domenica 5 febbraio 2017

Parco colli e altro ancora...



“CAMBIARE E PROTEGGERE L'ITALIA SI PUÒ
E STA A CIASCUNO DI NOI ATTIVARSI OGNI GIORNO”

Seminario di LegAmbiente a Selvazzano

Il progetto di legge Berlato (vedi qui),  promette la riduzione dei confini del Parco dei Colli e la sua limitazione alle sole zone "selvagge". Per saperne di più partecipa alle iniziative di LegAmbiente: 


Venerdì 10 febbraio alle ore 18:30
presso la sala conferenze del Centro Servizi Volontariato di Padova, in via Gradenigo 10, Legambiente Selvazzano organizza il Seminario:


  • I colli Euganei: il nostro ambiente, le nostre tradizioni, il nostro futuro.  
  • L'Abruzzo forte e gentile che sconfisse le trivelle.

     Storia di una inaspettata resistenza collettiva del              ventunesimo secolo.

Partecipa Mario Cestaro, presidente LegAmbiente di Selvazzano e  Maria Rita D'Orsogna fisico, docente universitario, attivista ambientale, un’italiana nata e vissuta negli Stati Uniti ma che ama la sua terra di origine e che ha saputo creare una mobilitazione senza precedenti contro le trivellazioni petrolifere in Adriatico.  




Maria Rita D'Orsogna sostiene e diffonde le sue idee dal  suo blog: Leggi qui

mercoledì 25 gennaio 2017

Controcorrente: Giornata della Memoria a Mestrino




Un modo eccentrico per ricordare l'olocausto








"Se avete un figlio omosessuale, affrettatevi a rieducarlo": potrebbe sempre ritornare il nazismo.



Può un'amministrazione di destra occuparsi del tema della difesa della famiglia "tradizionale"'?  sicuramente! è nel suo DNA, pur con tutte le contraddizioni personali degli esponenti di destra a tutti i livelli della scala politica.
Può un'amministrazione di destra perseguire pubblicamente le sue finalità? certamente! meglio in pubblico che con veline passate sottobanco o con sedute notturne del consiglio comunale. Vedi: Il gender in salsa mestrinese
Può un'amministrazione di destra organizzare incontri di formazione per i docenti in una scuola pubblica? sì, se li concorda e magari offre un adeguato contraddittorio.
Può un'amministrazione di destra essere così superficiale da proporre nella giornata della memoria la presenza di un oratore dichiaratamente oscurantista, pur dall'alto della sua scienza e coscienza, sul tema dell'omosessualità? può farlo, ma rivela la sua ignoranza della storia e non solo: prima di Gandolfini, il sommo  e pacato affabulatore, ci aveva pensato Hitler!


Per saperne di più: 
L'omosessualità secondo Gandolfini


La deportazione degli omosessuali

Omosessuali, Rom e disabili: le vittime senza nome dell'olocausto

sabato 14 gennaio 2017

Controcorrente, tutti esperti di scuola, 1






Gian Antonio Stella e la sindrome del destrorso "de core".





Quando un grande giornalista, di solito ben informato e documentato, cede alla tentazione di parlare della scuola per sentito dire, gettandola in pasto al tritacarne mediatico assai male frequentato, si perdono le residue speranze di un serio dibattito sul bene più importante del paese.  Eppure succede e non è la prima volta per Stella e per altri grandi giornalisti:   basti ricordare il prode Michele Serra che discettava l'anno scorso su un presepe e uno  spettacolo natalizio mai vietati. 
Certo deve essere triste la vita di chi è costretto a scrivere ogni giorno a tutti i costi e restare all'altezza del proprio nome..
Tornando a Stella e alla sua ultima uscita sulla meritocrazia nella scuola (leggi qui dal Corriere del 5 gennaio) è veramente deprimente che si possa ancora equivocare sul valore della trovata renziana sulla premialità (alle cifre proposte). Ma nel merito a Stella risponde assai bene la prof.ssa Galatea Vaglio (leggi qui)
Qui, nel nostro piccolo ci occupiamo solo della parte formale del peregrino articolo di Stella: c'è un malcelato e trasudante malanimo, oserei dire un facile populismo e una imperdonabile caduta di stile. Ad un certo punto Stella si lascia scappare dalla penna il termine "sinistrorso". Nulla da dire se usata da Sallusti o da Feltri, ma un grande giornalista che ha sfidato la casta a viso aperto e a rischio di concrete querele, che ha  affrontato in modo documentato grandi e controversi temi come l'emigrazione e l'immigrazione, ci si sarebbe aspettati un altro sinonimo per esprimere il medesimo concetto, piuttosto che un termine mutuato dalla meccanica, dalla chimica organica o dal webetismo. 
Sinonimi suggeriti:
  • sedicenti di sinistra?
  • un tempo orientati a sinistra?
  • populisti?
  • difensori del più vieto lassismo e di fatto contrari agli interessi dei lavoratori più seri?
  • o per sbracare, il più becero, ma sempre efficace fancazzisti?
Articolo correlato, il mio parere: Il dirigente premia i migliori

Segue

mercoledì 11 gennaio 2017

Dopo il referendum

Il silenzio sul significato del voto del 4 dicembre: il ritorno alle urne, l'Anpi e i giovani, partigiani e antifascisti. 




