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lunedì 11 aprile 2016

Margherita Asta e Michela Gargiulo a Padova






Ma quello è sangue nostro?


















Se la società va in una direzione la scuola  ha il dovere di andare dall'altra (A. Solero)




Negli stessi giorni in cui  Bruno Vespa ospitava nel suo osceno salotto il figlio di Totò Riina, condannato nel 2004 anche come mandante della strage di Pizzolungo, l’Associazione Storia e Vita, oltre a Giovanni Impastato ( vedi qui ) ospitava presso l’Istituto Scalcerle di Padova Margherita Asta, figlia di Barbara Rizzo e sorella di Giuseppe e Salvatore Asta.


Margherita in quel tragico 2 aprile del  1985, non tollerando i ritardi e i capricci dei fratellini Giuseppe e Salvatore, decide di farsi accompagnare a scuola dalla madre di un’amica: alla prima ora ha una verifica importante e non può tardare. La madre Barbara esce qualche minuto dopo con i due gemellini. Ad una curva viene sorpassata da un’auto blindata, su cui viaggia il giudice Carlo Palermo. In quel preciso istante una terza auto, parcheggiata sul ciglio destro della strada esplode, facendo scomparire nel nulla i corpi di tre vittime innocenti. Il giudice Palermo esce quasi illeso dall'attentato: si era dovuto sedere a sinistra dell’auto blindata, perché lo sportello di destra, dove era abituato a salire, in quei giorni aveva la sicura bloccata e non c’erano i mezzi per ripararla.   

Questo è l’inizio della storia che Margherita Asta, splendida siciliana che vive adesso a Parma, racconta nel suo libro, intitolato “Sola con te in un futuro aprile”, assieme alla giornalista free lance  Michela Gargiulo.

Margherita lo ha scritto per tenere uniti i cocci della sua vita, Michela ha aggiunto di suo una lucida ricostruzione storica e giudiziaria delle vicende legate alle inchieste del giudice Palermo partite da Trento e approdate in Sicilia.

 Il dramma umano del giudice Palermo, sopravvissuto alla strage e mai ripresosi si intreccia nel libro, che si legge con commozione e tutto d’un fiato, alle vicende di Margherita e della sua famiglia.
Apprezzatissima Margherita da una platea fittissima di studenti, che avevano scelto volontariamente la sua conferenza, durante un giorno di sospensione delle lezioni ordinarie. Commozione, domande, empatia e una grande umanità che dopo quattro ore di incontro nessuno avrebbe voluto interrompere.

Apprezzata moltissimo anche Michela Gargiulo, per la sua lucida e avvincente ricostruzione delle vicende della mafia siciliana e dell’Italia di questi ultimi trentanni. Una vera lezione di giornalismo, agli antipodi di un Vespa, da sempre lacchè di ogni potere e adesso divenuto anche, consapevolmente o meno, megafono della mafia.

Paolo Menallo e T. Rescio

Per approfondire

domenica 10 aprile 2016

Riina a porta a porta, le reazioni



Io appartengo ad una famiglia di origine mafiosa...




Queste parole introducono o comunque ricorrono negli interventi che Giovanni Impastato da quasi venti anni si prodiga si offrire al pubblico di tutta l'Italia. 
Anch'io l'ho sentito evocare le sue origini seguendolo nei tre appuntamenti organizzati per conto dell' Associazione Storia e Vita nei due giorni scorsi. Ma ogni volta, con il pubblico adulto di Rubano, con gli studenti dell'Einaudi o con quelli della consulta padovana, il suo discorso è stato variato, ha toccato mille temi diversi, ma con un unico leit-motiv: le catene che ti tengono legato alle tue origini, culturali, geografiche e familiari, anche se la tua famiglia è di mafiosi, si possono spezzare. Peppino Impastato per primo, Giovanni e la madre Felicia lo hanno fatto, chi a costo della vita, chi con un supremo impegno politico, personale e culturale. Ed ho avuto anche la fortuna di assistere alla genesi e all'inoltro della lettera sdegnata scritta al direttore della RAI e pubblicata oggi da Repubblica. La offro anche ai visitatori di questo blog con l'impegno di approfondire successivamente  implicazioni e dettagli che Giovanni Impastato qui non esprime.  

