domenica 28 agosto 2016

La scuola nel caos


Avvio accidentato dell'anno scolastico, tra ritardi, contenzioso e sovrapporsi di norme. 





Alla data di oggi, in tutta onestà, non è possibile intravvedere un avvio regolare dell'anno scolastico non solo nelle zone terremotate, ma in tutta l'Italia. 
Vediamo perchè. 
Per ottenere che  tutte le classi abbiano i propri insegnanti, all'inizio delle lezioni, bisogna effettuare alcune  operazioni preliminari. Eccone alcune, necessariamente semplificando: 
  • determinazione dell'organico di diritto (cioè quanti posti possono essere assegnati di ruolo in ogni scuola);
  • trasferimenti di docenti e personale ATA;
  • determinazione dell'organico di fatto (cioè i posti effettivamente disponibili, dopo aver formato le classi, stabiliti gli afflussi reali ai vari indirizzi e determinato con certezza il numero degli studenti effettivamente frequentanti);
  • utilizzazioni e assegnazioni provvisorie (docenti che devono essere spostati per sopravvenute motivazioni familiari o per mancanza di posti nel loro ruolo);
  • nomine in ruolo dei vincitori di concorso;
  • nomina dei supplenti sui posti residui.

Tutta questa complessa sequenza, alla data odierna, è ferma alla determinazione dell'organico di diritto e alle prime fasi dei trasferimenti, cioè quelle dei "vecchi" docenti. Le fasi successive (assegnazione agli ambiti territoriali, assegnazione delle sedi ai docenti immessi in ruolo l'anno scorso) sono state realizzate solo in parte e hanno dato origine non solo a proteste di piazza, ma anche ad un contenzioso che si può immaginare senza fine e senza soddisfazione di nessuna delle parti. Penso anche agli studenti che si troveranno davanti a docenti rancorosi e insoddisfatti.
Tutti hanno potuto leggere sulla stampa dell'algoritmo impazzito che sposta da sud a nord (e qua si potrebbe anche capire) ma anche da nord a sud (e qua si capisce un po' meno..) pur in presenza di posti esistenti nelle zone di origine degli aspiranti.
Ma il bello deve ancora venire. L'ultima complicazione è quella della scelta dei docenti da parte dei dirigenti che li andranno a "pescare" dai cosiddetti ambiti territoriali dove sono stati collocati non solo i nuovi docenti ma anche i "vecchi" trasferitisi da altra provincia. Fioriscono i bandi in questi giorni, fioriscono le perle burocratiche, fioriscono gli abusi, come quello del bando che prevedeva una presentazione filmata ("non a mezzo busto") o dell'altro che chiedeva lo svolgimento di una "lezione frontale". Sorvoliamo poi sui bandi tanto dettagliati e formalmente perfetti, che disegnano, però, il profilo di un solo possibile concorrente ovviamente già individuato. 
Un'operazione dissennata, che non avrei mai affidato a certi miei ex colleghi e che non avrei desiderato neanche per me. Come per me non avrei desiderato l'assegnazione del premio ai "docenti migliori",  fonte esclusiva di malcontento e preludio al disinteresse e al disimpegno generalizzati. Incentivi economici, no grazie! 
Inutile in questi mesi il sacrificio degli uffici amministrativi e dei dirigenti scolastici che non hanno avuto ferie: il meccanismo si è inceppato a causa del prevedibile collidere tra le norme vecchie e quelle nuove non armonizzate con le prime. Ma forse qualche buontempone del ministero tutto questo l'aveva previsto e adesso sta assistendo, sornione, alla realizzazione della tempesta perfetta da lui stesso creata.
Il sistema scolastico, caro Presidente, va maneggiato con cura, proprio come la Costituzione. Ben lo sapeva il ministro Berlinguer, quando si accingeva a riformare il sistema scolastico dalle fondamenta, introducendo gradualmente l'autonomia e ristrutturando i cicli scolastici. 

Perchè i ministri passano, la scuola resta... I governi passano, la Costituzione resta...