Fonte. Carlo Smuraglia, ANPI news, n. 229


Sono certo che molti avranno notato con quale celerità il referendum sulla riforma del Senato, è stato “archiviato”. Pochi giorni di commenti subito dopo il voto e poi non se ne è parlato più. 
Singolare! Sia ben chiaro. Io non intendo riprendere l’ampia discussione che c’è stata sul SI e sul NO; quella, sì, è ormai archiviata ed è inutile tornarci sopra; anzi, sarebbe forse dannoso, in qualche modo, perché manterrebbe in vita senza ragione quella divisività che è stata la principale caratteristica del progetto di riforma costituzionale.
Io mi riferisco invece alla riflessione sul significato complessivo del voto espresso dagli italiani. Quella, se c’è stata, è finita troppo presto.
Credo che almeno su tale aspetto (quello del significato) qualche riflessione avrebbe dovuto essere approfondita; e dico subito il perché.
A mio parere, quel voto ci ha detto, prima di tutto, che i cittadini non vogliono essere soggetti passivi su un tema che li riguarda direttamente. E sono corsi alle urne, con una presenza che da molto tempo non si verificava, né sui referendum, né sulle consultazioni elettorali. Questa volontà di partecipazione avrebbe dovuto essere colta, come uno dei fatti più importanti dell’anno 2016, proprio perché la partecipazione – l’ho detto mille volte – è il sale della democrazia; dunque la “novità” avrebbe dovuto essere salutata non solo positivamente, ma anche con una riflessione sulle ragioni della svolta e su ciò che occorre fare per renderla permanente. Perché di partecipazione abbiamo davvero bisogno, proprio per rinforzare la nostra democrazia e per restituire ai cittadini quella “sovranità popolare” che per molto tempo essi stessi hanno finito per non esercitare o per esercitare solo in parte. Invece, di questo, nei tanti bilanci, positivi e/o negativi, apparsi sulla stampa, poco o nulla è emerso, quasi che ci fosse una voglia sotterranea e segreta di non parlare più di questo incidente della riforma del Senato, finita male per i promotori.
Ma accanto a questo aspetto, ce ne sarebbero stati altri, meritevoli di segnalazione e di riflessione. E’ la seconda volta, nel giro di pochi anni, che una riforma costituzionale “grandiosa”, sostenuta dal Governo in carica, è stata bloccata dal voto. Questo non può non esprimere un messaggio molto chiaro, di attenzione: la Costituzione va rispettata, può essere modificata, ma con coerenza rispetto alle sue linee di fondo, che restano tuttora validissime; una
specie di “altolà” dei cittadini ai tentativi troppo spericolati di procedere non a qualche “revisione” della Carta (come dice espressamente l’art. 138 della Costituzione), ma a modifiche fortemente incisive sulle stesse garanzie del sistema tracciato dai Costituenti.
Insomma, una sorta di ammonimento dei cittadini a chi, nel futuro, avesse ancora voglia di mettere mano a riforme non corrispondenti a quel concetto di “revisione”, chiaramente espresso dalla Carta.
Ma ancora: si è poco approfondita l’opinione pubblicata - il 18 dicembre su “Repubblica” - e formulata, col suo solito stile pacato ma fermo e dotato di estrema precisione, del Prof. Alessandro Pace, della quale basta qui richiamare il titolo, che è di per sé altamente significativo, “Basta con le mega riforme costituzionali”. Ha ragione, infatti, il prof. Pace, a sottolineare che nessuna mega-riforma dal contenuto disomogeneo ha mai avuto successo nel nostro Paese. I tentativi sono stati molti e tutti sono falliti. Non è materia di riflessione, questa e di serio ammonimento per l’avvenire?
Ma tant’è; si è preferito parlare d’altro, anche di cose buone o cattive (piuttosto predominanti, queste ultime) che sono avvenute nel 2016.