Caro direttore generale della RAI, come lei certamente sa, mio fratello, Peppino Impastato, è stato barbaramente ucciso dalla mafia il 9 maggio 1978. Dopo il film I cento passi di Marco Tullio Giordana, due anni fa sono stato coinvolto da Matteo levi della casa di produzione "11 Marzo Film", nel progetto di una pellicola che avrebbe dovuto raccontare il coraggio di mia madre, Felicia Bartolotta, che, con fierezza e tenacia, si é battuta contro tutto e tuttiper ottenere verità e giustizia.
Il film, dedicato a mia madre, è stato realizzato  ed è stato prodotto da una delle reti che stanno sotto la sua direzione, RAI 1, la stessa che nella trasmissione "posrta a porta" ha messo in nda l'intervista del figlio di Totò Riina. Questo figlio, che a differenza di Peppino, di mia madre e di tutta la nostra famiglia, non rinnega un padre mafioso, anzi lo difende e nega ogni condanna pronunciata contro di lui.
Tutti conoscono, compreso lei, la storia del criminale al quale sono state imputate diverse stragi e le uccisioni di molti padri e figli innocenti. Ritengo inconcepibile che sia stato permesso di dare spazio a questa persona senza pensare alle conseguenze di un messaggio diseducativo soprattutto nei confronti delle nuove generazioni. Una messa in onda lontana anni luce dal "dovere di cronaca" e che può ricondursi piuttosto ad un'operazione di basso livello editoriale per l'uscita di un libro che non merita di essere promosso e tanto meno dalla nostra TV pubblica.
Non penso- come sostiene Bruno Vespa- che sia questo il modo di conoscere o studiare il fenomeno. ma è piuttosto un modo per far crescere l'audience al costo di calpestare la dignità di molte persone- come noi- che hanno pagato un prezzo altissimo con il sacrificio dei propri cari. Npn si può giocare con il sangue delle nostre vittime cercando forzatamente lo scoop e destando la curiosità del pubblico con operazioni di cattivo gusto sino a mitizzare il mafioso. 
Le confesso di essere molto in difficoltà, dopo quello che è successo, nell'accogliere con entusiasmo il film su mia madre, pur rispettando il lavoro e il valore del regista Gianfranco Albano, degli sceneggiatori Monica Zappelli e Diego De Silva e di una straordinaria interprete come Lunetta Savino. E le confesso anche che, tanto è stato il mio sconcerto in queste ore, che ho pensato ad una diffida alla sua azienda a trasmettere il film. Ma non permettere al pubblico di conoscere la storia di mia madre sarebbe come darla vinta ad una informazione malata di protagonismo che, pur di affermarsi, è pronta anche a calpestare il dolore dei parenti di tante vittime innocenti.
Le storie di mia madre, di Peppino, di tutti noi e di tanti altri, comrpesi quei figli delle mafie che hanno fatto la scelta coraggiosa di rinnegare il loro stessi padri (una fra tutte Rita Atria),  meritano di essere raccontate. Siamo noi la linfa di questo paese e, finchè vivremo, lotteremo per sconfiggere il potere mafioso, a dispetto di questi indegni spettacoli che i media ci offrono.
Giovanni Impastato

Il parere di Saviano

sabato 16 agosto 2014

La Costituzione non esiste più


Nostalgie in bianco e nero
Intervista a Sciascia




Uno Sciascia "radicale" ma lucidamente preveggente, ammonisce che la Costituzione italiana non esiste più, travolta dai gruppi di interesse, dalla commistione dei tre poteri nel calderone della partitocrazia, da un potere che è altrove...
Non lo dicono Grillo, nè Vendola, ma un preveggente Sciascia in un'intervista a Emanuele Macaluso del 1977, primo trentennale della Costituzione.

Probabilmente Sciascia in questo stralcio finale dell'intervista stava intervenendo a difesa della sua contestata affermazione "nè con lo Stato, nè con le BR",  sostenendo appunto che lo Stato non esisteva più perchè non esisteva più la Costituzione che ne era a fondamento. 
Sorge legittima la banalissima domanda: ma se era così allora, cosa sarà adesso?

