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mercoledì 8 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 3

Truppe titine nell'arena di Pola, maggio '45 


La resa dei conti






Segue da: Il confine italo sloveno 2 

Una riflessione che non ha la pretesa di esaustività e merita di essere integrata da osservazioni, critiche e proposte, utili per raggiungere l’obiettivo di pervenire ad una verità storica, se non totalmente condivisa, almeno “comune” nelle grandi linee, sì da favorire l’abbandono di posizioni troppo rigide e “chiuse”, che continuerebbero a costituire un serio ostacolo per un riavvicinamento tra orientamenti diversi. Si auspica, così, la realizzazione di un tentativo, per lo meno comune, di comprensione di tutti i fattori di una vicenda drammatica, al di là di ogni preconcetto e di ogni giudizio sommario.


9. Tra l’estate e l’autunno del 1944 maturarono le condizioni per una ripresa delle rivendicazioni territoriali slovene, in direzione del Litorale e di Trieste, e per un mutamento dei rapporti di forza tra le componenti nazionali della Resistenza oltre che tra i partiti comunisti. In questo periodo si verifica infatti una situazione nuova, con il passaggio delle formazioni garibaldine sotto il controllo sloveno e la prevalenza degli elementi filo-jugoslavi all’interno delle federazioni comuniste locali – favorita di fatto dalla situazione critica di alcune unità italiane a seguito delle offensive tedesche di quel periodo oltre che dall’uccisione da parte dei nazisti di un ampio gruppo di dirigenti comunisti italiani triestini fautori dell’unità antifascista e di una politica attenta alla problematica nazionale – nonché con l’assunzione di posizioni più oscillanti da parte della Direzione nazionale del Partito Comunista Italiano. Essa era condizionata peraltro non soltanto da motivi di solidarietà internazionalista, ma anche da quello che il documento italo-sloveno definisce “l’atteggiamento assunto da buona parte del proletariato italiano di Trieste e Monfalcone, che aveva accolto la soluzione jugoslava in chiave internazionalista, come integrazione in uno Stato socialista, alle spalle del quale si ergeva l’Unione Sovietica”.
La posizione del PCI a livello nazionale non fu chiara, nel senso che non accolse esplicitamente le posizioni slovene, ma nemmeno le disapprovò. Togliatti suggerì una distinzione tra annessione di Trieste alla Jugoslavia ed occupazione della zona giuliana, posizione che aveva il sostegno sovietico e degli operai di Trieste e di Monfalcone che auspicavano una soluzione internazionalista con l’ingresso in uno Stato socialista.
Di certo, la nuova situazione determinatasi nell’estate del 1944 produsse conseguenze sulla tenuta dell’unità antifascista, che peraltro costituiva un elemento portante della Resistenza italiana, ma non era considerato allo stesso modo dal movimento di resistenza sloveno e jugoslavo, diverso per genesi, per assetto organizzativo interno e per finalità politiche. L’uscita dei comunisti dal CLN giuliano alla fine del 1944, l’organizzazione di due insurrezioni parallele a Trieste nell’aprile del 1945, sono altrettante espressioni di una crisi politica che presentò anche aspetti drammatici, emblematicamente rappresentati dall’eccidio di Porzûs, perpetrato da una formazione di gappisti nei confronti di partigiani osovani: questo episodio, in cui appare la subalternità delle organizzazioni locali del PCI agli organismi politici e militari sloveni, ebbe l’effetto di trasformare una operazione gappista in un eccidio efferato e destinato a proiettare un’ombra su tutta la vicenda della Resistenza dell’area friulana.

10. Alla fine della guerra furono differenti anche gli orientamenti verso i liberatori: da una parte la Quarta armata jugoslava e il Nono Korpus, dall’altra l’Ottava armata britannica.
Militarmente la liberazione della Venezia Giulia fu dovuta soprattutto alla Quarta Armata Jugoslava, dato che l’Ottava Armata britannica giunse alcuni giorni più tardi; per gli sloveni e i croati si trattò non solo della fine della brutale dominazione nazista, ma anche della fine di venti anni di una dittatura che aveva cercato in tutti i modi di cancellare la loro identità nazionale, senza trascurare le forme più violente di repressione.
Il 1° maggio 1945 la liberazione di Gorizia, Trieste e alcune città istriane avvenne ad opera dell’esercito jugoslavo e il CLN si ritirò per evitare combattimenti con gli jugoslavi. L’Ottava armata arrivò nel pomeriggio del 2 maggio.
I quaranta giorni di amministrazione jugoslava a Trieste e Gorizia, salutati, scrive il Documento italo-sloveno, “con grande entusiasmo dalla maggioranza degli sloveni e degli italiani favorevoli alla Jugoslavia”, presentarono però risvolti drammatici per la componente italiana, sulla quale si abbatté la spirale repressiva di un movimento rivoluzionario che, come scrive il documento citato “si stava trasformando in regime, convertendo quindi in violenza di Stato l’animosità nazionale ed ideologica diffusa nei quadri partigiani”.
Furono arrestate numerose persone, soprattutto militari e forze dell’ordine, che erano state al soldo dei nazisti, avevano combattuto per loro, erano stati delatori e collaborazionisti; ma insieme furono tratti in arresto antifascisti italiani e anche sloveni ritenuti non affidabili dalle nuove autorità; molti degli arrestati furono vittime di esecuzioni immediate, altri morirono nei campi di prigionia dove erano stati trasferiti.
Era l’inizio di un dramma nel quale all’inevitabile resa dei conti che poneva fine all’occupazione e alla dittatura, si sovrappose la prosecuzione di un conflitto nazionale, in cui la componente italiana dell’area giuliano-dalmata scontò pesantemente la precedente posizione di egemonia che aveva occupato per un ventennio, trovandosi coinvolta in uno dei grandi e traumatici spostamenti di popolazione che caratterizzarono il quadro europeo alla fine della Seconda guerra mondiale.
Con gli accordi di Belgrado del 9 giugno 1945 l’esercito jugoslavo fu costretto a ritirarsi oltre la linea Morgan che doveva rappresentare il confine tra le zone di amministrazione delle potenze vincitrici.
La Venezia Giulia venne suddivisa nella Zona A (Trieste e Gorizia) con il Governo Militare Alleato, e nella Zona B (Capodistria e adiacenze), con un governo militare jugoslavo, mentre le Valli del Natisone dipendevano dal GMA stanziato a Udine.