E invece, questi segnali sono importanti e indicatori di una volontà popolare, che va rispettata; noi saremo sul campo, pronti a ricordarli ogni volta che potrà venire in mente a qualche spericolato di tornare sulla linea dei precedenti tentativi falliti.
Non posso che concludere queste note ricordando una vera e propria “amenità” (si fa per dire) che abbiamo letto in uno dei tanti “bilanci”, questa volta redatto per “voci”.
Nella pagina dedicata al “peggio” del 2016, Pierluigi Battista ha inserito una voce, “partigiani” che lascia trasecolati. Secondo l’autore, il 2016 è stato un anno “pazzotico” in cui si è imbastita una interminabile discussione su chi siano i “veri” partigiani; e qui sta il primo equivoco. Non abbiamo avuto notizia di una discussione del genere e tanto meno ci siamo accorti che fosse interminabile.
Ma in più c’è il fatto che una discussione richiede più partecipanti, altrimenti è un monologo. Nel caso di specie, c’è stata un’improvvida affermazione di una componente del Governo, sulla quale era impossibile aprire una discussione, ma si poteva fornire, al più, come è avvenuto, qualche ironica risposta o una denuncia di cattivo gusto quando essa è stata completata dalla presentazione di una sfilata di partigiani “veri” che, naturalmente, votavano per il SI. Poi più nulla, perché sul ridicolo non si discute, ma – a seconda del carattere di ognuno – si ride o ci si arrabbia. Tutto qui. Poi il giornalista prosegue, specificando meglio il suo vero obiettivo, cioè coloro che “parlano a nome dell’ANPI e sono nati molti anni dopo la fine della Resistenza” e dovrebbero tacere – dice l’autore – e lasciare la parola ai partigiani che hanno fatto i partigiani. Ora c’è da dire che “parlare a nome dell’ANPI” non significa affatto parlare dei partigiani, ma di un’Associazione che è stata fino al 2006 composta solo da combattenti per la libertà e da allora, con una modifica statutaria approvata anche dagli organismi di controllo, ha ammesso anche gli “antifascisti” che si riconoscono nelle finalità e nei valori dell’Associazione.
Da allora, anche se qualcuno non se ne è accorto, nell’ANPI sono entrati tanti giovani e tante donne, e tanti di una vera e propria generazione pacificamente successiva al periodo della Resistenza. Tra i partigiani e gli antifascisti si è creato un amalgama straordinario, che ha
assicurato la “continuità” dei valori della Resistenza e della Costituzione, cui questa Associazione si è sempre ispirata.
Se oggi il numero degli iscritti supera le 124.000 unità, questo è proprio perché quell’amalgama si è costituito nel
tempo ed ha perfettamente funzionato; e ai nostri successori affideremo, come lascito, quella “continuità” che è il bene e la caratteristica fondamentale dell’ANPI. Spero, così, di aver spiegato chiaramente, anche a chi non sa, come stanno realmente le cose. Ciò che ci colpisce particolarmente, però, è che questa voce “Partigiani” sia stata inserita nel “peggio” del 2016, cioè accanto a Aleppo, Colonia, Erdogan, Odio, Zoticoni, Squadristi, Bambolotti, etc”. Ci vuole una bella dose non dico di mancanza di rispetto, ma addirittura di disinvoltura per creare simili paragoni, che sono comunque offensivi non solo se riferiti ai
“partigiani”, ma anche a quelli che tali non sono stati, ma che oggi appartengono a pieno titolo ad una Associazione come l’ANPI, a sua volta degna almeno di rispetto, reale e non solo formale. Potrei aggiungere anche che nessuno ha parlato “a nome” dell’ANPI, anche se era riconoscibile la sua appartenenza; ma forse non vale neppure la pena di soffermarsi ulteriormente sul tema.

