venerdì 18 luglio 2014

Eventi a Mestrino

Si apre questa sera ad Arlesega la ormai tradizionale rievocazione medievale. In programma oggi alle 20 il concerto dell'orchestra giovanile della scuola media 
"Azione creativa
e alle 21.30 la "Mestrino Dixieland Jass Band"


giovedì 17 luglio 2014

I rifugiati







Cronache da Padova









Il dramma dei rifugiati, la complessità del problema e le devastanti conseguente che questo fenomeno può avere su chi ne è protagonista e chi lo osserva dall'altra parte del mare forse non può essere compreso sino in fondo se non si hanno contatti con gli esseri umani che ne sono vittime.

Iniziando dall'arrivo, sicuramente nessun salvini comunque travestito aprirebbe bocca se  si trovasse quotidianamente a tirare fuori dal mare centinaia di persone o peggio di cadaveri. 

E quando poi questi fantasmi si materializzano nelle nostre città, perchè a Lampedusa o a Mineo non c'è più posto, basterebbe conoscere qualche parola di inglese o di francese per capire quale sia la molla che li spinge in mare, come e di più che attraverso qualsiasi saggio di economia o di geopolitica.

A me è capitato, attraverso i corsi di italiano messi a disposizione gratuitamente dall'Associazione Storia e Vita di conoscere questi ragazzi, tra cui anche alcuni minori non accompagnati: 5 nigeriani e 3 ghanesi, tutti cattolici e anglofoni, ai quali si sono aggiunti dopo 3 pakistani tutti musulmani e arabofoni.

Per gli africani la storia è comune: fuga dai miliziani di Boko-Haram, pagamento di 5000 euro anticipati ai mercanti locali di carne umana, viaggio avventuroso e condito di indicibili sopraffazioni dall'equatore alla Libia. Sosta di mesi in questo paese senza stato, percorso da bande armate, lavoro e sfruttamento, razzismo contro i neri, tipico degli arabi, altra fuga dalla morte, per trovarsi ad affrontarla nuovamente in mare. 

Si parte con grosse navi, poi si viene trasferiti nei malandati barconi, carichi all'inverosimile, confidando che arrivino gli italiani o i maltesi e che applichino la legge del mare (perchè questo è, prima di tutto, l'operazione Mare Nostrum).

Poi subito in aereo per le varie destinazioni italiane, anche se solo i più sprovveduti si rassegnano a questa soluzione: gli altri, i più svegli o i più ricchi o quelli che hanno già parenti in Europa fuggono immediatamente (così i Siriani, gli Etiopi che parlano un ottimo italiano). Ma qualcuno fugge anche verso la Campania felix, gli indirizzi gli vengono forniti già in partenza, dove, come è noto, si sfugge a qualsiasi controllo, c'è un grande bisogno di manodopera a basso costo e non solo per i pomodori. E se inizia una qualche ribellione degli schiavi, ci pensa la camorra a sedarla con le armi, lasciando poi la popolazione inerme in balia dei raid di vendetta. 

Ma torniamo alla civilissima Padova. Anche qui gli ultimi arrivati devono attendere dai 6 ai 9 mesi, in rigorosa inattività, fatta eccezione per il nostro corso di italiano, per avere la risposta della commissione che darà loro lo status di rifugiato.

Lo stato italiano se la cava con 30 euro al giorno, il resto d'Europa con niente; le favole delle villette con televisione e vista mare sono solo trovate "salvinoidi". La realtà é l'ospitalità delle strutture religiose che mettono santamente a frutto l'esenzione IMU e TASI, i salti mortali delle amministrazioni comunali, il lavoro sottopagato dei cooperanti e il volontariato.

Riguardo al corso di italiano solo un  piccolo aneddoto che aiuta a capire meglio la realtà. Va premesso che la maggior parte dei corsisti non sono molto motivati verso l'italiano, perchè hanno in mente altre destinazioni, in genere nel nord-Europa, e l'inglese, che ingenuamente presuppongono di parlare correttamente, ritengono basti e avanzi.

Quando al gruppo degli africani cattolici si è aggiunta la pattuglia islamista, questa é stata accolta con molta differenza, al limite dell'ostilità.

Gli africani fuggono dagli estremisti islamici, ma poi, parlando in arabo (la loro lingua comune, imparata in Libia durante i mesi di attesa) hanno capito che anche i pakistani, oltre che dalla povertà, fuggono dagli stessi pericoli e dalle stesse efferatezze: superata immediatamente ogni ostilità e ogni diffidenza.