11. Il Trattato di pace, firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, determinò una linea esclusiva delle forze vincitrici con equilibri territoriali proporzionati alle potenze, senza considerare una demarcazione di carattere etnico, impossibile da attuare tra l’altro per la particolare multietnicità di questi territori. Si attuò, quindi, una soluzione di compromesso e alla Jugoslavia venne lasciato gran parte del territorio ad eccezione di alcune parti della Venezia Giulia, di Gorizia e di Monfalcone, mentre Trieste venne in un certo qual modo internazionalizzata con la costituzione del Territorio Libero di Trieste amministrato dalle Nazioni Unite. Con il Trattato di pace la Jugoslavia acquisì, quindi, la gran parte dei territori rivendicati, ad esclusione del Monfalconese, del Goriziano e della Zona A. Con questa divisione, comunità slovene rimasero anche nelle province di Trieste, Gorizia ed Udine, così come comunità italiane rimasero in Jugoslavia. I rispettivi nazionalismi non erano però ancora sopiti.
Nel Goriziano, ad esempio, dopo il ripristino dell’amministrazione italiana si verificarono episodi di violenza sia contro gli sloveni, sia contro coloro che erano favorevoli all’annessione alla Jugoslavia, sia anche contro coloro che avevano preso parte alla Resistenza nelle formazioni garibaldine. Inoltre, nelle Valli del Natisone, del Resiano e nella Val Canale, il mancato riconoscimento della componente slovena come minoranza nazionale impedì a quest’ultima di fruire dell’insegnamento nella lingua madre e della possibilità di utilizzarla nei rapporti con le autorità. Non mancarono atti di violenza, perpetrati da gruppi di estrema destra contro la componente slovena, mentre da parte delle autorità italiane vi furono resistenze a dare attuazione ai principi costituzionali di riconoscimento dei diritti delle minoranze. La cessione dell’Istria alla Jugoslavia, invece, fece decidere a buona parte degli italiani di abbandonare la penisola usufruendo del diritto di opzione che tutelò la maggior parte del flusso migratorio (diritto sancito dal Trattato di pace del 1947, riproposto nel 1951 e dal Memorandum di Londra).
L’esodo di circa 300 mila persone destabilizzò la vita di alcuni paesi che si svuotarono quasi completamente. Come ha ricordato Gloria Nemec in occasione del Seminario di studi, gli esodi del Secondo dopoguerra si inseriscono nei processi legati alla semplificazione etnica che coinvolse in modo massiccio alcuni gruppi nazionali dell’Europa centrale, orientale e sud orientale. Nella memoria postuma, l’esodo giuliano-dalmata fu inestricabilmente accostato alle foibe, offuscando così una seria contestualizzazione e la complessità del fenomeno. Questo binomio e il suo uso ipertrofico, come sottolineato nella relazione di Gloria Nemec, eclissavano sia la storia precedente che una miriade di altri fattori necessari per capire profondamente le dinamiche di un fenomeno che fu vasto e diversificato. Lo sterile utilizzo dei numeri non ci viene in soccorso:
si passa dai 200 mila ai 350 mila senza una adeguata distinzione tra l’appartenenza nazionale e la lingua madre, interrogativo difficile da risolvere in una terra di intensa eterogeneità. Oltre agli italiani emigrarono anche croati e sloveni, non solo per motivazioni politiche, ma altresì per problemi di carattere economico, mossi dalla speranza di migliorare la propria situazione, peggiorata in seguito alla partenza di molti italiani. È quindi evidente che fattori di tipo nazionale si compenetrarono con quelli economici.

12. Nel clima di guerra fredda la Zona A assunse un’importanza eccezionale, quale argine all’espandersi del comunismo nell’Europa occidentale. Gli americani inizialmente cercarono di coinvolgere tutte le correnti politiche, poi, influenzati dalle dinamiche della guerra fredda, preferirono collaborare esclusivamente con le forze filoitaliane e anticomuniste, senza tuttavia dimenticare di tutelare la minoranza slovena nell’uso della lingua e nell’educazione scolastica, ma ostacolandone i rapporti diretti con la Slovenia. Come ricorda la relazione della commissione italo-slovena “In quegli anni fece ritorno a Trieste e a Gorizia una parte degli sloveni fuoriusciti nel periodo fra le due guerre, in particolare gli appartenenti ai ceti intellettuali, i quali assunsero importanti funzioni in campo culturale e politico”. Trieste diventò in questo senso un simbolo.
Di contro, nella Zona B, la Jugoslavia intraprendeva una politica di inclusione territoriale, instaurando il comunismo e reprimendo ogni possibile dissenso, soprattutto della componente italiana che in genere incarnava le colpe del fascismo e l’egemonia economica e culturale. Vennero allontanati tutti coloro che potevano rappresentare un preciso e forte riferimento nazionale italiano, come gli insegnanti e i sacerdoti.
La situazione già instabile subì un ulteriore scossone in seguito alla rottura tra Cominform e Jugoslavia, minando l’intesa che fino a quel momento c’era stata fra comunisti sloveni e italiani grazie ad un forte legame di classe e alla comune lotta al nazifascismo. La propensione ad un’annessione territoriale alla Jugoslavia, dove si stava costruendo un Paese comunista, conservò pertanto una comunanza di ideali tra italiani e sloveni solo fino al 1948, quando le ostilità proruppero facendo contrapporre cominformisti, la maggioranza degli italiani, e titini. La sorte degli oppositori è ben nota: espropri, carcere, deportazione, fino alle scomparse. In questo conflitto, tra l’altro, furono coinvolti i circa 2.000 operai monfalconesi e friulani che, nell’immediato dopoguerra, si erano volontariamente trasferiti in Jugoslavia con l’intento di partecipare al processo di costruzione del socialismo: molti rientrarono in Italia ma alcuni finirono nelle isole di detenzione jugoslave.
Si trattò, quindi, di un insieme plurale e molteplice di esodi diversificati cronologicamente, legati a situazioni specifiche, che portò complessivamente alla radicale diminuzione della popolazione italiana e ad una trasformazione sociale nella Zona B, quest’ultima dovuta essenzialmente all’inserimento di jugoslavi nei paesi rimasti spopolati. Questo esito fu determinato dal concorso di una pluralità di fattori che agirono nell’ambito del processo di costruzione dello Stato socialista da parte delle autorità jugoslave e che si manifestarono sia sul piano strutturale (confisca di abitazioni e proprietà agricole, peggioramento generale delle condizioni di vita) sia sul piano politico e culturale, laddove gli italiani, anche a seguito dello sgretolamento della loro precedente posizione egemonica, divennero oggetto di una conflittualità sociale segnata da episodi di violenza e da uno stringente controllo poliziesco. L’esodo, consistente all’inizio degli anni Cinquanta, aumentò con il Memorandum di Londra grazie alla possibilità di optare per la cittadinanza italiana.
La nascita di uno Stato democratico italiano divenne una forte attrattiva per quanti erano impauriti o più semplicemente non si riconoscevano nel nuovo cambiamento economico, caratteristico dei Paesi socialisti, che implicava una trasformazione anche nello stile di vita. La percezione di una minaccia scaturiva dalle continue pressioni ambientali di una società non solo militarizzata, ma anche presidiata da polizie segrete.
Il Memorandum di Londra sancì l’inizio di un nuovo periodo e concluse una delle esperienze più tragiche vissute lungo il confine italo-sloveno, come schematizza la relazione della commissione italo-slovena: “La stipula del Memorandum di Londra non risolse tutti i problemi bilaterali, a cominciare da quelli relativi al trattamento delle minoranze, ma segnò nel complesso la fine di uno dei periodi più tesi nei rapporti italo-sloveni e l’inizio di un’epoca nuova, caratterizzata dal graduale avvio della cooperazione di confine sulla base degli accordi di Roma del 1955 e di Udine del 1962 e dallo sviluppo progressivo dei rapporti culturali ed economici”.