domenica 8 gennaio 2017

Le contraddizioni americane, 2





Il secondo emendamento





Segue da: Sette gennaio

Right to Bear Arms: "A well regulated Militia, being necessary to the security of a free State, the right of the people to keep and bear Arms, shall not be infringed".
"Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, non potrà essere infranto il diritto dei cittadini di detenere e portare armi."

Il secondo emendamento della Costituzione americana, in vita se non sbaglio dal 1791, ha avuto una storia interpretativa, lunga, contrastata e spesso contraddittoria. 
Ideato dai padri fondatori per rispondere alle minacce espansionistiche francesi dal Nord e alle mire del nascente stato verso ovest (nei territori indiani) in una nazione per di più appena liberatasi dalla dominazione britannica, il secondo emendamento faceva riferimento alla Militia (Le forze armate regolari, organized militia e l'insieme dei cittadini maschi, unorganized militia) con un orientamento eminentemente difensivo.

Sul piano formale, quindi il secondo emendamento si limita ad impedire che i singoli stati, come hanno più volte tentato nei secoli (per ultimo Washington)  impediscano la diffusione delle armi con divieti assoluti. Nei secoli, i diversi strati federati hanno proceduto in modo difforme tra di loro, sottoponendo il possesso e il porto delle armi a regolamenti, divieti parziali, autorizzazioni ecc. 
Niente di più e niente di meno di quanto succede in Italia con il regolamento di Pubblica Sicurezza sul porto d'armi.
Ma dove sta la differenza? non nell'aspetto formale, ma in quello materiale di questo pezzo di costituzione: "se non è vietato, allora ho il diritto di farlo" e "sta scritto nella costituzione"- queste in sintesi le posizioni dei favorevoli all'armamento di massa.
 Le corti che più volte si sono cimentate sul tema hanno dato spessissimo ragione ai cittadini o ai gruppi che si opponevano alle limitazioni. 
E' ancora fortissimo l'impatto emotivo  che il secondo emendamento, a distanza di due secoli,  ha sul corpo sociale di una nazione ancorata ai miti fondanti, al fare, all'intrapresa individuale.
Il resto, e non è poco, lo fa la lobby dei produttori di armi, che hanno ancora presa sull'opinione popolare, arrivando a sostenere che le armi salvano le vite. Anche dopo luttuosi eventi, aggressioni di folli o di gruppi terroristici: "se tutti fossero stati armati"- è l'inevitabile ritornello- "qualcuno avrebbe potuto fermare il folle o il terrorista". 
Incredibile per noi, come è incredibile il folle sistema sanitario o come sono stupefacenti le esecuzioni in strada da parte degli agenti di polizia.
Gli Stati Uniti danno costantemente l'impressione di una continua lotta tra il bene e il male, tra passato e futuro, tra libertà e soggezione, tra sfruttamento e generosità, tra individualismo e comunità, tra integrazione e razzismo: insomma ancora un paese di frontiera, dove, anche per chi come me è stato inondato dal mito della liberazione dal nazifascismo, non sarebbe bello vivere. Qual' è l'eredità  dei sacrifici di milioni di giovani americani degli anni venti? la Corea? il Vietnam? l'Irak? l'Afganistan? le trame della CIA in Africa e America latina? le armi ai talebani? la guerra alla Russia per interposta milizia in medio oriente?



sabato 7 gennaio 2017

Le contraddizioni americane, 1



Sette gennaio






In questa musica c’è tutta l’America, con i suoi umori contrastanti...


Il giorno seguente l'ennesima strage americana, esorcizzando il panico che altrimenti coglierebbe me come chiunque abbia in quella terra stranissima e lontana parenti amici o semplici conoscenti, mi piace ricordarlo come una data importantissima nella storia della musica. 

Era proprio il 7 gennaio,  del 1924, quando George Gershwin completò la scrittura della Rapsodia in blue,  eseguendola in pubblico dopo meno di un mese nella primitiva versione per pianoforte e piccola band.

La rapsodia nella versione per piano solo


L'esecuzione, alla quale erano presenti Stravinsky  e Rachmaninof, fu un enorme successo e rappresentò una pietra miliare nella costruzione della musica americana colta, con Gershwin che tentava di legare insieme, riuscendovi, la tradizione classica europea con le sonorità e i ritmi della musica afro-americana. 


Da www.il pianosolo.it: 


È proprio quanto accade nella rapsodia gershwiniana: il tema principale, introdotto in apertura dal clarinetto, viene poi rielaborato dal pianoforte, successivamente affidato all'orchestra, destinato a cedere il passo ad altri temi, altre melodie, ma comunque ricorrente. Questo tema riemerge, a volte mascherato, trasformato, in vari punti della composizione, alternandosi con altri temi, subendo variazioni ritmiche e dinamiche, elaborazioni armoniche, per riproporsi, quasi parola definitiva e unificante, nel finale. Elaborazione tematica a vari livelli dunque, a cui l’aggettivo “blue” conferisce il colore ed il linguaggio di uno dei più autentici prodotti della cultura americana: il blues appunto.

Gershwin definì in prima persona la sua “rhapsody”: “una sorta di multicroma fantasia, un caleidoscopio musicale dell’America, col nostro miscuglio di razze, il nostro incomparabile brio nazionale, i nostri blues, la nostra pazzia metropolitana” e basta ascoltare la sua musica per sentire quanto vera sia questa definizione. In questa musica c’è tutta l’America, con i suoi umori contrastanti, con i rumori delle sue città, con quell'energia e quel senso concreto del fare che la connotano da sempre.


