Visualizzazione post con etichetta sicilia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sicilia. Mostra tutti i post

lunedì 11 settembre 2017

Gigi Burruano, palermitano e..attore

Gigi Burruano, ripetente e ribelle ante litteram





Nell'anno scolastico 1966-67 piombò nella classe 3 E del liceo Umberto di Palermo, preceduto da una discreta fama televisiva per la partecipazione  all'effimera trasmissione di Mike Bongiorno "Giochi in famiglia". Portare la famiglia in televisione in pasto ai guitti! non l'avesse mai fatto, il dott. Burruano padre, stimato dentista palermitano. Il giovane Gigi veniva pubblicamente additato al disprezzo dall'arcigno latinista  prof. Gallo, maschera glaciale dagli occhi azzurri, inavvicinabile anche per la sua micidiale alitosi. 

Bisogna sapere che a quell'epoca le studentesse del liceo portavano ancora il grembiule (per distinguerle dai maschietti?), ma soprattutto subivano il divieto di uscire dall'edificio  scolastico durante l'intervallo. Inutile precisare che i maschi, non solo potevano uscire in cortile, ma anche spingersi ai bar e alle rosticcerie vicine per consumare la colazione.

Il mitico Gigi che  come tutti noi vestiva in giacca e cravatta, ma possedeva il fuoco del ribelle, forse per le quotidiane umiliazioni subite per l'avventura televisiva familiare forse non potendone più di guardare la sua bella da lontano alla finestra, ben prima dell'esplosione sessantottina organizzò una clamorosa manifestazione studentesca sotto le finestre dell'incredulo preside Renato Composto. 

Tolta la giacca e roteando la cinta dei pantaloni, come un novello schiavista, indusse noi pacifici e conformisti compagni di scuola a camminare in fila indiana sotto le finestre del preside, mimando la parte dell'ergastolano in ceppi in una colonia penale ottocentesca. 

Quella, che io ricordi, fu l'ultima sua comparsa al liceo Umberto: forse l'infernale macchina della repressione lo inghiottì in un vero penitenziario o più modernamente lo indusse a ritentare l'avventura scolastica nel vicino istituto Mamiani, allora rifugio finale di tutti ripetenti palermitani.
Solo dall'anno successivo anche le ragazze ebbero il permesso di uscire in cortile: inutile dire che nessuno di noi andò più al bar..

Da allora non l'ho più visto se non da lontano, alle sue prime avventure teatrali al teatro Biondo. A causa della mia precoce fuga dall'isola amata da Dio e maledetta dagli uomini, mi sono perso il cabaret, il mitico nudo di Aurora Quattrocchi, la scoperta di Tony Sperandeo e Giovanni Alamia, per poi ritrovarlo invecchiato e imbolsito nei 100 passi, nell'Uomo delle stelle, in Baaria. 
Nessuna traccia fisica dell'esile studentello liceale, già allora carico del sacro fuoco del teatro.   
Ieri se ne andato, cosa dire? estamos pidiendo turno!

mercoledì 28 settembre 2016

Il ponte sullo stretto




Gli uomini del ponte












Si sa, molti siciliani sono affetti dall'ormai secolare  complesso d'inferiorità meridionalista, che li costringe  a immaginarsi isolati dal continente, fratelli minori dimenticati e vessati. Aspirano da un secolo e più al riscatto, all'unione con la madre patria, che non li capisce. Farebbero meglio a rivalutare il saggio detto di un altro "isolano": lo stretto è in tempesta, il continente è isolato. 
Altri siciliani, più disincantati e filosofi,  comprendono a fondo, e conseguentemente si comportano, la realtà dell' insularità come essenza del vivere, cosa che li rende effettivamente diversi e unici.