Dopo il culmine della degenerazione berlusconiana, il  suo misterioso ripescaggio e il ripiegare su Alfano (in assenza di una destra altrimenti definibile e difendibile) e la nascita dal nulla di un secondo partito azienda, diviene sempre più concreto il timore che si concluda la discesa, con l'avvitamento verso un nulla, accompagnato   da una scoppiettante e straripante dialettica. 



martedì 27 maggio 2014

La Trattativa



Le favole di Fiandaca sulla Trattativa
di Antonio Ingroia, da il Fatto quotidiano, 22 maggio 2014





È triste veder crescere ogni giorno i segni sempre più evidenti della decadenza etica del nostro Paese, sintomatica del decadimento, intellettuale e politico, di una classe dirigente, ingoiata da una questione morale che è criminale. Un decadimento che non solo si vede nel crepuscolo di potenti assicurati alle patrie galere come Dell’Utri e Scajola, ma che invade ogni angolo del Paese e caratterizza questa orribile campagna elettorale dove si ignora l’Europa che ne uscirà, e si rincorrono slogan, annunci e insulti.

Un decadimento che contagia anche ambienti impensabili se uno studioso come Giovanni Fiandaca, passato con disinvoltura dal movimentismo  “dei "professori" alle liste del Pd, entra nella bagarre elettorale promettendomi “calci nel sedere” se dovessi ancora criticarlo per l’opera di disinformazione e giustificazione della trattativa Stato-mafia alla quale si è da ultimo con dedizione applicato, così guadagnandosi il plauso di quel mondo politico che finora non lo aveva mai apprezzato. E nella settimana della strage di Capaci è il momento di rimettere dritti in fila i fatti che il giustificazionista F. ha rovesciato e imbracciare la matita rossa e blu per sottolineare alcuni dei tanti grossolani errori, di storia e di diritto, che si trovano nel suo libro “La mafia non ha vinto”. E perciò lo farò per punti, ogni punto un calcio nel sedere, ovviamente figurato e affettuoso, come quelli che lui vorrebbe rifilarmi, forse per guadagnare benemerenze in alto loco. I fatti sono testardi, come me, pronto a confrontarmi in un pubblico dibattito, davanti alle telecamere de Il Fatto Tv o dove lui vorrà.

Il travisamento dell’imputazione
Il primo rilievo o meglio, come lui ama dire, il primo calcio nel sedere, è logico-giuridico. Fondamentale regola per criticare è conoscere cosa si vuole criticare, ancor più doveroso per uno studioso.

venerdì 23 maggio 2014

Capaci, 23 maggio 1992, ore 17.58

PALERMO- PIAZZA DELLA MEMORIA




Piazza della memoria é stata ricavata in uno spazio tra il tribunale e il vecchio quartiere del "Capo", che lentamente, assai lentamente, sta iniziando ad essere risanato, solo a 70 anni dalla fine della guerra.
Nelle scalinate di marmo sono incisi i nomi delle vittime della mafia, magistrati e scorte. Ma i palermitani non hanno bisogno di visitarla per esercitare la propria memoria: le strade di Palermo parlano da sole.
Se arrivi a Palermo in aeroporto, lungo l'autostrada che porta in città, un primo brivido corre per la schiena: un' impercettibile diversità nelle vibrazioni dovute all'asfalto; é il tratto di almeno 200 metri, rifatto sulla voragine aperta dalle bombe.
Andando avanti, già in città, si passa a qualche centinaio di metri da via D'Amelio (Borsellino); andando verso il centro, si passa da Villa Sperlinga (commissario Boris Giuliano); passeggiando vicino al teatro Massimo é inevitabile ricordare il giudice Costa, ucciso in via Cavour mentre portava a passeggio il cane. Se vai a visitare le catacombe dei cappuccini, sei costretto a passare da via Cipressi, tra due mura altissime: sei in città ma ti sembra di essere in una borgata; qui avvenne il primo omicidio di un magistrato, Pietro Scaglione, quando ancora veniva negata l'esistenza della mafia..
E così via: viale della Libertà (Mattarella), a Mondello (Salvo Lima) e si potrebbe continuare se l'emozione non bloccasse la tastiera..  




Magistrati siciliani vittime della mafia 






Pietro Scaglione (5 maggio 1971), procuratore capo di Palermo.