Per aiutare a capire ancora di più le pulsioni che spingono alla fuga, basta conoscere la risposta alla domanda "perchè sei scappato"?  Questi giovani uomini rispondono tutti: "perchè nel mio paese non c'è libertà!"
 Chi, a vent'anni, al loro posto non farebbe lo stesso?









martedì 15 luglio 2014

parole di scuola, I come insegnante













A come analfabeta; B come banco; C come collegio docenti, consiglio d'istituto, continuità; D come dirigenteE come etica, empatia, esami; F come finanziamenti; G come genitori; H come handicap;  I come insegnante, le tre I; L come LIM; M come media;  
 N come numero; O come opportunità; P come professore, P come presideQ come qualità; R come ripetente; S come semi; T come terremoto; U come unico; V come valigia; Z come zaino, zerbino.

Difficile diventare maestri di vita in un'epoca in cui si diventa insegnanti a tutti gli effetti a quarant'anni o più, quindi per cercare questa categoria bisogna andare indietro ai tempi in cui a meno di vent'anni venivi catapultato in una scuola in grande evoluzione, sia nei numeri che nei metodi, cioè agli anni settanta. 

Quindi mi viene alla mente una mitica maestra, amata da chi ne comprendeva i metodi, detestata da chi anelava alla "grammatica" e alla ripetitività. Maestra di generazioni, innovatrice sino all'ultimo suo giorno di scuola, autrice di testi di didattica, ma  modesta con i colleghi che tuttavia ne temevano il confronto. Disponibile con i genitori, ma mai prona ad ogni loro fantasiosa richiesta.
Mi viene in mente poi quell'insegnante di musica, che ha fatto prima conoscere e poi amare la musica a generazioni di studenti, fornendo loro anche qualcosa in più: la capacità di essere leali e l'amore per la vita nonostante le difficoltà.

Chi li conosce non farà fatica a individuarli, altri li identificheranno in altre persone, diverse da quelle che ho in mente io, ma questo sarà un ulteriore segno che nella scuola, in generale, operano persone di grande qualità, mimetizzate nel grande esercito di persone serie, che portano avanti dignitosamente il lavoro di ogni giorno.
Al loro fianco, purtroppo,  anche quelli, piccola minoranza,  che con la loro sola presenza danneggiano gli alunni, le famiglie e i colleghi stessi che fanno fino in fondo tutto quello che possono fare.

Tutto bene quindi nella scuola? Per niente, perchè se guardiamo ai veri "maestri di vita" sembra che si faccia di tutto per zittirli o isolarli, se guardiamo alla grande massa degli ottimi e instancabili lavoratori, sembra che si faccia di tutto per impoverirli sia materialmente che nella considerazione sociale, se guardiamo all'ultima categoria, quella degli inadatti e dei fannulloni, non esiste nessuno strumento serio, in mano ai dirigenti, ai colleghi e ai genitori, in grado di allontanarli o di attenuarne gli effetti deleteri.

Si apre quindi un grande scommessa per la scuola futura: sin qui, da destra e da sinistra, si sono solo operati tagli lineari, adesso si parla di rilancio, ma la partenza é sicuramente sbagliata.
Propagandi (adesso do del tu al presidente, se non lo avete capito) le 36 ore settimanali per gente che nella maggior parte dei casi ne fa anche di più, ma in modo sommerso; bene facciamole emergere, ma dove si trovano i locali, le attrezzature, i fondi? e poi diciamolo pure senza ipocrisie: quante insegnanti madri baratterebbero il loro unico privilegio (quello di poter lavorare a casa, anche nottetempo) con un orario d'ufficio? quanti doppiolavoristi uomini e donne accetterebbero un piccolo simbolico aumento di stipendio, lasciando palestre e studi professionali ben più remunerativi?
E' vero che siamo nell'era dei grandi proclami, ma questo, caro presidente,  si scontrerà con la realtà, prima ancora di quelli contro le politiche della Merckel..   

domenica 13 luglio 2014

Domenica triste








Per due giorni ho staccato  la presa dal web, complice un viaggio, ma soprattutto la vacuità delle cose passate dai media, in particolare quelli italiani, in confronto alle tragedie che si stanno vivendo in luoghi da noi non tanto lontani. 

Cosa contano i porcellum, gli italicum, i senatori nominati, le fughe di Bitonci dalla stampa, le lotte intestine ai 5 stelle o i dissidenti silenziosi del PD rispetto alla distruzione di due popoli in medio oriente.

Sì, due popoli: quello palestinese, con le bombe e la perdita della dignità, quello israeliano, con la perdita della speranza, degli ideali, gettato nel fango e nella vergogna dalla destra integralista che lo governa,  che ne ha fatto, come sostiene Grossman  un paese ostaggio della disperazione.

