di foibe istriane. La serie di eccidi che furono perpetrati nell’area dove era attivo il movimento di liberazione croato, non venne intrapresa solo per ragioni politiche e sociali, ma anche per colpire la classe dirigente locale; ciò approfondì la diffidenza e il timore della componente nazionale italiana nei confronti del movimento di liberazione jugoslavo e, più in generale, della lotta di liberazione contro l’occupante tedesco. I timori che ne derivarono vennero poi strumentalizzati dai nazisti, facendo leva sulle angosce legate alla possibilità di cancellazione dell’intera collettività italiana. La drammatica esperienza istriana venne interrotta dalla cruenta occupazione tedesca. Le contrapposte memorie ricordano che per i croati questo episodio rappresenta l’apogeo della liberazione nazionale, mentre per gli italiani, in modo particolare per chi ritornò in Italia, esso costituisce un trauma.
È necessario rammentare che la questione delle foibe è molto articolata e che in generale, come ha ricordato Roberto Spazzali nella sua relazione, va considerata per dimensioni storiche e cronologiche: differenti le foibe istriane del 1943 da quelle del 1945 nella Venezia Giulia che coincidono rispettivamente con la caduta del fascismo e con la fine della Zona di operazione del Litorale adriatico.
Con lo stesso vocabolo vengono definiti episodi tra loro differenti come le stragi, le vendette politiche, l’eliminazione di oppositori nei campi di internamento.
Nell’ottobre del 1943 venne istituita la Zona di operazione
del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches
Hausser, generale SS comandante del litorale
Küstenland - Ozak
) che dipendeva direttamente dal Terzo Reich e comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume, Pola, le isole del Quarnaro, sottratte alla 
Repubblica Sociale Italiana che ne prese atto a fatto compiuto. Come risulta da un’annotazione del diario di Galeazzo Ciano del 13 ottobre 1941, Mussolini già all’epoca era convinto che “se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa”. Nel territorio del Litorale, dunque, l’amministrazione tedesca condusse una lotta senza quartiere contro la resistenza slovena e italiana, utilizzando a tal fine anche le aspirazioni stanziali di gruppi ed etnie al seguito della Wehrmacht, incaricati di compiti di repressione svolti con particolare ferocia. In questo quadro, la presenza dei cosacchi in Carnia costituisce l’episodio più noto e tra i più tragici nella storia della guerra di Liberazione nell’area friulana. Non mancarono inoltre, come ha ricordato Alberto Buvoli, tentativi tedeschi di promuovere forme di collaborazionismo mediante l’accoglimento di alcune rivendicazioni nazionali slovene in funzione di contrasto alla resistenza italiana, secondo il principio del divide et impera.
Sotto questo profilo, la vicenda del Nord-Est italiano nel biennio 1943-1945 si presenta come un esperimento totalitario peculiare, per l’azione di una pluralità di soggetti, alcuni dei quali relazionati tra loro con modalità in cui collusione e conflitto appaiono strettamente intrecciati. Come si legge nella relazione della Commissione italo slovena, dopo l’8 settembre, “I tedeschi […] per mantenere il controllo del territorio, fecero ricorso all’esercizio estremo della violenza, per la quale si servirono pure della collaborazione subordinata di formazioni militari e di polizia italiane ma anche slovene”, anche se, come precisa lo stesso documento, il comune atteggiamento collaborazionista non servì a contenere le reciproche diffidenze nazionali, che tornarono presto a manifestarsi con forza.

8. L’analisi dei rapporti tra la Resistenza italiana e la Resistenza slovena e più in generale jugoslava non si presta a giudizi unilaterali o a generalizzazioni che non tengano conto delle specifiche realtà e delle diverse fasi in cui si sviluppò la guerra di Liberazione. Da questo punto di vista, occorre considerare sia i momenti di forte conflittualità tra i due movimenti, sia la collaborazione su basi anti fasciste maturata soprattutto in seno al movimento operaio, anche prima della caduta del fascismo, e che fu alla base dello sviluppo dei rapporti tra i due partiti comunisti, tra le formazioni partigiane slovene e italiane e tra gli organi politici dei rispettivi movimenti di liberazione.
È difatti innegabile che subito dopo l’8 settembre i rapporti di collaborazione tra la Resistenza italiana e quella slovena divennero sempre più complessi; nell’autunno del 1943, la dichiarazione unilaterale di “congiungimento” (Izjava o priključitvi Primorske) dell’intero territorio del litorale adriatico della Slovenia da parte dell’OF, ratificata dal Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia, se da un lato confermava la piena assunzione delle rivendicazioni territoriali slovene da parte del movimento comunista e la loro combinazione con gli obiettivi rivoluzionari e classisti, dall’altro risultava potenzialmente in contrasto con il principio dell’autodeterminazione dei popoli come base per la risoluzione
delle questioni nazionali, affermato nelle dichiarazioni dei Partiti Comunisti italiano, jugoslavo e austriaco del ’34, e successivamente ribadito in altre occasioni nel corso degli anni ’30. Da parte slovena si auspicava il “congiungimento” di quei territori con insediamenti storici sloveni e finalità di tipo rivoluzionario. Trieste diventò un nodo focale perché rappresentava non solo a livello geografico ed economico uno sbocco importante per la Slovenia, ma anche un ponte per la diffusione a occidente degli ideali comunisti. Il Partito Comunista italiano, che comunque non condivideva la posizione slovena, propose di posticipare la problematica al dopoguerra.
Nel periodo intercorso tra l’armistizio e l’estate del 1944, infatti, come ha ricordato Alberto Buvoli, la Direzione del PCI dell’Alta Italia, che fu peraltro un interlocutore privilegiato del movimento di liberazione sloveno, prese nettamente le distanze dalle rivendicazioni territoriali jugoslave, secondo una linea di conciliazione degli interessi nazionali con il primato attribuito
al mantenimento e al rafforzamento dell’unità di tutte le forze antifasciste, ottenendo anche il sostegno dell’ex segretario della disciolta Terza Internazionale, George Dimitrov, che sollecitò il movimento di liberazione sloveno a non compromettere l’unità antifascista con iniziative premature e a rinviare alla conclusione della guerra la definizione delle questioni nazionali. Alla continua trattativa tra i partiti comunisti, si aggiungono in questo periodo gli appelli unitari rivolti al movimento di liberazione sloveno dal CLN Alta Italia, non senza risultati, se si considerano le aperture di un dirigente come Kardelj (sloveno, stretto collaboratore di Tito) sulla priorità da attribuire al consolidamento dell’unità antifascista e sull’opportunità di non porre prima della fine della guerra la questione dell’appartenenza statale di Trieste (febbraio 1944).
Al di là del carattere contingente dell’atteggiamento distensivo dei dirigenti jugoslavi, occorre tenere presente che su di esso influiva la strategia sovietica oscillante tra la volontà di non incrinare l’alleanza internazionale antifascista e l’aspirazione a realizzare un assetto geopolitico per il dopoguerra idoneo ad assicurare il massimo possibile di sicurezza. Ciò può spiegare il sostegno più esplicito offerto alle rivendicazioni territoriali jugoslave a partire dall’estate del 1944, nel momento in cui l’Armata rossa era sul punto di congiungersi alle forze di Tito e, mentre anche la liberazione del Nord Italia appariva imminente, la Gran Bretagna – anch’essa incline a considerare con una certa benevolenza le rivendicazioni territoriali del movimento partigiano jugoslavo – cercava di acquisire il consenso dello stesso Tito ad un eventuale sbarco alleato in Istria, progetto mai abbandonato da Churchill. Segue qui



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