Continua in: Il secondo emendamento




mercoledì 4 gennaio 2017

Controcorrente, Babbo Natale non esiste




..ed è  bene dirlo al più presto ai bambini...








Qualche giorno fa, a Roma un giovane direttore d'orchestra, Giacomo Loprieno, è stato licenziato in tronco dall'organizzazione Dimensione eventi che gli aveva affidato la direzione dell'orchestra "Disney in concert: Frozen".
La sua colpa? avere dichiarato a microfono aperto, dinnanzi a una platea dimezzata dalla fuga verso il parcheggio che "comunque babbo natale non esiste".
Bene. Certo se la poteva risparmiare a giochi fatti e dopo aver sopportato per due ore le urla dei pargoletti scatenati e, soprattutto, dopo aver accettato la direzione di un'orchestra e di un coro dichiaratamente inquadrati in un'operazione commerciale che poco aveva a che fare con la divulgazione della musica "colta" ma molto con il business.
Comunque, in preda presumibilmente ad una crisi di nervi, lo ha fatto e come spesso accade in queste situazioni è venuta fuori la brutale verità: babbo natale non esiste e voi che avete urlato durante tutto il concerto  e i vostri genitori che ancora a dieci anni portano avanti la recita  siete dei coglioni. 
Ma la cosa peggiore della faccenda è costituita dalla reazione dei genitori presenti che hanno minacciato una class action contro il direttore e soprattutto dai frequentatori del web (i webeti) liberi di scrivere quello che vogliono e per carità che continui così, senza tribunali del popolo...
Ai miei tempi (quanto sono vecchio!) non esisteva babbo natale, ma a seconda delle latitudini c'era Gesù bambino o le anime dei morti il due novembre o la befana.
Ma tutti già all'età di cinque anni se non prima, e senza tablet a disposizione per approfondire su wikipedia, sapevamo la verità: intorno alla festa dei morti e di natale proliferavano tante bancarelle piene di giocattoli e di dolci che solo un deficiente poteva non mangiare precocemente la foglia. 
I misteri da coltivare, erano altri per i nostri genitori, a torto o a ragione: il mistero della morte con cui familiarizzare attraverso i doni, portati "idealmente" dai nonni morti, e  le visite al camposanto, il salvatore nato in una grotta (con il tradizionale giro dei presepi), la messa di Natale.
I genitori di adesso, che alimentano ad libitum la favola di babbo natale, che va bene al massimo sino ai tre anni, sono solo deboli, non hanno la capacità di assumersi responsabilità neppure sulla quantità e qualità dei doni e neppure sul giudizio se i figli li abbiano o meno meritato: delegano e fuggono anche a questa piccola responsabilità. Ma cosa penseranno i loro figli, quando, scoperto in genere assai precocemente l'inganno, temeranno a ragione di essere ingannati su altre e ben più importanti faccende?   



mercoledì 21 dicembre 2016

Le retribuzioni degli amministratori locali




    Gli sprechi sono altrove








Ogni tanto si riaccendono a livello locale le trite polemiche sui costi della politica. In genere sono i tardi epigoni del movimento pentastellato a tirar fuori dal cappello la polemica dell'ultim'ora, forse dimenticando di leggere i compensi elargiti dalla giunta non ancora capitolata e per adesso semplicemente capitolina (un nome un destino?) 
Per carità, anche a livello governativo qualcuno voleva impugnare quest'arma populista per far passare modifiche alla Costituzione, diciamo pure un po' poco garantiste... Niente male come argomentazione ragionata di una sinistra moderna.
Ma la questione è di lana caprina sia a livello nazionale che a livello locale. Non conta tanto il quanto viene elargito, ma il come viene ricambiata la collettività. Sicuramente in parlamento molti si guadagnano la loro paghetta, per la verità un po' troppo generosa, ma alcuni (molti?) dimostrandosi dei veri analfabeti istituzionali (indipendentemente dal titolo accademico)  saltabeccano da un gruppo
all'altro perchè tengono famiglia e del loro lavorìo o lavoricchio si potrebbe fare benissimo a meno. Quanto meriterebbe al mese uno che dorme o uno che produce perle di saggezza come il senatore Razzi, noto alle cronache esclusivamente per l'imitazione che ne fa Crozza? 