Non una parola dai politici italiani, neppure da chi tiene molto alla poltrona di alto rappresentante per l apolitica europea: dopo il gesto coraggioso del papa, tra i politici è rimasto solo Vendola a denunciare la tragedia del medio-oriente.

La domenica, però, per questo blog, è il momento della leggerezza, della musica od  altro. Difficile conciliare l'inconciliabile, se non con la "West-Eastern Divan Orchestra" l'orchestra arabo israeliana diretta da Daniel Barenboim, che esegue l'inno alla gioia di Beethoven, sì proprio quello al quale gli estremisti di Farage hanno voltato le spalle..




venerdì 11 luglio 2014

Il cinema estivo a Rubano

Con una modica spesa chi li ha persi può vedere 4  film della passata stagione, interessanti senza essere pesanti.  



giovedì 10 luglio 2014

Parole di scuola, P come Preside





A come analfabeta; B come banco; C come collegio docenti, consiglio d'istituto, continuità;  D come DirigenteE come etica, empatia, esami; F come finanziamenti; G come genitori; H come handicap; I come insegnante, le tre I; L come LIM; M come media;  
 N come numero; O come opportunità; P come professore, presideQ come qualità; R come ripetente; S come semi; T come terremoto; U come unico; V come valigia; Z come zaino, zerbino.


Renato Composto, filosofo e storico del Risorgimento siciliano fu preside del liceo Umberto di Palermo dal 1964 al 1969, in un'epoca in cui la presidenza era affidata a uomini di cultura e chi ne sopportava il carico non era un manager, né un dirigente, ma un  primus inter pares. Si occupava, quindi di cultura, di alunni, di programmi, di livello degli apprendimenti; scarsissimi i contatti con i genitori, un particolare tutto a vantaggio della sua qualità della vita..

Quello di Composto fu un tempo in cui si consumò in modo molto acuto il contrasto generazionale e politico, praticamente tra ventenni e quarantenni. Non ci fu alcun Telemaco allora, ma solo tanti piccoli Edipo, che però anche adesso a sessanta e più anni ancora non mollano..  

Renato Composto viene dipinto dagli studiosi suoi successori come un uomo illuminato, aperto alle innovazioni culturali, nè liberale, nè marxista, ma semplicemente legato alla severità e scientificità degli studi e a un ordine che non poteva sopportare di vedere incrinato.

Difficile epoca quella della su presidenza; già nel 1967 assistette pietrificato da dietro la vetrata della sua presidenza alla prima vera e propria contestazione studentesca, realizzata in modo ancora un pò goliardico, irriverente, ma non violento, dagli studenti di allora, guidati da un personaggio che diventerà famoso nel suo campo.

Va raccontato però un antefatto: nella scuola delle eccellenze (da li passarono Guttuso, Falcone, La Pira, Vivona, Guido Lo Forte, Franco Salvo, Pietro Mazzamuto) alle ragazze, che ancora portavano il grembiule, non era concesso di uscire dalla scuola durante l'intervallo, mentre i compagni maschi potevano arrivare sino alle friggitorie o ai bar vicini per fare colazione.

Ed ecco che nella primavera del 67  si materializza la protesta: i maschi si autoconsegnano e sfilano come galeotti sotto le finestre del Preside, che guarda incredulo. 

I galeotti sono guidati dal pluriripetente Gigi Burruano, che li sferza con un finto scudiscio. Dopo le terribili reprimende del mitico prof. Gallo (illustre latinista che già aveva stigmatizzato la pochezza morale della famiglia Burruano, rea di essersi presentata ad una trasmissione televisiva con M. Buongiorno), per Gigi arriva l'inevitabile ennesima sospensione e le ragazze sino alla fine dell'anno continuano a restare in aula.

Seguono due anni di lotte politiche molto più calde, le occupazioni,  la messa in discussione totale dell'autorità, di tutte le autorità, inclusa quella del Preside. Renato Composto non resiste a tutto questo e a soli 55 anni lascia definitivamente la scuola.

Coerenza o abdicazione? 


mercoledì 9 luglio 2014

Un militante al Manifesto


Dal mio osservatorio marino non posso che continuare a guardare con interesse agli abitanti dell' ISOLA. Quello che presento oggi é un interessante parere che dà la misura di quello che ribolle nelle menti e nel cuore della sinistra, di quello che si può teoricamente fare, delle aspirazioni velleitarie  e delle difficoltà quotidiane. Serve però un cambio di passo, l'abbandono di visioni, di abitudini o di cattive abitudini del novecento. Guardo ancora con interesse a SEL, ma anche alla Democrazia in Movimento  (DIM), a Italia Lavori in corso, all' eterno indeciso, alle "energie vive" del PD, a tutti i giovani che credono a un futuro diverso dalla realtà virtuale della rete..