13. Il presente documento è finalizzato a cogliere solo alcuni punti di una vicenda estremamente articolata e tale da non poter essere risolta in maniera completa in questo contesto. L’intento è quello di suggerire semplici orientamenti, utili a mettere in luce le varie criticità ed evitare di incorrere in un uso arbitrario della storia basato su interpretazioni soggettive. In occasione del Seminario di Milano è stata sottolineata da diversi relatori la necessità di intraprendere nuovi approfondimenti di studio, in modo particolare partendo da un “dialogo” tra i documenti conservati negli archivi italiani, sloveni e croati, attraverso una “nuova stagione di ricerche” che analizzi anche la profuganza clandestina jugoslava di cui ad oggi si sa ben poco, l’entità e le modalità delle opzioni respinte, così come rimarcato da Gloria Nemec, oppure permetta di ricostruire alcune biografie, come suggerito da Roberto Spazzali, ricordando che su queste tematiche si sia operato spesso con un approccio meccanicistico (ad un’azione corrisponde una reazione uguale o contraria), formula che non sempre funziona nello studio della storia.
Una riflessione, dunque, che non ha la pretesa di esaustività e merita di essere integrata da osservazioni, critiche e proposte, utili per raggiungere l’obiettivo di pervenire ad una verità storica, se non totalmente condivisa, almeno “comune” nelle grandi linee, sì da favorire l’abbandono di posizioni troppo rigide e “chiuse”, che continuerebbero a costituire un serio ostacolo per un riavvicinamento tra orientamenti diversi. Si auspica, così, la realizzazione di un tentativo, per lo meno comune, di comprensione di tutti i fattori di una vicenda drammatica, al di là di ogni preconcetto e di ogni giudizio sommario. Tutto ciò potrebbe contribuire sensibilmente ad un avvicinamento tra Associazioni che hanno spesso assunto posizioni rigidamente contrapposte e ad un complessivo “rasserenamento”, nella ricerca della verità storica, per gli stessi protagonisti di un complesso di vicende così altamente e profondamente drammatiche.
Secondo questa impostazione, la stessa ricorrenza annuale della Giornata del ricordo potrebbe assumere un significato più consono al carattere assegnatogli dalla legge istitutiva, di celebrazione civile volta alla conservazione e al rinnovamento della memoria delle vicende della guerra e del dopoguerra nell'area giuliano-dalmata.

Affinché questo fine sia effettivamente perseguito, infatti, occorre sgombrare il campo della discussione pubblica dai pregiudizi di parte e dagli esclusivismi nazionali, che fino ad un recente passato hanno fomentato strumentalmente le divisioni all'interno dei singoli Paesi e tra le diverse nazionalità. In una prospettiva europea, la Giornata del ricordo deve costituire un’occasione non per cristallizzare, ma per superare una eredità storica di conflitto, il che implica in primo luogo la liquidazione di approcci anacronistici che per troppo tempo hanno impedito di gettare le fondamenta di un’effettiva e duratura ricomposizione dei contrasti ereditati dal XX secolo.

lunedì 6 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 2




Dall'occupazione della Slovenia alla nascita della Zona di Operazione del Litorale Adriatico









segue da Il confine italo- sloveno 1

6. Nel 1941 le forze dell’Asse aggredirono e invasero, senza dichiarazione di guerra, la Jugoslavia, che venne divisa tra Germania, Italia, Ungheria e Bulgaria. All’Italia vennero assegnate la Slovenia meridionale, annessa come provincia di Lubiana, la costa dalmata, il Montenegro e il Kossovo. Ci soffermiamo in particolare sull’occupazione della Slovenia che creò inevitabili implicazioni dal punto di vista dei confini. In un primo periodo il fascismo applicò una politica moderata, ben diversa dalla prassi tedesca, cercando di tutelare le caratteristiche etniche della popolazione con l’instaurazione di un Alto commissario, coadiuvato da una Consulta con rappresentanti sloveni, l’esonero dal servizio militare, l’uso della lingua slovena nelle scuole elementari, il bilinguismo negli atti ufficiali, che portò all’adesione di un fronte collaborazionista motivato soprattutto da un fervido anticomunismo. Parallelamente si era costituito un vigoroso movimento di liberazione, l’Osvobodilna Fronta (OF).
L’intensa attività sia di sabotaggi che di guerriglia dei gruppi di resistenza, sostenuti anche dalla popolazione civile, fece assurgere questi territori a zone di guerra in cui l’occupante italiano incrementò l’azione repressiva, anche contro i civili, con incendi di villaggi, esecuzioni, torture, deportazioni in campi di internamento istituiti tra il 1941 e il 1943, arrivando a un picco di recrudescenza nel 1942 in seguito alla circolare 3C del gen. Roatta, che portò alla costituzione di una Milizia volontaria anticomunista (Mvac) alle dipendenze degli italiani. Nonostante queste misure di controllo e repressione, le formazioni partigiane, mosse anche dal timore di annullamento delle loro istanze di autonomia, andavano sempre più rafforzandosi ottenendo consensi tra la popolazione ed estendendosi anche nella Venezia Giulia. Alla fine del 1941 a Trieste l’OF disponeva già di una rete clandestina operativa e sottoscriveva con il Partito Comunista italiano un patto di unità, mentre i fascisti giuliani imperversavano con azioni squadriste e incendi di abitazioni.