Sicuramente il suo aspetto migliore la politica lo mostra a livello locale, soprattutto nelle piccole realtà comunali. 
Qui i cittadini possono verificare direttamente se i soldi che i politici prendono, pochi o tanti che siano, siano ben spesi o meno. Possono verificare se il loro sindaco è presente o meno, se gli assessori sono lì per fare le belle statuine o se combinano qualcosa, se i presidenti dei consigli comunali  coordinano, mediano, organizzano e gestiscono effettivamente i consigli, facendoli funzionare o se siano soltanto gli esecutori dei diktat della maggioranza. 
In alcuni realtà, come quello di Abano che è diventato il caso nazionale, molti cittadini in realtà sanno e nascondono la testa sotto la sabbia (conniventi, complici?) per svegliarsi quando fioccano le condanne (quattro anni patteggiati a Luca Claudio!).
Sicuramente, in fatto di retribuzioni, il panorama è assai variegato, perchè fissati gli importi massimi, per altro recentemente ridotti a livello legislativo, ogni amministrazione si comporta come vuole. Le tabelle seguenti cercano di dare un quadro di quanto può succedere e succede nelle diverse realtà. Abbiamo,  nell'ordine:

  1. Quanto è indicato dalla legge come retribuzione massima. 
  2. Un raffronto tra numero di abitanti e retribuzione tra diversi sindaci del milanese.
  3. Una tabella comparativa tra alcuni comuni del padovano.





I sindaci della provincia di Milano


       La situazione in alcuni comuni del padovano:
Note. 

  • Rubano, centro sinistra, Sindaco in aspettativa, in comune a tempo pieno
  • Mestrino, centro destra, sindaco leghista, libero professionista
  • Selvazzano, centro destra
  • San Martino, sindaco leghista, dipendente non in aspettativa. L'amministrazione ha deliberato una sostanziosa autoriduzione dei compensi.
  • Le retribuzioni deliberate dalle giunte comunali devono intendersi al lordo e vanno dimezzate se l'amministratore è un dipendente che ha rinunciato all'aspettativa. I liberi professionisti, invece, prendono l'indennità intera.

domenica 11 dicembre 2016

Controcorrente, pessimismo cosmico



Che fare?








Superata la tempesta in un bicchier d'acqua della consultazione referendaria, bypassato lo scontro tra gli opposti supporter (nonostante qualche coda continui ancora soprattutto in casa PD), rientrata l'angoscia per il pericolo scampato;
superato lo sbigottimento per i mille compagni ed amici soavemente ammaliati dalle sirene del si;   
osservatore distaccato delle mille interpretazioni contraddittorie del dopo 4 dicembre, equamente suddivise tra catastrofisti, retroscenisti, vaffan aventiniani dal sin troppo facile e prevedibile mutamento di linea,  costruttori di ipotetiche future alleanze, ottuagenari redivivi,  pugnalatori pronti alla vendetta, fautori del voto subito e del voto subito però.., habitués  dell'io l'avevo detto, compagni di merende, e gli ormai inevitabili "dàgli all'untore" (cioè ai migranti);
tuttora angosciato dai mille Gorino e san Basilio;
 osservatore, distaccato dopo la prima istintiva e liberatoria esultanza, delle manovre e manovrine locali per il dopo bitonci;
osservatore preoccupato della follia americana, che si divide tra una lady screditata e un simil berlusconi, mi si apre inesorabilmente dinnanzi la voragine del "che fare?".
Ormai troppo tardi anagraficamente per impegnarmi in alcunché di nobilmente velleitario, incrocio le dita confidando  nel rapido raggiungimento dell'entropia, dalla quale l'energia delle forze giovani, che silenziosamente si sono affacciate nelle urne del referendum, possa estrarre nuove forme di aggregazione.  

domenica 27 novembre 2016

La grande musica a Rubano




Messiah, 1


"Ascoltando un’aria di Bach si è portati a scoprire Dio in se stessi, ascoltandone una di Händel ci si guarda intorno per cercare dove Dio possa essere in questo mondo da Lui creato."





Fonte: Storiaevita.blogspot.it



Si apre con il grande concerto del 3 dicembre, l'insieme delle manifestazioni natalizie del comune di Rubano,  che come ogni anno vede impegnati i volontari della solidarietà sociale, quel bene inestimabile che rende unita una comunità, anzi che dà ad un insieme di persone, altrimenti accomunate solo dalla residenza anagrafica, il volto e l'anima della comunità. 