Cesare Terranova (25 settembre 1979), magistrato


Gaetano Costa (6 agosto 1980), procuratore capo di Palermo


Giangiacomo Ciaccio Montalto (26 gennaio 1983), magistrato di Trapani


Rocco Chinnici(29 luglio 1983), capo dell'ufficio istruzione del Tribunale di Palermo


Rosario Livatino (21 settembre 1990), giudice di Canicattì (Ag)


Giovanni Falcone, magistrato; 

Francesca Morvillo, magistrato, moglie di Giovanni Falcone (23 maggio 1992)

Paolo Borsellino  (19 luglio 1992), magistrato


Tra il 1969 e il 1985 venticinque i magistrati uccisi dalla criminalità organizzata.



lunedì 25 novembre 2013

Il biocidio, rapporto della marina americana




Nei precedenti post (biocidio 1, 2, 3) era stato tracciato un quadro veramente deprimente della situazione ambientale nel napoletano e in Campania in generale, iniziando dalla deposizione di Carmine Schiavone e attraverso la presentazione di di studi, di libri, di inchieste e di prese di posizione giornalistiche. 
I napoletani sono sicuramente persone intelligenti e non 'na monnezza, sapranno sicuramente rialzare la testa, ma non possono farcela da soli. Necessita la solidarietà e l'aiuto concreto del Paese, senza aspettare ancora che sia la magistratura a dirci cosa fare o peggio che ce lo dicano gli stranieri, come ad esempio la Marina Americana di cui potete leggere di seguito il rapporto da poco pubblicato dall'Espresso.
Si tratta di ben 290 pagine in inglese, ma chi non vuole perdere tempo sui dettagli, può limitarsi alle pagine 22-26 (il sommario dei risultati e dei provvedimenti decisi in campo americano),   o gettare un occhio alle pagine 57-61, sul cancro: da brivido!



mercoledì 20 novembre 2013

Biocidio, 3




Giuro che per un brevissimo momento ho avuto la tentazione di dare ragione al ministro Lorenzin quando, in un convegno a Napoli, affermò che le migliaia di morti per cancro in Campania «sono da addebitare al vizio del fumo e ai cattivi stili di vita dei campani». Stile di vita, appunto. L’accusa del ministro mi beccò a tradimento proprio mentre con una mano addentavo una pizza fritta e con l’altra valutavo con scuorno l’entità della pancia. Durò un attimo, il tempo di guardare nuovamente la pizza fritta e già immaginarmi un cartello all’imbocco di via dei Tribunali: «la pizza fritta nuoce gravemente alla salute». E poi campagne di sensibilizzazione con le immagini dell’orto ipersalutista di Michelle Obama. Preso dal panico ho deciso di prendere le difese della pizza fritta e offrirvi una tesi differente.
Per farlo vi segnalo  un libro letto da poco, ma che è uscito qualche anno fa. Il libro si chiama Le vie infinite dei rifiutie l’ha scritto  Alessandro Iacuelli,  un giornalista-blogger.
Il libro nasce dalla seguente osservazione dell’autore, cito testualmente:
«Circondato da amici che via via si sono ammalati di cancro, circondato da parenti che convivono con il cancro. Un giorno di primavera mi sono messo ad osservare una palazzina di quattro piani, con due appartamenti per piano. Otto famiglie in tutto; le conosco bene. Ho contato le finestre, ho contato quattro casi di cancro su otto appartamenti nell’arco di dieci anni. Fluttuazione statistica? Ho provato con la palazzina successiva: stesso risultato. Mi sono messo in macchina e sono andato all’ASL».
E da lì parte una mastodontica ricerca. Un viaggio tra l’ecomafia e l’emergenza infinita dei rifiuti. In questo libro troverete tutti i nomi e tutte le tappe. A partire da quel fondamentale atto di nascita dell’ecomafia (il patto di Villaricca)  e del primo caso di fenomeno ecomafioso registrato in territorio campano. Cioè di quando Mario Tamburino, un camionista italo-argentino partito con il suo camion da Cuneo, si fermò al pronto soccorso di un ospedale napoletano con seri problemi di respirazione e con le mani e gli occhi ustionati. «L’anno è il 1991 e la diagnosi dei medici fu: avvelenamento da sostanza sconosciuta». Tamburino doveva scaricare della roba di una ditta di Cuneo in una discarica a Sant’Anastasia, ma sbagliò strada e finì nelle campagne di Qualiano. Qui maldestramente abbandonò, intossicandosi, 541 bidoni altamente tossici.  Rimase cieco, ma la sua storia aprì gli occhi e fece drizzare le antenne a parecchia gente.
Da lì a qualche anno, a far luce sui traffici dei rifiuti ci pensarono quelli di Legambiente con i dossier (da uno di questi documenti nasce il termine “ecomafia”) e la magistratura con la prima indagine (operazione Adelphi) che portò al sequestro delle discariche campane e l’avvio, con la creazione del commissariato ai rifiuti, dell’emergenza rifiuti Campania. Naturalmente l’ecomafia non si fermò. Passò dallo scarico abusivo nelle discariche campane, all’intombamento dei rifiuti nelle cave e nelle campagne del napoletano e del casertano. E poi man mano che la magistratura individuava i nuovi meccanismi, al cosiddetto giro di bolla e all’utilizzo dei rifiuti tossici come concimante per l’agricoltura, fino alla nuova e più efficace tecnica d’incenerimento dei rifiuti.Per farlo basta qualche coperto di tir, un accendino e 10 euro da dare a un bambino rom. La terra dei fuochi è nata così.