7. La situazione mutò in seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943 che portò a un’accelerazione di quanto si era andato delineando già nel 1942. Allo sbandamento dell’esercito italiano si unì la completa dissoluzione della presenza statuale che venne soppiantata dall’occupazione della Wehrmacht.
In Istria, a seguito di diverse sommosse, vennero istituiti organismi antifascisti che si sostituivano alle autorità italiane, e si insediarono i comandi partigiani. A Pisino, il Comitato popolare di liberazione proclamò l’unione dell’Istria alla Croazia e furono eseguite una serie di condanne a morte di oppositori al neocostituito sistema con la soppressione sia di fascisti che di rappresentanti dello Stato italiano, di avversari politici e di persone autorevoli della comunità italiana. Questo evento è meglio conosciuto con il termine di foibe istriane. La serie di eccidi che furono perpetrati nell’area dove era attivo il movimento di liberazione croato, non venne intrapresa solo per ragioni politiche e sociali, ma anche per colpire la classe dirigente locale; ciò approfondì la diffidenza e il timore della componente nazionale italiana nei confronti del movimento di liberazione jugoslavo e, più in generale, della lotta di liberazione contro l’occupante tedesco. I timori che ne derivarono vennero poi strumentalizzati dai nazisti, facendo leva sulle angosce legate alla possibilità di cancellazione dell’intera collettività italiana. La drammatica esperienza istriana venne interrotta dalla cruenta occupazione tedesca. Le contrapposte memorie ricordano che per i croati questo episodio rappresenta l’apogeo della liberazione nazionale, mentre per gli italiani, in modo particolare per chi ritornò in Italia, esso costituisce un trauma.
È necessario rammentare che la questione delle foibe è molto articolata e che in generale, come ha ricordato Roberto Spazzali nella sua relazione, va considerata per dimensioni storiche e cronologiche: differenti le foibe istriane del 1943 da quelle del 1945 nella Venezia Giulia che coincidono rispettivamente con la caduta del fascismo e con la fine della Zona di operazione del Litorale adriatico.
Con lo stesso vocabolo vengono definiti episodi tra loro differenti come le stragi, le vendette politiche, l’eliminazione di oppositori nei campi di internamento.
Nell’ottobre del 1943 venne istituita la Zona di operazione
del Litorale adriatico (Operationszone Adriatisches
Hausser, generale SS comandante del litorale
Küstenland - Ozak
) che dipendeva direttamente dal Terzo Reich e comprendeva le province di Udine, Gorizia, Trieste, Lubiana, Fiume, Pola, le isole del Quarnaro, sottratte alla 
Repubblica Sociale Italiana che ne prese atto a fatto compiuto. Come risulta da un’annotazione del diario di Galeazzo Ciano del 13 ottobre 1941, Mussolini già all’epoca era convinto che “se domani chiedessero Trieste nello spazio vitale germanico, bisognerebbe piegare la testa”. Nel territorio del Litorale, dunque, l’amministrazione tedesca condusse una lotta senza quartiere contro la resistenza slovena e italiana, utilizzando a tal fine anche le aspirazioni stanziali di gruppi ed etnie al seguito della Wehrmacht, incaricati di compiti di repressione svolti con particolare ferocia. In questo quadro, la presenza dei cosacchi in Carnia costituisce l’episodio più noto e tra i più tragici nella storia della guerra di Liberazione nell’area friulana. Non mancarono inoltre, come ha ricordato Alberto Buvoli, tentativi tedeschi di promuovere forme di collaborazionismo mediante l’accoglimento di alcune rivendicazioni nazionali slovene in funzione di contrasto alla resistenza italiana, secondo il principio del divide et impera.
Sotto questo profilo, la vicenda del Nord-Est italiano nel biennio 1943-1945 si presenta come un esperimento totalitario peculiare, per l’azione di una pluralità di soggetti, alcuni dei quali relazionati tra loro con modalità in cui collusione e conflitto appaiono strettamente intrecciati. Come si legge nella relazione della Commissione italo slovena, dopo l’8 settembre, “I tedeschi […] per mantenere il controllo del territorio, fecero ricorso all’esercizio estremo della violenza, per la quale si servirono pure della collaborazione subordinata di formazioni militari e di polizia italiane ma anche slovene”, anche se, come precisa lo stesso documento, il comune atteggiamento collaborazionista non servì a contenere le reciproche diffidenze nazionali, che tornarono presto a manifestarsi con forza.

8. L’analisi dei rapporti tra la Resistenza italiana e la Resistenza slovena e più in generale jugoslava non si presta a giudizi unilaterali o a generalizzazioni che non tengano conto delle specifiche realtà e delle diverse fasi in cui si sviluppò la guerra di Liberazione. Da questo punto di vista, occorre considerare sia i momenti di forte conflittualità tra i due movimenti, sia la collaborazione su basi anti fasciste maturata soprattutto in seno al movimento operaio, anche prima della caduta del fascismo, e che fu alla base dello sviluppo dei rapporti tra i due partiti comunisti, tra le formazioni partigiane slovene e italiane e tra gli organi politici dei rispettivi movimenti di liberazione.
È difatti innegabile che subito dopo l’8 settembre i rapporti di collaborazione tra la Resistenza italiana e quella slovena divennero sempre più complessi; nell’autunno del 1943, la dichiarazione unilaterale di “congiungimento” (Izjava o priključitvi Primorske) dell’intero territorio del litorale adriatico della Slovenia da parte dell’OF, ratificata dal Consiglio antifascista di liberazione popolare della Jugoslavia, se da un lato confermava la piena assunzione delle rivendicazioni territoriali slovene da parte del movimento comunista e la loro combinazione con gli obiettivi rivoluzionari e classisti, dall’altro risultava potenzialmente in contrasto con il principio dell’autodeterminazione dei popoli come base per la risoluzione
delle questioni nazionali, affermato nelle dichiarazioni dei Partiti Comunisti italiano, jugoslavo e austriaco del ’34, e successivamente ribadito in altre occasioni nel corso degli anni ’30. Da parte slovena si auspicava il “congiungimento” di quei territori con insediamenti storici sloveni e finalità di tipo rivoluzionario. Trieste diventò un nodo focale perché rappresentava non solo a livello geografico ed economico uno sbocco importante per la Slovenia, ma anche un ponte per la diffusione a occidente degli ideali comunisti. Il Partito Comunista italiano, che comunque non condivideva la posizione slovena, propose di posticipare la problematica al dopoguerra.
Nel periodo intercorso tra l’armistizio e l’estate del 1944, infatti, come ha ricordato Alberto Buvoli, la Direzione del PCI dell’Alta Italia, che fu peraltro un interlocutore privilegiato del movimento di liberazione sloveno, prese nettamente le distanze dalle rivendicazioni territoriali jugoslave, secondo una linea di conciliazione degli interessi nazionali con il primato attribuito
al mantenimento e al rafforzamento dell’unità di tutte le forze antifasciste, ottenendo anche il sostegno dell’ex segretario della disciolta Terza Internazionale, George Dimitrov, che sollecitò il movimento di liberazione sloveno a non compromettere l’unità antifascista con iniziative premature e a rinviare alla conclusione della guerra la definizione delle questioni nazionali. Alla continua trattativa tra i partiti comunisti, si aggiungono in questo periodo gli appelli unitari rivolti al movimento di liberazione sloveno dal CLN Alta Italia, non senza risultati, se si considerano le aperture di un dirigente come Kardelj (sloveno, stretto collaboratore di Tito) sulla priorità da attribuire al consolidamento dell’unità antifascista e sull’opportunità di non porre prima della fine della guerra la questione dell’appartenenza statale di Trieste (febbraio 1944).
Al di là del carattere contingente dell’atteggiamento distensivo dei dirigenti jugoslavi, occorre tenere presente che su di esso influiva la strategia sovietica oscillante tra la volontà di non incrinare l’alleanza internazionale antifascista e l’aspirazione a realizzare un assetto geopolitico per il dopoguerra idoneo ad assicurare il massimo possibile di sicurezza. Ciò può spiegare il sostegno più esplicito offerto alle rivendicazioni territoriali jugoslave a partire dall’estate del 1944, nel momento in cui l’Armata rossa era sul punto di congiungersi alle forze di Tito e, mentre anche la liberazione del Nord Italia appariva imminente, la Gran Bretagna – anch’essa incline a considerare con una certa benevolenza le rivendicazioni territoriali del movimento partigiano jugoslavo – cercava di acquisire il consenso dello stesso Tito ad un eventuale sbarco alleato in Istria, progetto mai abbandonato da Churchill. Segue qui