Chi è ormai lontano, e quindi non rischia più di inabbissarsi, con l'intera isola, ricorda con nostalgia le mitiche traversate dello stretto, quando dalla plumbea Calabria si giungeva alla soleggiata e ridente Sicilia, "magari" mangiando le arancine del traghetto, e non vorrebbe che queste emozioni si perdessero per sempre.
Nel frattempo, come ho fatto io si dedica ad osservazioni e argomentazioni razionali.
Eccone una tra le tante possibili. 
Se provate a viaggiare  in treno da Trapani a Messina, Trenitalia vi propone un'unica soluzione:

13:42
Trapani 
15:05
Castelvetrano 
01:23Regionale
8636
Chiudi 
15:38
Castelvetrano 
17:07
Piraineto 
01:29Regionale
8610
17:15
Piraineto 
18:20
Imperatore Federico 
01:05Autobus
PA546
18:36
Imperatore Federico 
18:57
Palermo Centrale 
00:21Regionale
8754
20:06
Palermo Centrale 
23:03
Messina Centrale 
02:57Regionale Veloce
3846

Cioè 9 ore e 21 minuti per un percorso di 320 km, velocità media 30 km/h, di poco superiore alle navi "Caronte" che attraversano lo stretto in mezz'ora scarsa. 

Se ripiegate sui pullman, e provate ad orientarvi tra le quasi infinite compagnie di trasporto, (proprio come in Spagna, ogni provincia e talvolta ogni comune ha la sua ditta), la ricerca si fa più lunga, ma più soddisfacente nei risultati. Ecco il migliore risultato: 


  • Trapani ore 6.25, Palermo ore 8.05 (piazza Politeama), compagnia AST
  • Dal Politeama andate in autobus  alla stazione ferroviaria (mezz’ora di attesa e mezz’ora di percorso; oppure a piedi se non avete valigie, circa 25') e da qui con le autolinee SAIS, partendo alle 9.00 arriverete  finalmente a Messina alle 11.45


In totale 5.30 minuti di viaggio per i soliti 320 Km, ma con velocità media raddoppiata rispetto al treno: 60 km/h.

Forse non è necessario aggiungere altro all'ormai diffusa considerazione che Renzi fa di tutto per assomigliare a Berlusconi, spesso riuescendoci, e come l'originale ha perso lucidità ed è ormai alla canna del gas. Altrimenti non si spiegherebbero le contraddizioni con più lucide affermazioni precedenti, di cui riporto una breve scelta. 

Carta di Firenze della Leopolda 2010.
“L’Italia preferisce la banda larga al Ponte sullo Stretto”.

Matteo Renzi.
“Il ponte sullo Stretto è una brutta pagina da chiudere”.

Dario Franceschini.
“Un’opera faraonica mentre pochi giorni fa le case sono cadute sotto la frana a Messina. Una presa in giro inqualificabile solo proporla”.

Andrea Orlando.
"Lo considererei un capitolo chiuso”.

Anna Finocchiaro.
"Ha ragione il vicepresidente di Confindustria quando dice che il Ponte è il caviale, mentre il pane sono le strade, ferrovie e i porti per la mobilità interna in Sicilia”

Yoram Gutgeld (consigliere economico a Palazzo Chigi)
"Bisogna superare la gestione dissennata dei fondi comunitari, oscillante tra opere faraoniche, miliardarie e inutili come l’Alta velocità o il Ponte sullo Stretto”.

E dulcis in fundo, da Migliore il meglio:
Gennaro Migliore sfila a Messina con i NO Ponte.
“Siamo qui per opporci ad un capriccio del governo che vuole realizzare un'opera inutile. Si tratta di un'infrastruttura pericolosa per i cittadini e per le casse dello Stato, della quale non abbiamo bisogno”.


giovedì 21 aprile 2016

Margherita Asta: Sola con te in un futuro aprile


Riina Junior, Padova e altro ancora





..Stasera, dopo aver parlato con quell'avvocato che mi ha accolta come una sorella, ho capito che sono rimasta viva anche per raccontare la storia di mia madre e dei miei fratelli e che in questo modo posso dare un senso alla loro morte. Mi ha fatto capire che posso smettere di essere una vittima per diventare una testimone contro la mafia... 

Queste, tra le tante,  sono parole di Margherita Asta, tratte dal suo libro, scritto a quattro mani con Michela Gargiulo: "Sola con te in un futuro aprile"- Fandango libri.
Margherita nel 1985 ha solo undici anni. In quel lontano 2 aprile,  non sopportando di arrivare in ritardo a scuola a causa dei capricci dei fratellini chiama la mamma di una compagna per farsi  accompagnare a scuola da lei. Dopo alcuni minuti dalla sua partenza, riesce ad uscire da casa anche la mamma di Margherita, Barbara Rizzo, con i due  gemellini Giuseppe e Salvatore. 