La mente ha bisogno di  darsi una ragione, ma si scrive con il cuore infranto. Ho sempre vissuto la politica, prima in fabbrica, poi nel sindacato e nel partito, come il punto d’incontro tra il mondo da cambiare e le persone che interpretano questo bisogno che le muove. Per questo dico subito, senza reticenza, che questi sono giorni tra i più amari e dolorosi che possano capitare a chi come me coltiva questa idea di politica. E’ un sentimento molto personale, soggettivo, ma che so al tempo stesso diffuso in quella comunità ricca e originale, ben al di là della propria reale dimensione e forza, che è da alcuni anni in Italia Sinistra Ecologia Libertà.
Non può capirlo, non può sentirlo, chi pensa la politica con la logica esclusiva e divorante del potere, con l’alchimia di Palazzo che ha nell’organigramma il suo unico valore. E’ anche per questo che noi rappresentiamo il senso di un’altra politica e oggi che ancora una volta essa marca una divisione, ognuno di noi sente di essere diviso prima di tutto in sé stesso, al punto di avvertire il peso di una sconfitta che lo riguarda. Da questo stato d’animo cerco di ripartire nell’unico modo che conosco: il rispetto autentico delle scelte compiute da ciascuno e il primato della politica come bussola che orienta il cammino da compiere da qui in poi. L’ago della mia bussola si orienta sul punto cardinale di una nuova sinistra da costruire in Italia. L’impresa è delle più difficili e il suo esito tutto in salita.
Decenni di cultura liberista, incentrata sulla decomposizione del modello sociale europeo e sull’egemonia di un senso comune che subordina ogni diritto, individuale e sociale, alla logica indiscriminata del profitto, trasforma questa sfida in una scommessa incerta. D’altra parte l’intera sinistra in Europa ha messo del suo, tra il riformismo subalterno delle terze vie e il radicalismo minoritario, per consegnare alla destra le chiavi del governo dei processi di cambiamento in corso nel cuore della lunga crisi. Una nuova sinistra non è la chimera di un sogno del passato che non torna. E’ quella soggettività politica che, in nome dell’equità sociale, della conversione ecologica e dei diritti dell’individuo, assomma in sé una funzione nazionale (nel senso esteso di europea), un’autonomia politica e una cultura di governo. Se c’è questo, se si ha in mente questo e lo si pratica, il primo dei nostri nodi da sciogliere non è mai lo schieramento, il chi sta con chi, ma la qualità del progetto di società che si persegue.
Questo è il terreno della sfida, in Italia, a Renzi, alla sua politica, al suo partito, al suo governo. Ha suscitato, con capacità e abilità, delle aspettative, ed è stato premiato. Non possiamo essere né così immaturi da sperare che fallisca, né così subalterni da confondere un annuncio con il cambiamento. Tutto è aperto, a cominciare dal semestre di guida italiana in Europa. Ed è nostro interesse, come sinistra che vive della cultura di governo, che non accada qui ciò che in meno di due anni è toccato in Francia con il cortocircuito di Hollande, che ha aperto la strada di un grande paese alla destra xenofoba. Per questo dico, contro ogni logica di schieramento schiacciata sul PD come su improponibili costituenti ritagliate sulla lista Tsipras, diventiamo noi protagonisti, subito, della costruzione di un campo di confronto aperto sulle culture politiche, sull’agenda del governo, sull’iniziativa politica parlamentare e nel paese. Un campo che dica cosa dovrà essere il nuovo centrosinistra che occorre ricostruire, quale il suo progetto di società, alternativo a questo stato di cose come ai governi di larghe intese. E chi incontro in questo campo se non quelle energie vive dello stesso PD, del Movimento 5 Stelle, della sinistra che sente come propria la sfida del governo?
Qui è, per me, non da oggi, la funzione di Sel, la sua stessa natura. Così l’abbiamo pensata a Firenze fondandola, con una scelta che ci ha tutti riguardato, chi ora è qui come chi compie l’atto di un distacco. E così è adesso, pur di fronte ad una frattura (meglio, una ferita che tutti insieme dovevamo e potevamo risparmiare a noi stessi, a partire dalla modalità con cui si è compiuta), per il semplice fatto che quel processo di una sinistra autonoma essenziale nel dare vita ad un centrosinistra che governi il Paese in alternativa alla destra, è aperto ed inconcluso. Renzi, da solo, malgrado il consenso inedito, non riuscirà a spostarsi su questo terreno. Non è una questione di numeri, né di dare agli italiani il partito della nazione, entrandone a far parte o agendo da supporto nei dintorni, per quanto si possa essere animati dal senso di responsabilità verso le tristi sorti del Paese. C’è una qualità della politica da cui bisogna ripartire. Essa riguarda certamente anche noi, il coraggio, l’assunzione di responsabilità e l’efficacia dei nostri gruppi dirigenti, questione che mai come ora si pone. E’ per questa sinistra che sento ancora di lottare. Cuore e mente insieme.
Francesco Ferrara