domenica 5 febbraio 2017

Il confine italo-sloveno 1



Il confine orientale prima della fine della guerra mondiale

IL CONFINE ITALO-SLOVENO. ANALISI E RIFLESSIONI
Documento approvato dal Comitato nazionale ANPI il 9 dicembre 2016


1. Questo documento conclude il proficuo lavoro svolto durante il seminario promosso dall’ANPI nazionale il 16 gennaio 2016 e la successiva elaborazione, proponendosi di realizzare ed  approfondire una riflessione che, alla luce della ricerca, contribuisca a mettere a fuoco le questioni storiche relative alle vicende del confine italo-sloveno, superando così, per quanto possibile, visioni di parte, forzature, rimozioni e risentimenti che per lungo tempo hanno fuorviato il dibattito e non hanno consentito di costruire una memoria critica e comune.
L’obiettivo non è solo quello di fare il punto, ancorché non definitivo, sulle vicende e sugli episodi più significativi relativi alla storia del confine, ma anche quello di contestualizzarli; l’approfondimento del contesto storico, politico e geografico, infatti, è una condizione essenziale per conoscere e comprendere le dinamiche che hanno portato alla grande e contraddittoria mole di eventi drammatici avvenuti nel corso del tempo in quei territori.
Nell'ambito di questa impostazione, una delle condizioni primarie per portare avanti in modo proficuo e senza forzature la riflessione e la ricerca sulla vicenda del confine italo-sloveno riguarda il superamento di un punto di vista strettamente nazionale nell'esame di oltre mezzo secolo di storia delle relazioni tra italiani, sloveni e croati. L’obiettivo precipuo è quello di evitare che prevalga una posizione univoca, condizionata dall'appartenenza statuale. Questo è ancora più vero quando ci si trova a indagare e a studiare una zona multietnica, in cui fattori di tipo politico si mescolano inevitabilmente a quelli culturali. Per questa ragione, si è raccolta la sollecitazione rivolta da Marta Verginella nella relazione introduttiva al Seminario del 16 gennaio, ad adottare una terminologia coerente con un approccio “transfrontaliero” e soprattutto adeguato al fine di scongiurare il
rischio di perpetrare l’unidimensionalità storiografica e politica implicita
nel punto di vista e nella collocazione geografica e nazionale dell’espressione “confine orientale”. Questa scelta, che comporta invece l’adozione dell’espressione “confine italo-sloveno” o dell’espressione “ex confine italo-jugoslavo”, è tanto più ricca di implicazioni, non soltanto terminologiche, se la si riferisce anche alla genesi della ricorrenza del 10 febbraio come “Giorno del ricordo” e al significato che ha assunto il decennio di celebrazioni avviato con l’approvazione della legge n. 92 del 2004, che la ha istituita. L’articolo 1, infatti, assegna a questa solennità civile il fine di “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”; questa dizione era stata peraltro pacificamente adottata dal legislatore, probabilmente sull’onda del consenso pressoché unanime che accomunò le forze politiche di maggioranza e la maggior parte di quelle di opposizione al momento del voto sulla legge.