Alla prima curva l'auto della giovane mamma viene sorpassata da quella blindata del giudice Carlo Palermo. In quel momento un'auto posteggiata sul ciglio della strada viene fatta esplodere con 100 chili di tritolo. L'auto di Barbara Rizzo fa da scudo a quella del giudice, che esce traumatizzato ma sostanzialmente illeso dall'attentato. Dell'altra auto e degli occupanti non rimarrà nulla se non miseri frammenti e una macchia rossa su un muro. 
"Papà è sangue nostro quello?" domanderà Margherita bambina al padre, quando si troverà a ripassare sul luogo dell'attentato. 

Nel libro, Margherita ci ha messo l'anima e i ricordi, Michela la penna, entrambe la passione civile. Così la vicenda personale e familiare di Margherita si intreccia con la storia della mafia; c'è praticamente tutta la storia d'Italia negli ultimi trentanni...
Non sono un critico  e non mi azzardo a cercare pregi o difetti di tipo  strettamente letterario, posso solo affermare con sicurezza che il volume si legge tutto d'un fiato: è appassionante sia per chi a quelle vicende ha assistito negli anni della giovinezza e poi della maturità, sia per chi ne ha conoscenza solo indiretta, perché nato dopo. Da consigliare come testo di educazione civica nelle scuole: c'è la storia, ci sono gli eroi famosi, ma anche oscuri della legalità, c'è una grande lezione di coerenza, di passione, di lotta civile. 
Sono orgoglioso di avere portato Margherita e Michela a Padova proprio nei giorni della squallida performance di
Vespa che duetta con Riina junior. Vengo a sapere oggi che il libro del mafioso sarà presentato anche in una libreria di Padova. E' appena il caso di ricordare che Riina senior è stato definitivamente condannato come mandante della strage di Pizzolungo, proprio quella che ha rubato la famiglia e l'infanzia a Margherita... 

Articoli correlati:
Margherita e Michela all'istituto Scalcerle

Impastato sull'intervista a Riina J.


lunedì 11 aprile 2016

Margherita Asta e Michela Gargiulo a Padova






Ma quello è sangue nostro?


















Se la società va in una direzione la scuola  ha il dovere di andare dall'altra (A. Solero)




Negli stessi giorni in cui  Bruno Vespa ospitava nel suo osceno salotto il figlio di Totò Riina, condannato nel 2004 anche come mandante della strage di Pizzolungo, l’Associazione Storia e Vita, oltre a Giovanni Impastato ( vedi qui ) ospitava presso l’Istituto Scalcerle di Padova Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo e sorella di Giuseppe e Salvatore Asta.


Margherita in quel tragico 2 aprile del  1985, non tollerando i ritardi e i capricci dei fratellini Giuseppe e Salvatore, decide di farsi accompagnare a scuola dalla madre di un’amica: alla prima ora ha una verifica importante e non può tardare. La madre Barbara esce qualche minuto dopo con i due gemellini. Ad una curva viene sorpassata da un’auto blindata, su cui viaggia il giudice Carlo Palermo. In quel preciso istante una terza auto, parcheggiata sul ciglio destro della strada esplode, facendo scomparire nel nulla i corpi di tre vittime innocenti. Il giudice Palermo esce quasi illeso dall'attentato: si era dovuto sedere a sinistra dell’auto blindata, perché lo sportello di destra, dove era abituato a salire, in quei giorni aveva la sicura bloccata e non c’erano i mezzi per ripararla.   

Questo è l’inizio della storia che Margherita Asta, splendida siciliana che vive adesso a Parma, racconta nel suo libro, intitolato “Sola con te in un futuro aprile”, assieme alla giornalista free lance  Michela Gargiulo.

Margherita lo ha scritto per tenere uniti i cocci della sua vita, Michela ha aggiunto di suo una lucida ricostruzione storica e giudiziaria delle vicende legate alle inchieste del giudice Palermo partite da Trento e approdate in Sicilia.

 Il dramma umano del giudice Palermo, sopravvissuto alla strage e mai ripresosi si intreccia nel libro, che si legge con commozione e tutto d’un fiato, alle vicende di Margherita e della sua famiglia.
Apprezzatissima Margherita da una platea fittissima di studenti, che avevano scelto volontariamente la sua conferenza, durante un giorno di sospensione delle lezioni ordinarie. Commozione, domande, empatia e una grande umanità che dopo quattro ore di incontro nessuno avrebbe voluto interrompere.