incenerimento dei rifiuti visto dalla mia macchina, mentre percorro l'asse mediano.
incenerimento dei rifiuti visto dalla mia macchina sull’asse mediano








incenerimento dei rifiuti fotografato  cinque minuti prima della pubblicazione di questo post.
incenerimento dei rifiuti fotografato cinque minuti prima della pubblicazione di questo post.








Quello che rimane è un piano sequenza fatto di nuvole nere che becchi percorrendo l’asse mediano. E poi le campagne che puzzano di conceria. Le pecore che pascolano e muoiono per la diossina. E il veleno che entra in circolo nell’aria che respiriamo, l’acqua che beviamo e il cibo che mangiamo. E uno stile di vita tutto a pane, veleno e pizza fritta.



martedì 19 novembre 2013

Il biocidio, 2






Per saperne di più 

Il paese dei veleni











ll "miracolo" economico italiano è stato in realtà un disastro. Dietro la favola della crescita e del progresso si è nascosto un sistema industriale che ha avvelenato un Paese intero. La maggior parte della superficie nazionale, insieme alle persone che la abitano, è stata svenduta al profitto, con la complicità della politica. Oggi, che l'Italia non può più ignorare il prezzo troppo caro in termini di vite umane che ha versato e continua a versare; anche le bonifiche si rivelano un grande business. Da Taranto a Napoli, da Rosignano a Brescia, passando per il Lazio e la Sicilia, il libro ripercorre la genesi del fenomeno biocidio che sta uccidendo il Belpaese. E delle comunità che hanno scelto di ribellarsi.
 Il libro-inchiesta "Il Paese dei veleni. Biocidio. Viaggio nell'Italia contaminata", raccoglie diversi contributi per raccontare il biocidio.da Taranto a Napoli, da Rosignano a Brescia, passando per il Lazio e la Sicilia.
Alla Campania dedica un capitolo a parte a cura di Giuseppe Manzo, dal titolo, appunto "Campania: Terra di Biocidio".
E cita il sequestro dell'area di Bagnoli, avvenuto solo sei anni dopo la denuncia da parte dei cittadini per i danni ambientali in atto sull'ex Italsider, mentre sempre a Bagnoli un pentito racconta come il clan Polverino e i Casalesi abbiano sotterrato tonnellate di amianto. Nel 2012 l'Istituto oncologico Pascale di Napoli ha pubblicato uno studio con dati preoccupanti sui casi di tumore del colon retto in provincia di Napoli: "nel triennio 1988-1990 - si legge nello studio Pascale - si riscontra negli uomini un tasso del 17, 1 su 100mila abitanti che nel periodo 2003-2008 sale al 31,3", mentre per le donne si passa da 16,3 a 23.  
A Caserta il tasso è di "19,3 (sempre per 100mila) per i maschi dal 1998 al 1990 e 30,9 dal 2003 al 2008", con "16,4 e poi 23,8 nelle donne". Al contrario, i tassi italiani per lo stesso tipo di tumore e gli stessi periodi presi in esame "sono stabili, passando dal 33 al 35 negli uomini e dal 30,5 al 29, 3 nelle donne". Ma non finisce qui. Sempre secondo quanto riportato nel volume, l'incremento del tasso di mortalità femminile per tumore del polmone è stato superiore al 100% nella provincia di Napoli e al 68% in quella di Caserta.