2. Sotto questo profilo, il trascorrere del tempo non ha ridimensionato la percezione di una palpabile contraddizione tra la portata della riflessione storica, politica ed etica di cui la celebrazione di questa Giornata dovrebbe essere occasione, così come definita nel testo del citato articolo 1, e le reali intenzioni e finalità di chi a suo tempo la propose. Basta scorrere, infatti, la discussione parlamentare dell’epoca, nonché le proposte di legge presentate da parlamentari facenti capo alle forze politiche di centro-destra nella XII, XIII e XIV Legislatura, per ritrovare tutti i ragionamenti più tipici del revisionismo storico di inizio secolo e il ricorso al “paradigma vittimario” di cui ha parlato Giovanni De Luna in un recente saggio. Vi è stato un vero e proprio tentativo di appropriazione dell’insieme degli eventi
drammatici che hanno costellato il periodo della guerra e del dopoguerra nel confine italo-sloveno, finalizzato alla loro trasformazione in una sorta di rendita memoriale da spendere in favore esclusivo di una parte politica, così da strutturare una narrazione mirata alla legittimazione per sé e alla delegittimazione degli avversari. Si tratta di un fatto tanto più grave e discutibile, se si considera che attraverso questa operazione si è cercato di accreditare alcuni falsi storiografici, a partire dalla negazione del carattere storicamente plurale dei soggetti presenti in una regione multietnica e plurilinguistica, in nome di un asserito primato italiano, e da una rilettura delle vicende del periodo 1943-’45 che attribuisce al conflitto di nazionalità un ruolo prioritario rispetto a quello tra antifascismo e nazifascismo. Il fine esplicito delle iniziative legislative sopra ricordate era quello di pervenire ad una riabilitazione di italiani repubblichini e tedeschi impegnati a fronteggiare “l’invasione slava” in un territorio (la Zona d’operazioni del Litorale adriatico, Operationszone Adriatisches Küstenland) peraltro sottratto all’amministrazione del governo della Repubblica Sociale Italiana e governato direttamente da Berlino.
In altri termini, nell’intento della maggior parte dei promotori della legge, quest’ultima avrebbe dovuto costituire il veicolo di una contrapposizione memoriale, basata su quella che lo storico Alceo Riosa, affrontando i temi della storia giuliana, definì la forza del mito di sé e dell’antimito degli altri, ridotti a mera forza negativa. Questa impostazione della normativa, uniformata alla logica dell’appropriazione delle vittime in funzione di un progetto di rilegittimazione politica, deve pertanto subordinare la ricostruzione dei fatti ad una precisa e circoscritta finalità e non può, di per sé, concorrere ad un ripensamento serio e proficuo degli eventi del confine italo-sloveno tra il 1941 e la prima metà degli anni ’50.
Una tale considerazione è, peraltro, condizionata dalle remore e dalle reticenze in cui la logica dicotomica della guerra fredda – della quale si alimentano le posizioni revisionistiche fin qui tratteggiate – ha imbrigliato la ricerca storica e la riflessione politica. Tale logica ha contribuito essa stessa a promuovere una storiografia modellata sull’idea di centralità dello Stato nazionale e, in molti casi, subalterna alle sue istanze politiche, ed ha ostacolato il superamento della visione etnocentrica che tende a relegare gli “altri” nella dimensione di mero polo negativo nella dialettica mirata ad argomentare in favore della prospettiva nazionale prescelta. L’approccio etnocentrico ha contribuito a conferire centralità ad una ricostruzione della storia delle aree di confine fondata in larga misura sull’individuazione di uno spazio nazionale certo e definito, tale da legittimare conseguenti scelte politiche e culturali.

3. Un primo passo verso il superamento di paradigmi unidimensionali è stato compiuto nel 1993 con la costituzione della Commissione storico-culturale italo-slovena e la redazione di un documento, reso pubblico nel 2001, dedicato ai rapporti italo-sloveni fra il 1880 e il 1956. Il documento è stato oggetto di alcune riflessioni critiche per avere svolto una narrazione parallela dei rapporti tra i due gruppi nazionali e per avere posto in rilievo soprattutto i passaggi nei quali si viene configurando il conflitto tra di essi, tralasciando, invece, di approfondire i contatti, gli incontri, le ibridazioni che si svilupparono e si caratterizzarono a seconda delle aree interessate, sia sul piano dell’amministrazione locale, della cultura, dell’economia che su quello politico ed ideologico.
Al tempo stesso, per la parte che qui maggiormente interessa, il documento della Commissione italo-slovena ha svolto un ruolo molto importante nella definizione dei perimetri cronologici, storici e culturali entro i quali maturarono i drammatici eventi compresi tra l’occupazione italiana della Jugoslavia e l’esodo del secondo dopoguerra, a partire dalle modalità con cui si venne a configurare la fisionomia dei rapporti tra italiani e sloveni nell’area giuliana e del litorale austriaco, sin dalla fase conclusiva della dominazione asburgica. In questa fase, afferma il documento, “il rapporto italo- sloveno appare […] caratterizzato, secondo un modello che si ritrova anche in altri casi della società asburgica del tempo, da un contrasto tra coloro, gli italiani, che cercano di difendere uno stato di possesso (Besitzstand) politico-nazionale ed economico-sociale e coloro, gli sloveni, che tentano invece di modificare o di ribaltare la situazione esistente”. Dal punto di vista socio-economico, questa condizione si traduce nel dualismo oppositivo tra la fisionomia prevalentemente urbana dell’insediamento italiano e quella prevalentemente rurale della componente slovena, anche se questo dato non deve essere considerato in termini assoluti, se si considera la dimensione della presenza rurale italiana in Istria e quella urbana degli sloveni residenti a Trieste e Gorizia.
Attorno a questa polarizzazione, si sono poi andate dislocando le posizioni dei diversi attori politici ed istituzionali: la tendenza dell’amministrazione asburgica a favorire la componente slovena per alimentare un lealismo da utilizzare in funzione di contrasto all’irredentismo italiano, la radicalizzazione di quest’ultimo in senso nazionalistico e il progressivo indebolimento delle posizioni più dialoganti, travolte dallo scoppio della Prima guerra mondiale. Con l’ingresso dell’Italia nel conflitto, infatti, l’irredentismo diventa parte integrante del programma nazionale e, salvo le aperture più o meno strumentali alle rivendicazioni nazionali jugoslave nel congresso di Roma del 1918, di poco successivo alla disfatta di Caporetto, la politica italiana appare proiettata a perseguire gli obiettivi di espansione territoriale definiti con il Patto di Londra, in tendenziale conflitto con le aspirazioni nazionali slovene che, sul finire della guerra, confluiscono nel progetto di unità statale jugoslava.