Apprezzata moltissimo anche Michela Gargiulo, per la sua lucida e avvincente ricostruzione delle vicende della mafia siciliana e dell’Italia di questi ultimi trentanni. Una vera lezione di giornalismo, agli antipodi di un Vespa, da sempre lacchè di ogni potere e adesso divenuto anche, consapevolmente o meno, megafono della mafia.

Paolo Menallo e T. Rescio

Per approfondire

sabato 26 dicembre 2015

Teoria dell'isola





Ogni uomo è un'isola










"Là dove domina l'elemento insulare è impossibile salvarsi. Ogni isola attende impaziente di inabissarsi. Una teoria dell'isola è segnata da questa certezza. Un'isola può sempre sparire. Entità talattica, essa si sorregge sui flutti, sull'instabile. Per ogni isola vale la metafora della nave: vi incombe il naufragio. Il sentimento insulare è un oscuro impulso verso l'estinzione. L'angoscia dello stare in un'isola come modo di vivere rivela l'impossibilità di sfuggirvi come sentimento primordiale. La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia. Poiché ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere: la storia gli passa accanto con i suoi odiosi rumori ma dietro il tumulto dell'apparenza si cela una quiete profonda. Vanità delle vanità è ogni storia. La presenza della catastrofe nell'anima siciliana si esprime nei suoi ideali vegetali, nel suo taedium storico, fattispecie del nirvana. La Sicilia esiste solo come fenomeno estetico. Solo nel momento felice dell'arte quest'isola è vera." 
"Teoria dell'isola" di Manlio Sgalambrofilosofo, poeta e saggista, autore di molti testi di F. Battiato



mercoledì 12 agosto 2015

Par condicio





Un siciliano non fa mai una cosa a caso, la fa "a muzzu"











Non c’è nulla di più falso che il proclama di Mussolini secondo cui la Sicilia era fascista fino al midollo. La Sicilia non era per niente fascista. Naturalmente la gente si iscriveva al fascio, andava alle adunate e gridava «Duce! Duce!», ma senza crederci molto. Qui è così per ogni idea. Allo stesso modo si spiega la refrattarietà alla Chiesa cattolica. Si osservano i riti, la messa di mezzogiorno e tutte le regole, ma senza crederci intimamente. (L. Sciascia)


Adesso aspettiamo le reazioni  a questo realistico dialoghetto da bar da parte degli amici siciliani, con i quali mi scuso anticipatamente  per l'assai imperfetta trascrizione fonetica.


"Baciamo le mani a tutti

Servo suo, don Salvatore. Come posso servirla?
U solitu: na granita e tri cornetti.

Sempre grandioso, don Salvatore: stamatina mi pari n'anticchia capitalista, ma unn'era comunista vossia?
Cierto e puru uora sugnu comunista e un mi nn'affruntu, ma chi c'accucchia chi cornetti?

Don Salvatore, e Rosariu di sinistrra é, chi mi dici? e Matteo di sinistrra é? m'u spiega vossia?
Lassa iri, ca pi uora i problemi sunnu avutri! Pir isempiu c'é a questioni di l'immigrati, mischini, però sempre a nuavutri tocca?

Sinni sta pintiennu don Salvatore, unn'è cchiù comunista?
Ma chi? io siempri comunista sugnu, ma diciemmuni a virità: un sinni può cchiù!

Chi vuoli diri don Salvatore? si spiegassi megghiu.
Io, o portu ci ivu, nsemmula o parroco, ci purtuvu i scarpi addi puvirazzi, e puru i cammisi e i cavusi, picchì eranu senza nienti. Però cca hannu i facci tutti scunchiute, poi quannu sinnu vannu in continente, isanu li corna e hanno tutti i pretese: un ci piaci a pasta, vuonnu u telefonino e l'albergo commodo e cca nuavutri a curriri a mmari pi iddi, purtari cosi, manciari, acqua, ca mancu pi nostri morti di fame, ca nn'aviemu sai!

Don Salvatore ma cu ci cuntò tutti sti cosi?
I liggivu 'nno giurnali aieri nn'o varbieri.