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 21 giugno 2014

martedì 8 luglio 2014

Musica a Mestrino

Concerto  della 
Società filarmonica di Mestrino



L'attività della Filarmonica di Mestrino si protrae ormai da più di un secolo e attualmente vede impegnati numerosi ragazzi, di Mestrino e no, nei corsi di sax, clarinetto, tromba e batteria, mentre un gruppo di adulti si cimenta con il dixieland, promuovendone lo stile in numerosi concerti a Padova e provincia.

Il Gruppo Stay in touch è la sezione di musica d'insieme della Filarmonica di Mestrino, formata prevalentemente degli allievi, supportati da musicisti "storici". E' proprio questo gruppo che si esibirà Venerdì sera in Piazza Municipio.

Programma a sorpresa e sicuramente scintillante...

L'organico è composto da batteristi (Giacomo Toffanin, Emanuele Valentini, Nicolò Businaro, Riccardo Callegarin), da strumentisti a fiato (Elena Rampazzo, Lorenzo Padovan, Ciprian Hazi, Eduard Tampu, Eduardo Pane, Enrico Beggiato, Giacomo Moro, Sergio Sivilia, Luciano Canton, Diego Bissacco, Mariano Zin), alla tastiera Sandro Rigato, al basso Giorgio Gazziero; partecipano anche i maestri Ivan Trevisan ed Emanuela Donataccio. 


lunedì 7 luglio 2014

Bitonci alla crociata, 3





Un'altra Padova
esiste!






Anche Michele Serra si è occupato di Padova e dei misfatti Bitonciani nell'amaca del 5 luglio scorso, dove in modo sintetico e sferzante ha messo alla berlina il cattolicesimo peloso del neo crociato.
Oggi pubblichiamo una lettera del prof. Giuseppe Mosconi, che sulla scia dell'intervento di Luigi Ficarra, aggiunge altri argomenti di riflessione.
Precedenti interventi:
dal battesimo padano alla crociata pro-crocefisso

un parere giuridico



La croce e le crociate

C’è un evidente contrasto che caratterizza i primi interventi della nuova giunta e del suo sindaco, le parole d’ordine e le prospettive che li caratterizzano. Da un lato si promette guerra agli “accattoni”, si chiudono le porte ai migranti e ai rifugiati, si negano spazi alle altre religioni; dall’altro si intende imporre il crocefisso nelle scuole e negli edifici pubblici. 

Che la postmodernità porti all’accostamento più improbabile ed estemporaneo di elementi distonici e contrastanti, assemblati casualmente all’insegna dell’abbandono di ogni ideologia e all’uso strumentale e pragmatico della comunicazione politica, per quanto permeata di simboli, è realtà troppo nota ed evidente, per meritare in questa sede un approfondimento. 

Ma qui siamo di fronte a qualcos’altro. Ciò che accomuna i diversi e apparentemente contrastanti provvedimenti è l’evocazione e l’uso strumentale dei luoghi comuni, l’appello deliberato agli atteggiamenti più istintivi e viscerali che permeano certe aree dell’opinione pubblica, lì dove il disagio materiale, il disorientamento rispetto alla crisi attuale, cercano una rassicurazione nella riaffermazione dell’identità e del senso di appartenenza messi in crisi dai mutamenti in corso, nella tradizione, nell’atavismo del conformismo condiviso.

 La riaffermazione della necessità del crocifisso significa così semplicemente questo: distinguersi dagli “altri”, dai soggetti sgradevoli, petulanti, pericolosi, dagli stranieri e dagli infedeli. Esattamente l’opposto rispetto al messaggio di fratellanza, di solidarietà, di amore verso gli esseri umani che costituisce l’essenza del discorso evangelico.