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sabato 27 agosto 2016

Controcorrente: sciacalli






Una lunga lista







Dai tempi della tragedia di Vermicino del 1981 (vedi qui), è stata una continua deriva. La comunicazione giornalistica e radio televisiva ha subito una progressiva involuzione, superando ogni limite del dovere di cronaca e lanciandosi pericolosamente sul terreno della morbosità, della spettacolarizzazione e del cattivo gusto. La vignetta del titolo spiega in modo eloquente a cosa mi riferisco. 
Dopo gli avanguardisti dello spettacolo (i cronisti-intervistatori sul campo, che si atteggiano a  giornalisti di guerra sul fronte siriano), arrivano le grandi firme, anzi probabilmente non arrivano perchè scrivono da casa le loro banalità. Tra essi si distingue, more solito, il Feltri di Libero, che maramaldameggia sugli immigrati.  Ma anche Vespa si difende bene, inneggiando al terremoto come volano della ripresa. Che sa da fa' pe' campà..
Solo un articolo è degno di essere letto, a mio parere, ma è scritto da chi il terremoto lo ha vissuto sulla propria pelle, Giustino Parisse, un grande giornalista che nel terremoto dell'Aquila aveva perso i suoi due figli bambini. Per leggerlo clicca qui
Il resto è solo un reality show, come lo definisce Ilvo Diamanti.
Naturalmente a fianco degli "inviati di guerra", dei commentatori colti e comodi nel proprio studio, degli sciacalli della stampa tradizionale, si muovono solerti quelli del web. Mi chiedo soltanto: se Salvini e compagnia sono riusciti a fare insorgere nelle testoline di certa gente l'immediata correlazione tra le tende dei terremotati e gli alberghi a cinque stelle degli immigrati, bufala smentita dai fatti, dalle inchieste (giornalistiche e dei tribunali, vedi mafia capitale), il merito, o la colpa, sono di Salvini? O dobbiamo rassegnarci al fatto che tra noi esiste gente tarata psicologicamente e culturalmente disposta a bere di tutto (è capitato già con gli ebrei...) e strutturalmente  disposta all'odio e al razzismo? Ma questo sappiamo a cosa porta: forse un giorno non li dovremo combattere solo attraverso la tastiera e le discussioni pacate.  
Pochi hanno notato, inoltre, che il conto per la raccolta dei fondi per i terremotati promosso dalla lega è lo stesso di quello che serve per autofinanziare il movimento: absit iniuria verbis, è solo una questione di stile... 
Last, but not least arriva casa pound (CPI La Salamandra) e che ti fanno questi birbantelli? riescono a convincere migliaia di polli in rete che stanno promuovendo una mirabolante raccolta di materiali di prima necessità da mandare ai terremotati, spacciandosi per un'organizzazione di Protezione civile. Finalmente i fascisti buoni, altro che filonazisti e golpisti!


Casapound, guerra in Birmania
Il fascio littorio in Birmania




La Salamandra: solo un'organizzazione umanitaria? 

sabato 20 agosto 2016

Laudatores temporis acti



Polemiche inutili: il burkini è da ricconi. I problemi in Francia e da noi sono altri.