E chi giurnali era?
U Giurnali, ti dissi!

Vabbé canciamu discursu! mi dicissi: e si Rosariu cadi, mischinu, vossia ci lu duna sempri u votu o PD?
Difficili mi pari.

Allura un ci va?
Ma unnu sacciu. Pi ora ci sunnu sti picciuotti ca fannu un gran scamazzu, vidiemu si c'é sucu. Pi ora chiddu chi dissiru ficiru, puru na strata, 'nto 'n biriri e sbiriri.

Però un ci può passari nuddu, asinnò si futtinu a machina e si catafuttinu iddi stiessi?
Intanto a ficiru!

Ma u sapi ca un stannu paannu n'emerita minchia? ficiru un pagherò in tri anni, ch'i stipenni sino o 2018? e si Rosario si catafutti, cu paga?
Quannu ci fu u cavalieri u vuosimu pruvari: Sicilia batte il resto del mondo 61 a zeru, tu ricordi? Uora pruvamu puru a chisti, n'aviemu pruvati tanti!

Beddu comunista chi è vossia!"


Glossario minimo.
Cornetto: croissant formato King size
m'anticchia: un poco
Chi c'accucchia: cosa c'entra
Rosario: Rosario Crocetta (i palermitani, nella loro tipica mania di grandezza ostentano familiarità con le persone importanti)
Matteo: Matteo Renzi
un mi nn'affruntu: non me ne vergogno
scunchiute: malinconiche
mischini: poveracci
cavusi: pantaloni
varbieri: barbiere, al sud luogo di cultura e di incontro
scamazzu: confusione, qui in senso affettuoso
si c'é sucu: se c'é sostanza
'nto 'n biriri e sbiriri: in un battito di ciglia
si futtinu a machina: si rovinano l'automobile