4. Con la fine della guerra, la vittoria italiana e la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, il processo di annessione delle terre cosiddette irredente
Il confine nel primo dopoguerra
ricalca cronologicamente la crisi dello Stato liberale e, per alcuni aspetti, ne anticipa i caratteri. Dal 1918 i territori occupati dall’Italia in seguito all’armistizio con l’Austria e poi annessi furono soggetti prima ad un governatorato militare e, dopo il 1919, ai commissariati civili. La prospettiva dell’inclusione di territori mistilingui, come il Sud Tirolo e la Venezia Giulia, in una compagine statale che non si era mai misurata con simili realtà, costituiva una novità per l’apparato amministrativo italiano, militare e civile. In questa circostanza si manifestarono le tare tradizionali dello Stato italiano: la diffidenza nei confronti degli strati più deboli della società, la tendenza ad appoggiarsi su gruppi oligarchici, il centralismo come prassi amministrativa e il conservatorismo come opzione politica.
Questi tratti si accentuarono in relazione ad un conflitto tra nazionalità già apertosi sotto il dominio austriaco ed acceleratosi dopo la conclusione delle ostilità.
Né sotto il governatorato militare, né sotto l’amministrazione dei commissari civili si ebbe la capacità politica e culturale di prendere in considerazione una modalità di composizione che riconoscesse alla componente slovena il diritto a mantenere le proprie istituzioni e a partecipare alla gestione amministrativa del territorio in posizione di parità con la componente italiana. La scelta fu quella di sostenere, con maggiore o minore energia e convinzione, le ragioni di un’italianità vittoriosa e dell’assimilazione intesa come subordinazione della componente nazionale slovena all’egemonia italiana. Centralismo e nazionalismo si alimentarono, quindi, a vicenda. Vi furono tuttavia sostanziali differenze sul modo di pensare tale assimilazione sia per quanto riguarda i tempi che i modi. Come ha ricordato Anna Maria Vinci nella relazione al Seminario del 16 gennaio dedicata al fascismo nelle zone di confine, il governatore militare Petitti di Roreto ed altri esponenti dell’amministrazione militare e poi civile cercarono di impostare tale processo in termini di gradualità e nel rispetto di alcune prerogative delle nazionalità presenti nei territori annessi. Durante l’amministrazione civile, molti esponenti di essa, oltre al direttore
dell’Ufficio centrale presso la Presidenza del Consiglio, l’irredentista giuliano Francesco Salata, caldeggiarono l’adozione di un regime di moderata autonomia per le zone mistilingue. Si trattò di posizioni minoritarie, che peraltro escludevano qualunque forma di istituzionalizzazione del plurilinguismo e della plurietnicità, mirando a un’assimilazione che non era messa in discussione nel fine, bensì nei modi di realizzazione e nella minore o maggiore gradualità dei processi.
Non a caso, le amministrazioni militari e civili non mancarono di adottare misure fortemente restrittive e persecutorie nei confronti della componente slovena e delle sue organizzazioni, sostenendo al contrario le manifestazioni di italianità, anche laddove esse erano minoritarie. Occorre peraltro ricordare che la corrività delle forze politiche liberali italiane nei confronti del dilagante nazionalismo fece mancare un adeguato sostegno in loco alle posizioni meno oltranziste, che furono travolte da una radicalizzazione in senso sciovinista.
Ciò spiega anche il successo dello squadrismo fascista nell’area giuliana ed il suo carattere particolarmente virulento. Maturato nel mito della vittoria mutilata e alimentato dalla recente esperienza fiumana, il fascismo giuliano, soprattutto all’indomani del Trattato di Rapallo, assunse su di sé la funzione di difensore del confine raggiunto con la guerra e di rappresentante della civiltà italiana contro gli slavi, ritratti come portatori di una cultura inferiore. Come ha ricordato Anna Maria Vinci nella relazione sopra richiamata, citando Francesco Giunta, ras incontrastato della zona, il fascismo di confine si presentava come assertore e custode dell’italianità, da affermare attraverso la sottomissione militare ancor prima che politica della componente slovena.

5. Durante il regime fascista, i contatti tra l’antifascismo italiano e il movimento nazionale sloveno si erano sviluppati sin dalla seconda metà degli anni ’20, con la collaborazione instauratasi tra il movimento Giustizia e Libertà e il movimento nazionale clandestino sloveno, fondata anche sul riconoscimento da parte italiana del diritto all’autonomia dei croati e degli sloveni e dell’eventuale revisione dei confini; inoltre nel 1934 il Partito Comunista d’Italia siglò con il Partito Comunista jugoslavo e con quello austriaco una dichiarazione comune, nella quale si affermava che la questione nazionale slovena avrebbe dovuto essere risolta in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli, da applicarsi anche agli italiani residenti nelle aree a prevalente popolazione slovena. Due anni dopo, nel 1936, il PCd’I aveva sottoscritto un patto d’unità d’azione con il TIGR (Movimento rivoluzionario nazionale degli sloveni e dei croati della Venezia Giulia) indicando come obiettivo comune la lotta al fascismo e il diritto di sloveni e croati all’autodeterminazione ed alla secessione dall’Italia.

Nel corso della guerra, peraltro, il Partito Comunista sloveno, nell’ambito della lotta di liberazione, ripropose con forza le rivendicazioni nazionali già appannaggio di gruppi come il TIGR che, per la sua attività clandestina e per le azioni terroristiche intraprese in Italia aveva subito pesantemente la repressione fascista, e l’interpretazione sulle modalità di attuazione del principio di autodeterminazione si rivelò assai meno lineare di quanto risultasse nelle dichiarazioni di carattere politico generale. 

mercoledì 11 gennaio 2017

Dopo il referendum

Il silenzio sul significato del voto del 4 dicembre: il ritorno alle urne, l'Anpi e i giovani, partigiani e antifascisti. 