 In nome di ciò non si esitano a disconoscere le leggi vigenti, come puntualmente e ineccepibilmente  ha messo in luce l’avv. Ficarra, né a stravolgere lo sviluppo degli orientamenti religiosi in ambito cristiano, all’insegna dell’apertura, del rispetto della diversità, del dialogo interreligioso, della fede come ricerca personale, come ben ha messo in luce don Albino Bizzotto. Così quell’uomo “vestito di sabbia e divento”, quel Dio più povero tra i poveri, che perde tutto, la sua stessa vita, annientato da una sofferenza estrema, diventa l’arma impugnata contro la povertà, da diversità, la stessa umanità, all’insegna di un’improbabile nuova crociata di respingimento e di chiusura.

Non si rende probabilmente conto, il nuovo sindaco, che quell’oggetto di plastica e legno, forzosamente apposto alle pareti degli ambienti in cui si educa e si amministra, a mo’ di arredo convenzionale, produce esattamente l’effetto opposto del messaggio che gli sarebbe proprio: il ritualismo dell’adesione alla banalità conformista, l’adesione puramente formale ai segni esteriori della religione, l’indifferenza verso il messaggio cristiano e la ricerca della propria spiritualità, l’assunzione della tradizione come semplice segno della normalità condivisa.

 O forse è proprio ciò che si vuole, per radicalizzare e stabilizzare il consenso, ed espungere ogni potenzialità di sostanziale cambiamento anche politico che il messaggio cristiano da tempo, in vari modi e con diversi linguaggi promuove.

 Il nuovo sindaco deve sapere che si è insediato in una città permeata di cultura, di libertà, di solidarietà, di sensibilità artistica, di bisogno di conoscenza e di ricerca, di attitudine all’accoglienza, ma anche di conflitti e di tensioni non facilmente gestibili e stabilizzabili. 

Avrà comunque presente che quella vasta area di astensionismo, demotivata da una sinistra pietrosa, sviluppista e sicuritaria, che gli ha regalato la vittoria, fa parte del tessuto vivo della città, proiettata comunque in un bisogno sostanziale di cambiamento, che la regressione verso i  più logori tradizionalismi non potrà arginare.

Giuseppe Mosconi
Ordinario di Sociologia del Diritto

domenica 6 luglio 2014

Buona domenica



IMMUNITA' o IMPUNITA' PARLAMENTARE 





L'immunità parlamentare é una cosa seria, prevista originariamente dalla Costituzione, attenuata con la riforma del 1993 e ulteriormente modificata nel 2003, é tornata in discussione in questi giorni a proposito di senato non elettivo. Da una parte problemi seri di legittimità costituzionale e soprattutto di pesi e contrappesi tra istituzioni,  dall'altra semplificazioni populistiche da bar, che hanno coinvolto anche il mitico, ma talvolta impreparato Travaglio.

Resta fuori dubbio che spesso il parlamento, con i  voti "di scambio" ha abusato delle sue prerogative, anche se recentemente sembra essersi ravveduto, "obtorto collo".

Ma è tutto l'impianto renziano che tende a minare il sistema dei contrappesi a vantaggio di un presunto efficientismo giovanil-velocistico. E' solo di qualche giorno fa l'affermazione renziana: "rimedieremo al senato"; e se il senato non ci fosse?

Ma oggi è domenica, meglio riderci su con Neri Marco Re e Luca Barbarossa, che hanno inventato questa gag in tempi assolutamente non sospetti (il 2011), quando l'immunità o impunità era un chiodo fisso del "Caimano".





La ricetta della domenica, 5



Cozze ripiene

ricetta pugliese










Ingredienti: 

Cozze 1,5 kg , pecorino grattugiato 80 g, pan grattato 60 g,  prezzemolo qb,  pomodori 300 g, aglio 1  spicchio.

Olio extravergine di oliva, sale e pepe qb


Preparazione:

Pulite molto attentamente e delicatamente sotto acqua corrente le cozze; apritele a crudo con la punta di un coltello e lasciatele nelle loro valve.
A parte unite il formaggio grattugiato e il pan grattato, mescolando con  un po' d'olio extravergine d'oliva: con questo ripieno farcite le cozze, che devono essere chiuse strettamente con un filo di cotone arrotolato ripetutamente intorno alle valve e poi fissato tra di esse. Questa manovra é importante per non perdere la farcitura durante la cottura. 