giovedì 8 gennaio 2015

La Sicilia e il Milazzismo, 3

Operazione rivoluzionaria o trasformismo?
di Luigi Ficarra



Ci furono in realtà rapporti fra milazzismo e mafia, come sottolinea lo storico Umberto Santino, dicendo che l'assessorato diretto dal monarchico Pivetti era frequentato dal capomafia Paolino Bontade e dai suoi amici. Lo stesso Renda, allora deputato regionale, non nega nella sua “Storia della Sicilia” “l'incidenza della mafia nel secondo e nel terzo governo Milazzo”. Il prof. Giuseppe Marino, che fa il discorso storico più serio e di ampio respiro, dice che, sì, vennero rimossi i mafiosi Vanni Sacco e Genco Russo dal controllo dei due principali consorzi di bonifica - (assessore all'agricoltura - egli ricorda - era nel primo governo Milazzo il missino Grammatico) -, ma, anche se il fatto fu percepito come importante, rimase - egli scrive - marginale, perché trattavasi “dell'abbattimento di realtà residuali, della mafia di campagna”. – “I governi Milazzo - scrive ancora Marino - non si avvidero del nuovo corso mafioso a preminente caratterizzazione urbana.- .... Anzi lo favorirono e vi parteciparono” E spiega pure che “i potenti cugini Salvo appoggiarono il milazzismo”. Marino sottolinea altresì che non tutti i comunisti concordavano con Macaluso e la sua tattica trasformista, realizzata nell'alveo del peggiore “sicilianismo”; e ricorda che Mario Ovazza, capogruppo allora del PCI all'assemblea regionale, nei suoi "appunti inediti" del 1993, ebbe a scrivere che “fu costretto a partecipare ad un incredibile Comitato, presieduto dallo stesso Milazzo, il cui compito ufficiale era quello di appagare le crescenti richieste per "inserire a posti di sottogoverno elementi collegati con la maggioranza milazziana". “Fui felice - dice sempre Ovazza - quando, (per le resistenze manifestate), fui sostituito da Cortese”. Il milazzismo in sostanza si svelò essere, nel suo insieme, una grande operazione trasformista, nell'alveo del più becero e reazionario "sicilianismo"; e fu il bacino di coltura di quella politica di compromessi al più basso livello e di sostanziale compartecipazione alla gestione del potere borghese sotto la copertura di un’opposizione di facciata, contro cui poi combatté con tutte le sue forze  il compagno  Pio La Torre fino al sacrificio della vita, come ben scrive Adriana Laudani nel libro di Sorrentino e Mondani “Chi uccise Pio La Torre”.
Va detto però dire che la scelta di Macaluso non fu un “errore”  del PCI siciliano ma fu figlia diretta della teoria del “fronte antimonopolistico” in coerenza alla concezione dello Stato, quale ”Stato dei monopoli”, e non, invece, quale era ed è, espressione e mediazione dell’interesse generale capitalistico. Teoria, questa dello ”Stato dei monopoli”, propria della III internazionale.  Ed è per questo motivo che Togliatti, come ricorda Marino in “Storia della mafia”, in coerente applicazione di detta teoria, in un convegno tenutosi a Palermo a cavallo dell’operazione Milazzo, diede a questa un fondamento teorico-politico, perché, si disse, veniva così costituito un fronte contro la rapina della Sicilia da parte dei monopoli, da parte dello Stato dei monopoli.
Espressione piena di tale linea, sicilianista e reazionaria, è stato in anni a noi molto vicini il governo Lombardo, appoggiato dal PD siciliano. Quel Lombardo, che ebbe come consulente il vate degli industriali La Cavera e che fu prima alleato del suo sodale Cuffaro.
Oggi, di fronte al declino storico del capitalismo europeo, che in Italia si traduce in una pesante stagnazione e regressione, c’è un Sud non più da tempo funzionale neppure allo sviluppo capitalistico del paese, con una forza lavoro non più competitiva rispetto a quella degli africani e dei cittadini dell’est Europa. In esso la condizione giovanile, che raggiunge punto di disoccupazione oltre il 50%, è tragica; ed il destino di tutto il territorio meridionale è di trasformarsi nel recinto di quella che Marx chiamava ”sovrappopolazione stagnante”.
 Al massimo si coglie in questa situazione la disfatta del M.O., i risultati di quella politica del vecchio PCI di bassa compartecipazione in Sicilia e altrove, specie nel Sud, alla gestione del potere borghese. Politica che oggi si manifesta tramite un suo vecchio rappresentante storico, Napolitano, che plaude alla bestia trionfante del capitalismo alla Marchionne e al suo sodale, Renzi, che sta portando a termine l’opera di Berlusconi e Monti di distruzione delle difese del M.O., delle sue casematte: Statuto dei Lavoratori, c.c.n.l., e libere rappresentanze sui luoghi di lavoro.
La strada da proporre alle nuove generazioni non è certo la rivolta disperata, come quelle di “Alcara Li Fusi” e di “Bronte” del 1860 e-o come quella indistinta di Licata del 5 luglio 1960, ma quella di un ripensamento profondo delle cause che hanno portato a questa disfatta politica e che faccia quindi i conti, anche e soprattutto a livello teorico, col passato riformista del M. O. Un ripensamento che recuperi in particolare in Sicilia la memoria storica del movimento dei Fasci dei Lavoratori Siciliani del 1893 - 94; delle lotte per l’occupazione delle terre del primo dopoguerra e quelle del ‘44 - ’50. 
Occupazione delle terre a Petralia Sottana, Madonie
Movimento, quest’ultimo, politicamente sconfitto dalla riforma agraria del dicembre 1950, definita dalla sinistra di allora una <<controriforma>>, il cui progetto di legge, è bene ricordarlo, fu elaborato dall'agrario on. Milazzo. Una vera controriforma, il cui attore principale fu il mercato, consentendosi e comunque non impedendosi che i grandi proprietari, anticipando l’applicazione della legge, vendessero direttamente a terzi, contadini compresi, le superfici migliori oltre il limite consentito di ben duecento ettari e realizzarono in tal modo, dice Renda, circa trenta miliardi: una vera manna, una sorta di piano Marshall che mise a disposizione della borghesia agraria ingenti capitali, destinati in parte alla trasformazione capitalistica delle sue terre.
Forti dell'insegnamento svolto da Gramsci ne “La questione meridionale”, molti dirigenti del PCI di allora giudicarono negativamente detta legge, che segnò la sconfitta definitiva della lotta di classe nelle campagne siciliane, specie del movimento cooperativo. Oltre allo storico Giuseppe Marino, ed a Umberto Santino del centro Peppino Impastato, la grande scrittrice e giornalista de “L'Ora”, Giulia Saladino, in “Terra di rapina”, raccontò magistralmente come interi direttivi delle sezioni del PCI dell'isola, vista la fine miserrima delle lotte che avevano condotto, preferirono emigrare all'estero. Anche Francesco Renda parla molto criticamente di questa controriforma agraria, che costituì una chiara opera di “rivoluzione passiva”, nel senso gramsciano del termine.            
Luigi Ficarra

sabato 3 gennaio 2015

L'Isola grande

La Vucciria di Guttuso*
Viaggio in 15 tappe (fotografiche)