Su questo tema specifico, da consultare:




Campania, terra di veleni







Nell'e-book "Campania dei veleni" Antonio Giordano (ordinario di Anatomia e Istologia patologica all'Università di Siena e direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine di Philadelphia) e Giulio Tarro (primario emerito dell'Azienda ospedaliera Cotugno di Napoli e chairman della commissione Biotecnologie della Virosfera dell'Unesco) parlano di "Dna bucato e indebolito" dei cittadini campani.
Un'emergenza sanitaria in atto, dunque, connessa a quella dei rifiuti: stando a una ricerca dell'Isde-Medici per l'Ambiente per conto del Comune di Napoli, Chiaiano, Pianura, Bagnoli e Napoi est sono le municipalità ai primi tre posti nella classifica della mortalità per tumore. Si tratta di quei quartieri che hanno ospitato discariche e siti industriali per decenni.




Corrado Augias intervista Emiliano Fittipaldi, autore del libro "Così ci uccidono" sulle morti per l'amianto




lunedì 18 novembre 2013

Il biocidio, 1


Si é svolta qualche giorno fa a Napoli una grande manifestazione popolare contro la distruzione del territorio della Campania. Denominata stop al Biocidio, per assonanza ai termini di omicidio, o peggio di genocidio, ha portato alla ribalta nazionale un problema da anni nascosto sotto uno spesso tappeto, coprendo complicità trasversali, interessi, inerzie e complicità locali, interessi industriali di gran parte d'Italia, silenzi interessati e complici.
Si é lasciato che un uomo solo, il tanto contestato Saviano, si esponesse pubblicamente, dicendo e scrivendo quello che molti, senon tutti sapevano anche nella sua terra, si è aspettata un'inchiesta di Avvenire, si è atteso 16 anni per rendere pubblica una deposizione, quella di Carmine Schiavone, pubblicazione che pur non rivelando nulla di ancora non noto, ha tuttavia avuto il merito di portare la questione sulle pagine di tutti i giornali e nelle menti di tutti. Cominciamo oggi ad analizzare il problema, proprio dalle sconvolgenti parole di Schiavone: " entro 20 anni saranno tutti morti"

La deposizione secretata di Carmine Schiavone 





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venerdì 6 settembre 2013

Dell'Utri e B.






Dell’Utri mediatore
tra Berlusconi e la mafia      







Depositata le motivazioni della sentenza della Corte d'appello di Palermo che ha condannato Dell'Utri in via definitiva a 7 anni di carcere. La corte, che difficilmente può essere definita comunista (ha infatti glissato sul periodo post 92, che coincide con la "discesa in campo"), non ha potuto fare a meno di evidenziare gli stretti e oscuri rapporti B. e la mafia. Con difficoltà e molte reticenze si sta scoprendo un pezzo molto oscuro della recente storia d'Italia. Tutte cose difficili da sapere al di là dello stretto ma note a tutti in Sicilia, prima ancora che arrivassero le sentenze dei tribubali e le inchieste giornalistiche. Eppure questa terra, che ha generato eroi nella lotta alla mafia e che tutto sapeva, è anche la regione del 64 a zero alle elezioni di qualche anno fa.
Forse aveva ragione Sciascia: "quando giro per Palermo so che su dieci persone che incontro almeno quattro hanno a che fare con la mafia".

E nel resto d'Italia?