Mettete sul fuoco un largo tegame di coccio e, dopo aver versato l'olio, preparate una salsa con i pomodori a pezzetti, insaporiti dall'aglio, dal prezzemolo e dal pepe. Quando il preparato è pronto, senza togliere dal fuoco, mettete nel tegame le cozze, dopo averle cosparse con un cucchiaino di salsa. Continuate a far bollire a fuoco lento, ricoprendo sempre le cozze con altra salsa presa dal fondo di cottura.
Fate cuocere finché ritenete opportuno: la cottura delle cozze può variare in base alla loro qualità e grandezza.

sabato 5 luglio 2014

festa provinciale di SEL


SEL ALLA GOLENA SAN MASSIMO




Questa sera nella intrigante cornice
della Golena san Massimo penultima serata della festa Tsinistra di SEL con la BANDA BASSOTTI





Parole di scuola; D come dirigente




A come analfabeta; B come banco; C come collegio docenti, consiglio d'istituto, continuità; D come dirigenteE come etica, empatia, esami; F come finanziamenti; G come genitori; H come handicap; I come insegnante, le tre I; L come LIM; M come media;  
 N come numero; O come opportunità; P come professore, preside; Q come qualità; R come ripetente; S come semi; T come terremoto; U come unico; V come valigia; Z come zaino, zerbino.





D come dirigente


E' la specie scolastica che conosco meglio, avendone fatto parte per 14 anni della mia carriera di 27 anni da preside. Non é un gioco di parole: solo nel 1999, con l'attribuzione dell'autonomia alle scuole, i presidi e direttori didattici sono diventati Dirigenti. 
Qualcuno si é montato la testa, altri hanno continuato come prima, cioè da presidi con alcune responsabilità in più, altri non si sono considerati  all'altezza per una naturale refrattarietà all'informatica e se ne sono andati, per fortuna.

Con gli ultimi due corsi-concorsi sono stati paracadutati nelle scuole i nuovi dirigenti che non avevano vissuto l'esperienza da presidi o direttori, con conseguenze tragi-comiche, che vedremo.

La fauna dirigenziale, comunque, é molto variegata, comprende numerose sottospecie, sia per i differenti approdi professionali, sia per la molteplicità dei caratteri individuali e dei tic personali, come in ogni lavoro (solo che qui si rischia di fare danni grossi..).

Alcuni esempi di sottospecie particolari:

  • i diffidenti: quelli che aprono la posta, cartacea o elettronica, personalmente, se ne fanno una copia, che conservano diligentemente nel proprio archivio personale e poi la passano in segreteria. In una della scuole che ho frequentato da dirigente ho trovato un doppio archivio da smaltire con un camioncino del comune.. In genere i diffidenti, prima o poi arrivano a comunicare con gli uffici interni e con gli insegnanti con scritti debitamente protocollati..
  • i legalisti ad ogni costo: ossessionati dalla norma, soprattutto quelle della 626 (terrore stimolato ad arte dai professionisti della sicurezza), dal codicillo, dall'insidia nascosta nelle circolari, restii ad assumersi qualsivoglia responsabilità, studiano la norma, che recitano quasi a memoria, brutte copie delle pagliette napoletane, indipendentemente dalla latitudine; ne ho conosciuto uno che arrivava in ufficio ogni mattina, trascinando un baule su ruote, da cui sfuggivano carte e circolari..

giovedì 3 luglio 2014

Rom e rumeni, rom e italiani



Pregiudizi e realtà








L'immaginario collettivo, pungolato ad arte da tutti quelli che mestano  
nel torbido per lucrare consensi elettorali (e a Padova di recente se ne trova un tristissimo esempio) ha dei Rom un'immagine stereotipata: ladri, sfruttatori di bambini, sporchi, incapaci di qualsiasi interazione con la popolazione residente, sempre in movimento e soprattutto stranieri. L'ultima grossolana semplificazione, dovuta a un equivoco lessicale, é l'equazione ROM= Rumeno.

Non provate a dire quest'ultima cosa a un rumeno! in questo si mostrerà più razzista degli italiani e aggiungerà che in Italia  c'è  troppa  accondiscendenza e loro in Romania sapevano bene come fare!

  In realtà i rom dello stereotipo descritto (gli zingari) sopra sono al massimo un quinto di quelli realmente presenti in Italia, la maggior parte dei quali ha cittadinanza italiana, é diffusa in ogni regione ed ha origini, vicine o lontane, spesso molto diversificate.