La nostra associazione ha dato alla manifestazione di quest'anno il contributo che le è più proprio, quello di impronta culturale. Così, grazie alla eccezionale opera di formazione e di insegnamento dei maestri Gubert e Zambello, al lavoro gratuito e alla passione dei musicisti del coro e dell'orchestra della Società Musicale, offriamo alla cittadinanza di Rubano questa produzione musicale, segno impareggiabile del Natale che si avvicina. 
Messiah è l'oratorio  händeliano  più conosciuto ed eseguito nel corso dei secoli. Composto in modo febbrile in soli ventiquattro giorni nell'estate del 1741, fu eseguito a Dublino nell'aprile del 1742 in occasione della Pasqua. Da allora conobbe diversi rimaneggiamenti per mano dello stesso Handel, poi di Mozart e di molti esecutori che devono adattarla alle diverse contingenze e ai diversi luoghi.
Messiah è un oratorio particolare, perchè presenta la "storia" in forma narrativa senza l'impianto drammatico tradizionale di quel genere, con personaggi e dialoghi. 
L'oratorio händeliano è invece un susseguirsi di versetti tratti dal Vecchio e dal Nuovo Testamento (Lettere ai Romani, ai Corinzi, agli Ebrei, Apocalisse di Giovanni e, Vangeli di Luca, Giovanni e Matteo).
Il lavoro händeliano è suddiviso in 3 parti di cui la sera del 3 dicembre ascolteremo un'ampia selezione; l'opera completa, infatti, durerebbe più di 3 ore! 
La prima parte tratta della nascita di Cristo e della realizzazione delle antiche profezie che annunciano la venuta del Messia per redimere l’umanità.
La seconda parte medita sul compimento della redenzione dai peccati attraverso la Passione e la Resurrezione di Cristo.
La terza parte, infine, esalta la vittoria finale di Cristo che ha sconfitto la morte. Questa struttura tripartita conferisce a Messiah un carattere in alcuni tratti intimistico e meditativo, in altri solenne e celebrativo. L'oratorio prevede l'impiego di quattro voci soliste  (soprano, alto, tenore e basso) di un'orchestra con oboi, fagotto e trombe accanto ai consueti archi e basso continuo, e di un coro a quattro e cinque parti. 
Ma la storia della genesi di Messiah è molto interessante perchè può illuminare di una  luce nuova un compositore altrimenti conosciuto esclusivamente per il suo lavoro di corte. 

In un pomeriggio d'agosto del 1741, Händel tornato a casa da una camminata lunga e faticosa, e poi vedremo perchè, trovò che un poeta, con il quale aveva già collaborato, Charles Jennens, gli aveva lasciato un manoscritto. Quel libretto citava largamente le Scritture, in particolare le parole di Isaia che predicevano la nascita di Gesù Cristo e ne descrivevano il ministero, la crocifissione e la risurrezione. L’opera doveva essere un oratorio.  Händel lesse con molta apprensione il testo. Nelle prossime pagine vedremo perchè...

domenica 20 novembre 2016

Controcorrente: "Ci vuole talento"


Verso il 4 dicembre: pro o contro Renzi, per convinzione o per paura. La Costituzione in secondo piano.




"Oh! con 3 miliardi di euro in più sulla scuola si è riusciti a far arrabbiare tutti, che secondo me ci vuole un talento straordinario per riuscire con 3 miliardi di euro a far arrabbiare tutti”
Così ha esclamato dalla Gruber il capo del governo, in un raro momento di sincerità. 
Ma non è l'unico campo in cui ha dimostrato il suo talento; lo ha sfoderato al meglio nel dividere in due l'Italia in modo quasi simmetrico sul tema delle riforma costituzionale, che è, o dovrebbe essere, un tema unificante, condiviso dalla più parte.
Si dirà che le divisioni covavano sotto la cenere anche sulla prima parte del testo, che molti dei principi generali, pur condivisi a parole non avevano e non hanno trovato piena applicazione.
Inutile tacere anche che per un ventennio è stata disconosciuta l'origine storica della Costituzione, nata da uno sforzo unitario dopo la Resistenza. Qualcuno esitava a celebrare il 25 aprile e anzi era tentato a spostarlo al 26..., ripiegando poi su una più asettica festa della libertà.
Ma almeno c'era qualcosa di scritto da interpretare e a cui tendere. Ora la revisione attuale, senza sembrare, e questo è il punto più grave, che va ben oltre le modalità di produzione delle leggi, espropria uno dei principi fondamentali della prima parte e cioè la sovranità popolare. (vedi qui) E questo avviene, perché, senza dichiararlo esplicitamente accentra nelle mani del governo sempre maggiori poteri, pur prescindendo dal famigerato e aggravante "combinato disposto" con l'Italicum.
Il "talento" del primo ministro, adesso fa sì che il 4 dicembre si vada a votare pro o contro di lui.
La conoscenza effettiva dei contenuti della riforma nel malandato "corpo" elettorale, mi appare sempre più tendente a zero. Per carità, si tratta di un'analisi del tutto empirica, senza possibilità di riscontri oggettivi, in una parola nasometrica, a fiuto. Ma se si sta a quello che si legge sul web, che si ascolta per strada e talvolta anche nei dibattiti televisivi, i vari pareri sembrano distribuirsi lungo una curva gaussiana, dove gli estremi del SI e del NO (parte bassa della tabella), si distribuiscono simmetricamente sui valori più bassi, mentre le opinioni opposte, salendo verso l'alto, si situano sul picco dei valori. In una parola lo scontro si sta sempre più incancrenendo sul SI o sul NO a Renzi, che proprio non riesce a trattenersi, apparendo più come un giocatore d'azzardo che uno statista.
Lasciare intravvedere scenari apocalittici, del tipo "dopo di me il diluvio" non giova al paese e consolida nella mente dei più avvertiti il sospetto che si tratti semplicemente di un gioco di potere, un desiderio folle di accentrare sul governo tutte le prerogative, scambiando una nazione per un piccolo o medio comune, dove un sindaco federale, eletto  con un sistema ipermaggioritario,  può bastare a far funzionare i servizi essenziali. Ma anche in questi casi,  senza vision prima o poi si combinano danni all'ambiente, al paesaggio, alle finanze pubbliche, al futuro delle comunità, si generano mostri e nei casi limite, ma sempre più frequenti, si genera corruzione.
Pensare che, in scala molto più ampia, tutto questo  possa avvenire sul corpo dello Stato, al di sopra e al di là dei bisogni e delle difficoltà del popolo, porta a immaginare i peggiori scenari.  