Marcello Dell'Utri agì per vent'anni «in sinergia» con la mafia. Generiche e contraddittorie sono invece le dichiarazioni del pentito Giovanni Brusca, mentre il collaborante, Gaetano Grado, è inaffidabile. È l'estrema sintesi delle motivazioni contenute nelle 477 pagine con cui la Terza Sezione della Corte d'Appello di Palermo, presieduta da Raimondo Lo Forti, lo scorso 25 marzo ha condannato a sette anni l'ex senatore per concorso esterno in associazione mafiosa. Sotto la lente dei giudici, in modo particolare, il periodo 1974-1992. Uno dei pilastri della condanna del senatore, per la corte, è l'incontro avvenuto a maggio 1974, in cui erano presenti Gaetano Cinà, lo stesso Dell'Utri, Stefano Bontade, Mimmo Teresi e Silvio Berlusconi. Allora fu «siglato il patto di protezione di Berlusconi». «L'incontro - si legge nelle motivazioni - ha costituito la genesi del rapporto che ha legato l'imprenditore e la mafia con la mediazione di Dell'Utri». C'è anche un capitolo relativo ai rapporti tra l'ex senatore e lo stalliere, Vittorio Mangano e che, secondo i giudici, sono «rapporti di assoluta confidenza e mai condizionati dal timore evocato dall'imputato». Dopo 19 anni di alterne vicende giudiziarie, la condanna in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa, per l'ex manager di Publitalia, è il quarto verdetto. Un processo, quest'ultimo, che va avanti da circa dieci anni: era l'11 dicembre del 2004 quando fu condannato in primo grado a nove anni. Nel mirino anche alcuni pentiti. La corte, per esempio, parla di "giudizio di inattendibilità intrinseca del collaborante Gaetano Grado". I fatti da lui enunciati "non possono considerarsi idonei a superare neppure la soglia di mero indizio". Il collaboratore di giustizia ha riferito che Dell'Utri avrebbe fatto da tramite nel riciclaggio di denaro proveniente da un traffico di droga dalle cosche nell'attività di realizzazione di Milano 1 e Milano 2.
Stessa musica per le dichiarazioni di Brusca. «Si sono rivelate - scrivono i giudici - del tutto inconsistenti sui pagamenti di Berlusconi nel periodo successivo alla morte di Bontade e incerte e contraddittorie se messe a confronto con quelle di altri pentiti per il periodo compreso tra il 1986 e il 1992». Intanto, un "no comment" arriva dall'ex senatore. «I miei avvocati non hanno ancora avuto la notifica» dice Dell'Utri. Non mancano polemiche. Attacca D’Alessandro (Pdl): «Per certi magistrati il Cav è sempre colpevole».
Fonte: Gaetano Mineo, iltempo.it 

venerdì 5 luglio 2013

La trattativa, il dibattito



La trattativa Stato-mafia
tra processo politico e processo penale







Il 3 luglio scorso si è svolto a Palermo un interessante dibattito, mandato in onda da radio radicale sui vari aspetti della cosiddetta trattativa Stato-mafia (continuo a scrivere Stato con la maiuscola, per una mia pervicace visione della legalità e delle proporzioni, lottando, con questo piccolo movimento dell'indice su shift, contro tutte le evidenze contrarie). 

Al  dibattito che  ha preso spunto dall'ormai famoso saggio del prof. Fiandaca, pubblicato qui qualche giorno fa ("la trattativa"), hanno partecipato, tra gli altri, il giudice Di Lello, Emanuele Macaluso e lo stesso Fiandaca. Durante il suo intervento conclusivo, il prof Fiandaca spiega, tra l'altro, la vicenda della pubblicazione del suo lavoro sul Foglio di Ferrara, che lo intitolò: "la trattativa, una boiata pazzesca".

L'ascolto è una full immersion nella dolce cantilena palermitana; l'altissimo livello dei contenuti ripaga ampiamente lo sforzo di chi non vi è abituato. 

venerdì 28 giugno 2013

la trattativa





La trattativa Stato-mafia.
Due visioni a confronto.
Marco Travaglio é sicuramente un personaggio scomodo, lingua tagliente, ironia glaciale, il sorriso degradato in ghigno permanente, antipatico, ma di bella presenza (secondo il pubblico femminile), picchia a destra, a sinistra, al centro, praticamente contro tutti. Talvolta si lancia in duelli in diretta, altre volte, come ne caso del mancato confronto televisivo con il presidente Grasso, si ritrae, per poi rilanciare a freddo il giorno successivo, con una scarica di accuse e controaccuse. Affiancato certamente da una agguerrita schiera di legali che suggeriscono sin dove ci si può spingere e poi lo difendono, spesso con successo, dalle inevitabili accuse di diffamazione, si lancia spesso in battaglie dall'esito incerto, che finiscono anche in  tribunale .

Sicuramente tra la cascata di proiettili scagliati quotidianamente, qualcuno genuino c'è, come nel caso di quanto sostenuto il 6 giugno, con l'editoriale "una mafia lava l'altra" a proposito della trattativa Stato-Mafia. Al di là della convinzione di Travaglio sul complotto universale, gli intralci a quel processo, le resistenze, le connivenze ci sono state e ci sono: coinvolti politici di ogni parte, silenzi e ritrosie delle più alte cariche istituzionali, mille cose da chiarire, ormai forse più storicamente che per via giurisdizionale.