Tonnara di Scopello
Erice




Il mare di Favignana

Il teatro di Segesta

L'interno, arrivando a Piazza Armerina

Il tempio di Segesta

Scicli



Marzamemi

Mondello

Palermo, cattedrale

L'Etna

La piscina di Venere, isola di Vulcano











Eraclea Minoa





*la modella di "spalle" è la contessa Marzotto

venerdì 2 gennaio 2015

La Sicilia e il Milazzismo, 2

Palazzo d'Orléans - Sala dell'ARS
Nulla capiremo della mafia
finché non metteremo in luce gli aspetti di questa vicenda (L. Sciascia)

di Luigi Ficarra




segue da: Sicilia e milazzismo 1

E Macaluso ha nel tempo continuato a rappresentare detta operazione come una strategia quasi rivoluzionaria, non comprendendo di essere stato usato come parte sostanzialmente passiva di una scelta strategica dell’avversario di classe, quella pensata ed operata dalla Sicindustria di Mimì La Cavera, poi divenuto presidente onorario della Confindustria siciliana e successivamente sostenitore, non a caso, del governo reazionario di Lombardo.
 Quel La Cavera, che nel suo articolo, pubblicato su un’intera pagina de “L'Ora” di Palermo del 27 dicembre 1959, a commento dell'operazione “Milazzo”, scriveva che “il fatto rivoluzionario della situazione siciliana è che una parte delle classi "agricole" del patriziato (i discendenti del Gattopardo) vuole essere classe dirigente (a differenza, spiega, di quanto fece nel 1860), ..alleandosi a coloro (PCI siciliano) che "promuovono" lo sviluppo di una classe imprenditoriale moderna ….”; ed in questa alleanza egli chiaramente assegnava al M.O. una posizione di supporto allo sviluppo capitalistico del sud e, nella specie, della Sicilia. Parlando poi della forte presenza comunista in Italia e nel mezzogiorno in particolare, diceva che per combattere questa situazione politica occorreva “promuovere politiche di espansione … economica, che spezzando i privilegi da un lato (i c.d. privilegi dei monopoli), e mantenendo la pace sociale dall'altro con una politica di lavoro aperta e progressiva (dare qualche soldo in più ai braccianti - egli diceva), tolgano di mano ai comunisti le ragioni della (loro) forza”. “Occorre far sì - concludeva La Cavera nel suo articolo-manifesto del 1959 – che l'Italia non sia più il paese dell'occidente, dove …. i comunisti potrebbero vedersi aperta la via per giungere al potere per vie legali”. Ed aggiungeva che “La Sicilia indica una via per tutta la nazione : la via del giovane occidente capitalistico …. nella più pura linea della tradizione liberista italiana, quella che vide unita l'agricoltura meridionale (gli agrari) all'industria libera del nord (i capitalisti)”. La Cavera operava, nell'interesse della borghesia, il rovesciamento totale delle tesi rivoluzionarie svolte da Gramsci ne “La questione meridionale”. Ed il PCI siciliano, diretto allora da Macaluso, stabilendo con lui buoni ed amichevoli rapporti, mantenuti peraltro nel tempo, non se ne accorse, o più semplicemente non capì e, peggio, scelse di non approfondire. – Il Comitato centrale del PCI nella seduta del 2 dicembre 1958 diede un avallo alla scelta fatta in Sicilia col governo Milazzo: Amendola, capo della tendenza di destra, disse, come relatore, che detta scelta serviva ad impedire il consolidarsi del regime di monopolio politico della DC di Fanfani. Ed a proposito dell’alleanza stabilitasi a Palermo anche con monarchici, fascisti e liberali, così precisò: “una cosa  è realizzare un accordo  ‘provvisorio’ coi partiti di destra per difendere l’autonomia o per impedire la chiusura di una industria, altra cosa è realizzarlo, come fa abitualmente la DC, per attuare una politica di conservazione sociale e politica”. Non tutti i componenti del C.C. furono consenzienti con l’analisi di Amendola, la quale ovviamente non eliminava la coltre di ambiguità che avvolgeva la eterogenea maggioranza milazziana, che non era, come nota lo storico Renda, <<un accordo ’provvisorio’ coi partiti di destra >>, ma una solida alleanza destinata a durare nel tempo, e appariva come una contraddizione oggettiva della strategia comunista.