domenica 13 novembre 2016

Libri da leggere, 1



Per tirarsi su il morale...
per sapere cose del proprio paese che solo i giornalisti stranieri sanno











Complice un provvidenziale crack del pc, che mi ha sottratto alla quotidiana ora di tempo perso in rete, ho avuto la possibilità di completare la lettura di 3 libretti, che giacevano da qualche settimana.
Il primo, al quale accenno oggi, è stata un'efficace cura contro la negatività che la cronaca, politica e no, ci ha riversato addosso in questi giorni. 

Si sa, talvolta gli italiani all'estero sono guardati con diffidenza e con sottile razzismo molti di noi, quando lavorano, studiano o intraprendono all'estero si sentono dire: "ma non sembri italiano!". Capitava un tempo ai meridionali emigrati al nord (non sembri siciliano!), capita adesso agli immigrati dell'est (non sembri rumeno, parli così bene!), capiterà un giorno anche ai ragazzi del sub Sahara, con qualche difficoltà in quel caso a giustificare la persistente abbronzatura!
Ma i peggiori nemici o denigratori degli italiani sono gli italiani stessi, che spesso disegnano di se stessi e del proprio paese un'immagine ancora peggiore della realtà.
Non così chi viene dall'estero, si stabilizza in Italia, ne conosce la lingua, i vezzi e i malvezzi e vede...quello che noi italiani non riusciamo più a vedere, travolti dal fango mediatico e  retaiolo e, diciamolo pure, dalle reali incertezze per il futuro. Cosa avrebbero dovuto fare i giovani degli anni quaranta e cinquanta: suicidio di massa, emigrazione? Sì,  molti l'hanno fatto, i più coraggiosi in un certo senso; molti altri sono restati e ci hanno consegnato quello che abbiamo adesso, nel bene e nel male (ci voleva coraggio anche per restare,  allora come adesso!) 
Tante cose che per noi passano inosservate non lo sono altrettanto per gli stranieri, che possono fare i confronti con i loro ben più deprimenti anche se organizzatissimi paesi. 
 Maarten van Aaldere, corrispondente di un quotidiano olandese, intervista 25 colleghi da tutto il mondo che vivono e lavorano in Italia. 
Così si scoprono, o si riscoprono, i mille lati positivi del nostro paese: la fantasia, l'immaginazione come arte del tirarsi fuori dai guai, l'ironia e l'autoironia, la convivialità, la solidarietà e il volontariato, il cibo, il vino, il paesaggio minore, l'alta qualità della scuola (sic!), il cinema, l'arte,  Berlinguer, l'on. Flamigni. Persino Renzi qualcuno ci invidia! 

Ma soprattutto ci sorprende l'amore per la lingua italiana, raccontato dal giornalista iraniano Hamid Masoumi Nejad, che la descrive come la lingua della bellezza, una lingua musicale e piacevole da ascoltare (come il farsi, afferma lui) e ci svela il grande interesse dell'oriente per la cultura italiana  non solo per i rapporti commerciali. In Iran è molto studiata: lo sapevate?
In conclusione un libretto da leggere, non una grande opera giornalistica, ma sicuramente una notevole fonte di notizie e curiosità, oltre che un'iniezione di ottimismo. Emblematica la copertina: Icaro che cade, ma cerca di rialzarsi...  

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