In tutte le regioni ci sono i giostrai di origine Sinta che viaggiano
ovunque continuamente; chi conosce la realtà delle scuole sa che quando c'é  la sagra del paese, con le giostre arrivano a scuola anche 4-5 ragazzini con il loro quadernetto dove sono segnate tutte le tappe del loro peregrinare. Inutile dire che questa scelta di vita, fatta un pò per tradizione e un pò per necessità (meglio questo che andare a rubare!) crea degli studenti non proprio modello, anzi per la verità dei futuri residui analfabeti. Solo i più svegli di loro emergono da questa giungla di spostamenti, gli altri soccombono: facile prevedere che per una minoranza (concetto difficile da far capire a chi é prevenuto) all'isolamento familiare e culturale si accompagna spesso la devianza sociale.

Ma ci sono anche Sinti semi-sedentari che abitano in Piemonte, Lombardia, Veneto, Alto Adige e Tirolo, Emilia e Marche e fanno solo piccole fiere o non hanno alcun mestiere.

Dei proprietari di circo di origine Rom, che hanno fatto fortuna al pari di altri  rom e sinti famosi , tutti conoscono i nomi.

I  Romje dell’Italia meridionale (Puglia, Basilicata, Calabria, Campania) abitano nelle case, vestono e parlano come la gente dei paesi nei quali vivono. Abitano in casa anche i Rom abruzzesi, ma vestono ancora i loro costumi tradizionali e non cercano affatto di nascondere la propria identità, della quale si mostrano anzi orgogliosi.

I Rom calderai, quelli che ancora viaggiano molto, fanno grandi feste e sono fieri delle loro usanze, sono discendenti dei Rom che furono schiavi nei paesi dell’Est europeo fino al 1850. Loro si avvicinano parecchio allo stereotipo del ROM.

Nell’Italia settentrionale e, in minor numero centrale, ci sono gruppi di Romora che sono venuti dall’Istria, dalla Croazia e dalla Slovenia durante la seconda guerra mondiale. Internati nei campi profughi in particolare di Padova e Tossicia vicino a Teramo, hanno optato per la cittadinanza italiana alla fine della seconda guerra mondiale. Ora sono abbastanza sedentari in case o terreni di proprietà (ne troviamo anche a Padova dietro l'aeroporto o a Brusegana), in campi sosta attrezzati o in luoghi dove la sosta è tollerata.

E veniamo così all'ultima ondata migratoria degli anni ottanta-novanta: i Romà  di Serbia, Bosnia, Montenegro, Macedonia, Kossovo che fuggono dalle guerre della ex-Jugoslavia.
In Italia c’è stata una forte resistenza a riconoscere l’attributo di profughi ai rom di tutti questi gruppi, non in quanto cittadini dell'ex Iugoslavia, ma in quanto Rom.

Ai primi anni 90, in coincidenza con la caduta del muro e dei regimi comunisti, arrivano in Italia i primi gruppi  di Rom provenienti dalla Romania da una situazione di povertà ed emarginazione talmente forte da far tentare loro il riconoscimento dello status di profughi o di rifugiati.
Ma non c'é stato nulla da fare: le maglie della legge Bossi-Fini sono troppo strette, considerando gli immigrati come forza lavoro e rendendo difficili i ricongiungimenti familiari (cosa essenziale per una popolazione che ha il suo punto di forza nella famiglia). 

Bosniaci, Kossovari e Rumeni sono quindi gli unici a non avere la cittadinanza italiana e formano le sacche di emarginazione più spinta, sicuramente terreno fertile per il reclutamento della manovalanza delinquenziale.

Nei decenni precedenti erano venuti in Italia anche altri gruppi meno numerosi, come i Kaolie, chiamati anche arabi o tripolini, o i Rumuni, venditori di rose, che non parlano una lingua romani.

Rom e Sinti, secondo il loro modo di far cultura, hanno assunto la religione del paese in cui vivono.

In Italia vivono Sinti e Rom cristiani - cattolici che hanno espresso anche i propri ministri di culto, ortodossi, pentecostali - e Rom musulmani, secondo il paese di provenienza.
Alcuni musulmani appartengono al gruppo dei dervisci, che organizzano in proprio sia i momenti di preghiera che il luogo di culto.
Nell’ultimo ventennio si è imposto, in ambienti prima cattolici, il movimento evangelico pentecostale zigano, portato in Italia da predicatori zigani francesi e diffuso poi attraverso pastori zigani locali.

In conclusione una comunità viva, eterogenea, che si evolve come le altre, ma ancora troppo emarginata  per miopia politica, e per pregiudizi che non fanno altro che perpetuarne gli aspetti più negativi e pericolosi per la società. 


Informazioni

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001. Parte delle immagini, loghi, contributi audio o video e testi usati in questo blog viene dalla Rete e i diritti d'autore appartengono ai rispettivi proprietari. Il blog non è responsabile dei commenti inseriti dagli utenti e lettori occasionali.