Sul piano politico sociale va notato che Macaluso nella seduta del 30 ottobre 1958 all’assemblea regionale siciliana, proponendo “un programma minimo e amministrativo” disse, quasi a rassicurare le forze dominanti, che <<non bisogna fare nuove grandi leggi (cioè nuove riforme), bisogna applicare le leggi che ci sono>>. E, invero, l’operazione Milazzo, in cui forte e decisiva era la presenza della destra, e, quindi, degli agrari, e vedeva la sinistra alleata con essa, frenò al massimo lo sviluppo della lotta di classe nelle campagne, nell’industria dell’edilizia e nelle miniere; né avrebbe potuto essere diversamente in una situazione che vedeva, come scrive Renda, la “Cgil convergere coi padroni della Siciindustria”.
Per comprendere quanto scriviamo, basti pensare che il governo Milazzo emanò nella primavera del ’59 una legge – detta piano quinquennale di rinascita - che richiedeva, da parte dei titolari delle miniere di zolfo, la presentazione di un progetto quinquennale di ristrutturazione delle zolfare, le cui spese - si diceva - sarebbero state, solo inizialmente, a totale carico della Regione. La legge, ben congegnata, prevedeva che il finanziamento, tramite il Banco di Sicilia, sarebbe stato erogato man mano che fossero stati approvati da commissione apposita, gli stati di avanzamento, molti dei quali furono iniziali e solo apparenti. Le somme erogate dalla Regione avrebbero dovuto essere teoricamente restituite alla stessa alla fine del quinto anno, una volta avviata la ipotizzata ripresa dell’attività economica zolfifera. Ma al termine dei cinque anni previsti dal Piano la quasi totalità dei padroni delle miniere risultò inadempiente, e pertanto essi vennero a godere in sostanza di un lauto finanziamento, che Alfio Caruso indica nella enorme somma di 12 miliardi di lire dell’epoca. Fu in tal modo realizzato in sostanza il salvataggio delle famiglie nobiliari padrone delle miniere, prefigurandosi, dopo il loro lauto pasto, il passaggio di queste ultime sotto la mano pubblica: come avvenne circa tre anni dopo con a creazione del discutibile Ente Minerario Siciliano, la cui presidenza venne affidata a Calogero Volpe, amico, come noto, del mafioso Genco Russo. Va pure detto che con la suddetta legge - che secondo alcuni ebbe come ispiratore di Milazzo il famoso avvocato Guarrasi, noto come il consigliere della borghesia mafiosa siciliana -, venne data una parziale copertura politica alla sostanziale operazione di salvataggio dei padroni delle miniere, stabilendosi - cosa indubbiamente positiva - che gli esercenti dovevano impegnarsi a mantenere occupati nelle miniere un certo numero di operai. Abbiamo parlato di copertura, perché nel giro di circa 10 anni si ebbe la sostanziale liquidazione dell’intero settore zolfifero siciliano, causa la passata politica di rapina e di bestiale sfruttamento della forza lavoro, senza alcuna innovazione tecnologica, compiuta per oltre un secolo dai parassiti signori proprietari delle miniere. Il commento più pertinente sulla succitata operazione compiuta dal governo Milazzo lo fece Sciascia, dicendo: “nulla capiremo della mafia, finché non metteremo in luce gli aspetti di questa vicenda”.

segue

Informazioni

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Parte delle immagini, loghi, contributi audio o video e testi usati in questo blog viene dalla Rete e i diritti d'autore appartengono ai rispettivi proprietari. Il blog non è responsabile dei commenti inseriti dagli utenti e lettori occasionali.