Non mi colloco certo tra i laudatores temporis acti. Non erano bei tempi, anche se ad essi molti "anziani" o "meno giovani" guardano con la nostalgia dell'infanzia o della gioventù. Mia nonna veniva in spiaggia completamente vestita, anche se non portava il fazzoletto, perché cittadina. Le donne erano rigorosamente in gonna: i pantaloni sino agli anni sessanta erano considerati scandalosi. Nelle fabbriche, anche e soprattutto quelle con le tradizioni più risonanti e patriottiche, la Fiat per intenderci, i lavoratori comunisti erano fortemente discriminati. C'era il delitto d'onore (codice penale, art. 587, abrogato con la legge n. 442 del 5 settembre 1981), i mezzi di correzione, di carattere corporale, nei confronti di mogli, figli e alunni erano puniti solo in caso di abuso (art.571) o quando sfociavano in veri e propri maltrattamenti continuati (art. 572). Il divorzio, che sanava situazioni impossibili, arrivò solo nel 1974, dopo un'appassionata campagna referendaria, ricordata anche per la "qualità" delle argomentazioni. Un leader democristiano di allora, anch'egli fiorentinisssimo,   giunse ad arringare gli ignoranti contadini siciliani avvertendoli del pericolo che avrebbero corso col divorzio: le loro mogli sarebbero potute scappare con una ragazzina, legando così indissolubilmente divorzio con omosessualità, altro argomento allora fortemente tabù.
Niente o poco da ricordare con nostalgia, se non quella della propria infanzia o gioventù più o meno felice e spensierata.
Adesso, mi ritrovo quelle stesse persone che probabilmente a quei tempi si sarebbero schierate a difesa delle tradizioni (e che per altro lo fanno anche adesso, ma su tematiche adattate ai tempi e capaci di portare voti) che invece diventano improvvisamente modernisti e difensori del progresso: tranne poi ad evocare poteri superiori, come in Egitto e Turchia, alla polizia,   di cui, però,  "coraggiosamente" si limitano ad indossare la maglietta.
E mi ritrovo, un intero paese, la Francia, avvitato su se stesso sul problema dell'integrazione o dell'assimilazione come la chiamano loro. Dimenticano, costoro, intendo i francesi e i nostri ritrovati modernisti, che le nostre conquiste in campo sociale e politico sono avvenute con la maturazione dei tempi, con le lotte politiche, sindacali e sociali, in una parola con il sacrificio di pochi o molti, che guardavano avanti e non indietro. Mi fa sorridere che qualcuno pensi, da noi o altrove, che certe cose si possano imporre per legge. 
Ho visto in Francia le sterminate banlieue, costellate di inguardabili e opprimenti HLM, agglomerati abitativi, con migliaia di antenne satellitari, le evidenti situazioni di esclusione sociale dovute alle origini (non esiste solo Parigi..), ho visto donne marocchine che non hanno certo i mezzi per comprarsi il Burkini, andare in acqua con il loro vestito di ogni giorno, felici e vociani, come le suorine della foto, ho visto zelanti addetti di Ryanair bloccare i bagagli solo del nordafricano di turno anche se provvisto di moglie non velata. Anche a me, tra i tanti di passaggio, sono stati chiesti i documenti: il sangue non mente agli occhiuti difensori della sicurezza...
Ho visto ai giardinetti di una località di villeggiatura, una donna completamente velata, calata nei suoi nikab e khimar, con un bambinetto da accudire e, come accompagnatrice un'anziana donna bionda, evidentemente francese. Il primo pensiero è stato: è la suocera, ha accolto la nuora rispettandone la diversità religiosa e culturale per amore del figlio e adesso impassibile, ma con il cuore ristretto, fa la nonna.
Ma non era così: guardando meglio si scopre che la donna velata è bionda, con gli occhi azzurri e inequivocabilmente francese, l'anziana non è la suocera, ma la sua mamma...
L'assenza di reali anticorpi nelle persone più deboli, questo il vero pericolo.
  
  

lunedì 1 agosto 2016

Il cammino del nord





Por el valor de tu Enseñanza. Gracias Profe









A spasso per la Cantabria e le Asturias, nelle tappe più "oceaniche" del cammino del Nord, tra Santillana del Mar,
Santillana del mar
Còbreces, Comillas, Gijon e Oviedo, non si fanno tanti incontri internazionali, ma si attraversa una Spagna diversa dai soliti cliché andalusi o catalani. Austera architettura preromanica e gotica, detestabili zone ad architettura moderna con palazzoni dall'assai dubbio gusto estetico. Molte abitudini (ir de tapas, soffermarsi all'infinito nei bar, affollare allegramente le strade..) e ahimé anche gli orari, da quando il generalissimo Franco ha adottato l'ora di Berlino,
Capricho de Gaudì (Comillas)
sono comuni a quelli degli altri spagnoli, ma qui l'aria è diversa: la tradizionale caña di birra è sostituita dal sidro versato nel bicchiere da altezze astronomiche, si osserva, a  tratti, un attivismo quasi meneghino, le spiagge che ora ci sono, se ripassi dopo due ore sono scomparse, pochissimi italiani e tedeschi, qualche francese. Comune a tutta la Spagna l'assoluta idiosincrasia per qualsiasi idioma straniero e talvolta anche per il castigliano.
Grandi attività culturali anche nei piccoli borghi: nella chiesetta di San Pedro, in piena campagna, vicino a Còbreces, un trio classico all'interno di una rassegna estiva, a Oviedo un'interminabile fila davanti al teatro del Campoamor per assistere al concerto del quintetto Jazz di Kyle Eastwood (a soli 10 euro! pubblico dai venti ai novant'anni!!). 
Ma quello che più mi è rimasto impresso in campo culturale è la campagna, chiamiamola di "pubblicità progresso", promossa dal Governo di Cantabria: "Por el valor de tu Enseñanza. Gracias Profe”. Un concorso tra tutte le scuole per realizzare cartelloni che valorizzino il lavoro degli insegnanti. I lavori risultati vincitori, viaggiano sul retro di tutti gli autobus e le corriere della Cantabria. Sicuramente questa campagna ha preso l'avvio da un atteggiamento di disistima nei confronti della classe docente: anche qui si dice che gli insegnanti hanno tre mesi di vacanza! La risposta istituzionale, però, è molto diversa..
Poi ancora una volta arrivi a Santiago..VEDI QUI
  