Tra tutti: il mistero della scomparsa dell'agenda rossa di Borsellino, che cosa il giudice aveva intuito nei suoi ultimi giorni di vita, le vere motivazioni della strage che lo annientò e le motivazioni dei diversi depistaggi che hanno accompagnato le indagini e i processi sulla strage di via D'Amelio.

Giovanni Fiandaca

Ma nello stesso tempo non si può non vedere che ci sono state accelerazioni imprudenti da parte di alcuni giudici e fondati timori di elementi di debolezza nell'impianto accusatorio, come sostenuto da Giovanni Fiandaca nel saggio pubblicato su "Criminalia".  

Il prof. Fiandaca,ordinario di diritto penale presso l'università di Palermo,  riconosciuto come maestro anche dal dott. Ingroia, non è un nemico giurato della procura di Palermo, come Il Foglio  di Ferrara che ne ha usato in modo strumentale le argomentazioni logiche e dottrinali.
Il nucleo del suo saggio, analizza la validità delle ipotesi di reato ravvisate dai pubblici ministeri. In particolare sostiene che la configurazione del concorso criminoso nel reato di violenza o minaccia a un corpo politico (art. 338 del codice penale) é, dal punto di vista tecnico-processuale, difficilmente sostenibile. L'intero impianto accusatorio, che, a suo parere possiede maggiori valenze storiche e sociologiche che giuridiche, rischia quindi di crollare alla verifica dell'aula.

Tra le righe si trova anche un approfondimento della vicenda delle intercettazioni del Quirinale e  delle diverse posizioni in merito alla loro liceità.

Una lettura difficile, ma doverosa per chi vuole comprendere i reali argomenti del contendere e prevedere, senza abbattersi, i probabili esiti giudiziari della vicenda. 


giovedì 18 aprile 2013

Il casolare di Impastato

Il casolare di Impastato e la scuola di Barbiana
 il casolare
Salviamo il casolare di Impastato

Ho visitato quest'estate la Scuola di Barbiana nel comune di Vicchio, il luogo simbolo della rivoluzione didattica, umana e religiosa partita da don Lorenzo Milani; una stretta al cuore è dire poco: abbandono, sporcizia, difficoltà di trovare la strada, solitudine, oblio. Tutto questo sinché nessuno più si ricorderà di don Lorenzo, della disubbidienza civile, della scuola per i poveri, della lotta all'emarginazione e sarà disperso un patrimonio inestimabile di cultura, volontà, innovazione. Eppure la piscina la "piscina" è ancora li a testimoniare la lungimiranza del prete, nato ebreo, e morto abbandonato da tutti, rinato nella coscienza e nella pratica quotidiana di chi ha fatto scuola da quegli anni in poi.
Barbiana

Il medesimo sentimento si prova quando si cerca, tra le sterpaglie il casolare dove avvenne il delitto Impastato a Cinisi, all'altro capo dell'Italia, un inedito elemento di unificazione!

Il casolare dove fu trucidato Peppino Impastato il 9 maggio del 1978, divenuto un luogo simbolo della lotta alla mafia, si trova in  un indecoroso stato di abbandono e degrado.

Giovanni Impastato e l'associazione a cui fa capo lancia una raccolta di firme per spingere l'attuale amministrazione regionale siciliana a prendersi carico del luogo, conservando l'integrità del casolare e la memoria che esso rappresenta.  



Giovanni Impastato al casolare
Per farlo si può mandare una mail con il testo riportato sotto all'indirizzo: casolareimpastato@100passi.net:

"A Rosario Crocetta, Presidente della regione Sicialiana
 vengo a conoscenza che il Casolare dove fu trucidato Peppino Impastato versa in stato di degrado. Credo che la Regione Siciliana abbia il dovere di tenere alto il decoro di un luogo della memoria. Per questo, nel rispetto dell'impegno antimafia di Peppino Impastato e di tutti coloro che sono morti per non avere abbassato la testa, chiedo che la procedura promessa dal precedente governo regionale venga realmente attivata con determinazione e che il casolare venga espropriato e consegnato alla collettività.
Confidando nella Sua sensibilità e nel Suo impegno nella lotta alla mafia, La ringrazio anticipatamente per l'attenzione che dedicherà alla mia richiesta. Cordiali saluti". (firma)

In alternativa alla mail è possibile partecipare alla petizione on line attivata dal centro Impastato e che conta ormai quasi 30.000 adesioni. 






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