Fonte. Carlo Smuraglia, ANPI news, n. 229


Sono certo che molti avranno notato con quale celerità il referendum sulla riforma del Senato, è stato “archiviato”. Pochi giorni di commenti subito dopo il voto e poi non se ne è parlato più. 
Singolare! Sia ben chiaro. Io non intendo riprendere l’ampia discussione che c’è stata sul SI e sul NO; quella, sì, è ormai archiviata ed è inutile tornarci sopra; anzi, sarebbe forse dannoso, in qualche modo, perché manterrebbe in vita senza ragione quella divisività che è stata la principale caratteristica del progetto di riforma costituzionale.
Io mi riferisco invece alla riflessione sul significato complessivo del voto espresso dagli italiani. Quella, se c’è stata, è finita troppo presto.
Credo che almeno su tale aspetto (quello del significato) qualche riflessione avrebbe dovuto essere approfondita; e dico subito il perché.
A mio parere, quel voto ci ha detto, prima di tutto, che i cittadini non vogliono essere soggetti passivi su un tema che li riguarda direttamente. E sono corsi alle urne, con una presenza che da molto tempo non si verificava, né sui referendum, né sulle consultazioni elettorali. Questa volontà di partecipazione avrebbe dovuto essere colta, come uno dei fatti più importanti dell’anno 2016, proprio perché la partecipazione – l’ho detto mille volte – è il sale della democrazia; dunque la “novità” avrebbe dovuto essere salutata non solo positivamente, ma anche con una riflessione sulle ragioni della svolta e su ciò che occorre fare per renderla permanente. Perché di partecipazione abbiamo davvero bisogno, proprio per rinforzare la nostra democrazia e per restituire ai cittadini quella “sovranità popolare” che per molto tempo essi stessi hanno finito per non esercitare o per esercitare solo in parte. Invece, di questo, nei tanti bilanci, positivi e/o negativi, apparsi sulla stampa, poco o nulla è emerso, quasi che ci fosse una voglia sotterranea e segreta di non parlare più di questo incidente della riforma del Senato, finita male per i promotori.
Ma accanto a questo aspetto, ce ne sarebbero stati altri, meritevoli di segnalazione e di riflessione. E’ la seconda volta, nel giro di pochi anni, che una riforma costituzionale “grandiosa”, sostenuta dal Governo in carica, è stata bloccata dal voto. Questo non può non esprimere un messaggio molto chiaro, di attenzione: la Costituzione va rispettata, può essere modificata, ma con coerenza rispetto alle sue linee di fondo, che restano tuttora validissime; una
specie di “altolà” dei cittadini ai tentativi troppo spericolati di procedere non a qualche “revisione” della Carta (come dice espressamente l’art. 138 della Costituzione), ma a modifiche fortemente incisive sulle stesse garanzie del sistema tracciato dai Costituenti.
Insomma, una sorta di ammonimento dei cittadini a chi, nel futuro, avesse ancora voglia di mettere mano a riforme non corrispondenti a quel concetto di “revisione”, chiaramente espresso dalla Carta.
Ma ancora: si è poco approfondita l’opinione pubblicata - il 18 dicembre su “Repubblica” - e formulata, col suo solito stile pacato ma fermo e dotato di estrema precisione, del Prof. Alessandro Pace, della quale basta qui richiamare il titolo, che è di per sé altamente significativo, “Basta con le mega riforme costituzionali”. Ha ragione, infatti, il prof. Pace, a sottolineare che nessuna mega-riforma dal contenuto disomogeneo ha mai avuto successo nel nostro Paese. I tentativi sono stati molti e tutti sono falliti. Non è materia di riflessione, questa e di serio ammonimento per l’avvenire?
Ma tant’è; si è preferito parlare d’altro, anche di cose buone o cattive (piuttosto predominanti, queste ultime) che sono avvenute nel 2016.
E invece, questi segnali sono importanti e indicatori di una volontà popolare, che va rispettata; noi saremo sul campo, pronti a ricordarli ogni volta che potrà venire in mente a qualche spericolato di tornare sulla linea dei precedenti tentativi falliti.
Non posso che concludere queste note ricordando una vera e propria “amenità” (si fa per dire) che abbiamo letto in uno dei tanti “bilanci”, questa volta redatto per “voci”.
Nella pagina dedicata al “peggio” del 2016, Pierluigi Battista ha inserito una voce, “partigiani” che lascia trasecolati. Secondo l’autore, il 2016 è stato un anno “pazzotico” in cui si è imbastita una interminabile discussione su chi siano i “veri” partigiani; e qui sta il primo equivoco. Non abbiamo avuto notizia di una discussione del genere e tanto meno ci siamo accorti che fosse interminabile.
Ma in più c’è il fatto che una discussione richiede più partecipanti, altrimenti è un monologo. Nel caso di specie, c’è stata un’improvvida affermazione di una componente del Governo, sulla quale era impossibile aprire una discussione, ma si poteva fornire, al più, come è avvenuto, qualche ironica risposta o una denuncia di cattivo gusto quando essa è stata completata dalla presentazione di una sfilata di partigiani “veri” che, naturalmente, votavano per il SI. Poi più nulla, perché sul ridicolo non si discute, ma – a seconda del carattere di ognuno – si ride o ci si arrabbia. Tutto qui. Poi il giornalista prosegue, specificando meglio il suo vero obiettivo, cioè coloro che “parlano a nome dell’ANPI e sono nati molti anni dopo la fine della Resistenza” e dovrebbero tacere – dice l’autore – e lasciare la parola ai partigiani che hanno fatto i partigiani. Ora c’è da dire che “parlare a nome dell’ANPI” non significa affatto parlare dei partigiani, ma di un’Associazione che è stata fino al 2006 composta solo da combattenti per la libertà e da allora, con una modifica statutaria approvata anche dagli organismi di controllo, ha ammesso anche gli “antifascisti” che si riconoscono nelle finalità e nei valori dell’Associazione.
Da allora, anche se qualcuno non se ne è accorto, nell’ANPI sono entrati tanti giovani e tante donne, e tanti di una vera e propria generazione pacificamente successiva al periodo della Resistenza. Tra i partigiani e gli antifascisti si è creato un amalgama straordinario, che ha
assicurato la “continuità” dei valori della Resistenza e della Costituzione, cui questa Associazione si è sempre ispirata.
Se oggi il numero degli iscritti supera le 124.000 unità, questo è proprio perché quell’amalgama si è costituito nel
tempo ed ha perfettamente funzionato; e ai nostri successori affideremo, come lascito, quella “continuità” che è il bene e la caratteristica fondamentale dell’ANPI. Spero, così, di aver spiegato chiaramente, anche a chi non sa, come stanno realmente le cose. Ciò che ci colpisce particolarmente, però, è che questa voce “Partigiani” sia stata inserita nel “peggio” del 2016, cioè accanto a Aleppo, Colonia, Erdogan, Odio, Zoticoni, Squadristi, Bambolotti, etc”. Ci vuole una bella dose non dico di mancanza di rispetto, ma addirittura di disinvoltura per creare simili paragoni, che sono comunque offensivi non solo se riferiti ai
“partigiani”, ma anche a quelli che tali non sono stati, ma che oggi appartengono a pieno titolo ad una Associazione come l’ANPI, a sua volta degna almeno di rispetto, reale e non solo formale. Potrei aggiungere anche che nessuno ha parlato “a nome” dell’ANPI, anche se era riconoscibile la sua appartenenza; ma forse non vale neppure la pena di soffermarsi ulteriormente sul tema.

domenica 12 giugno 2016

Revisione costituzionale, 9


Lettera di Smuraglia all'Unità









Chiudiamo oggi la partita dello scontro ANPI-PD, per affrontare poi, come previsto, l'analisi puntuale dell'articolato della legge. 
Le due posizioni sono ormai chiare. Quella che segue è la lettera che il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all'Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale. Anche la lettera di Smuraglia è stata pubblicata sull'Unità, ma nello stesso giornale al presidente ANPI si dà anche del pinocchietto. La sua è una risposta da vero signore: dall'altra parte ci sono altrettanti veri signori e signore? Ma si sa in campagna elettorale omnia licet..

Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po' di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall'altro lato della barricata. Capisco anche l'esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l'avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell'ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l'eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell'altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c'è una norma specifica), non recar danno all'ANPI. Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un'Associazione come l'ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall'interno, ma addirittura dall'esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all'ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull'opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull'opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l'ANPI non diventi un partito; non c'è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l'ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l'ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l'invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c'è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po' di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l'unità dell'ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.
Cordialmente,
Carlo Smuraglia

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