domenica 10 luglio 2016

Controcorrente, l'informazione del XXI secolo


Un caso da manuale




Veramente sfortunato quel Mancini! se invece di nascere nella fottutissima cittadina della provincia agricola che si permette di avere anche un teatro e un conservatorio, fosse nato nel civilissimo Texas, adesso non si troverebbe nei guai. Probabilmente avrebbe avuto anche una pistola e non avrebbe dovuto rischiare di fratturarsi la manina per dare la meritata lezione ad un nero che aveva alzato la testa. E quest'ultimo, possedendo probabilmente anch'egli una pistola, avrebbe permesso al primo di cavarsela a priori senza nemmeno essere incriminato.
Ma purtroppo per lui non siamo nel Far-West e dopo avere allegramente redarguito un nero che mangiava a sbafo con i suoi mitici 35 euro al giorno, coperto dal fottuto buonismo di un pericoloso ecclesiastico, che non dedica le sue principali attenzioni ai minorenni, ma ai maledetti profughi, adesso sarebbe un libero giustiziere regolarmente armato.
Invece gli è pure toccato di essere arrestato da una donna! Povera Italia!!  


Bene, fine del paradosso- lo esplicito per gli eventuali lettori frettolosi- e passiamo al peggio.
La vicenda Mancini-Chibi Namdi, oltre al razzismo latente, i cui mandanti morali siedono in parlamento e sproloquiano ovunque, scoperchia anche una terribile falla dell'informazione in Italia. 
Dopo il delitto e l'arresto dell'omicida (che tale resta, indipendentemente dalla dinamica dei fatti) si scatena la tifoseria, alimentata dalla superficialità della moderna informazione. 
Un giornalucolo, un tempo quasi serio, quando si doveva opporre allo strapotere "rosso"- intendo il Carlino- intervista una nota propalatrice di false testimonianze e titola in grande "testimone ribalta la versione dei fatti". Verifica dell'attendibilità del personaggio, regola numero uno del giornalismo d'antan: zero. 
E la storia continua precipitando a rotta di collo nella spirale delle informazioni non verificate: ormai i giornalisti lavorano solo sul web e.. anche l'HuffingtonPost riprende la notizia. I siti razzisti, tipo ImolaOggi, perennemente impegnati nella diffusione di notizie che facciano sembrare l'Italia ormai invasa da delinquenti extracomunitari, rilanciano sul web. Poi Facebook, o meglio il cervellone che lo controlla, fa la sua parte; a ciascuno in suo: a chi ha tendenze di destra o si è soffermato in passato su ImolaOggi o VoxNews o Primato Nazionale o semplicemente sul profilo del portatore di felpe, si propina lo pseudo scoop della testimonianza decisiva, agli altri, i buonisti del c@@@o (ma come farà l'algoritmo a individuarli con tanta precisione?),  gli articoli di ripulsa morale. 
Infine si scatenano gli imbecilli del Web con i commenti  e il gioco  è fatto: la disinformazione è servita. Troppo difficile muovere le chiappe e andare a sbirciare gli atti, magari attraverso la compiacenza di un questurino o di un avvocato amico: roba da ventesimo secolo.. 
Ah, dimenticavo: dalle "stelle" silenzio siderale, appunto. Serietà? difficoltà a schierarsi su una vicenda che mette in gioco un problema sentitissimo dalla "ggente" e come ti muovi sbagli? rispetto delle istituzioni giudiziarie? ogni ipotesi al momento è buona.   

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domenica 3 luglio 2016

Buona domenica



Maledetti islamici, maledetti israeliani,





...che vogliono cambiare le regole dell'odio.
Quando stamattina ho appreso dalla rassegna stampa dell'ulteriore titolo di Libero "maledetti islamici", come un riflesso condizionato,  la memoria è andata a Daniel Barenboim, che dal 1999 raccoglie giovani musicisti provenienti da tutto il medio oriente (Israele, Palestina, Libano, Giordania, Egitto, Siria, Iran). Non credo che ci sia niente di meglio, in luogo di un'inutile replica ai professionisti dell'odio, per dimostrare che le utopie, il perseguire quello che è o appare impossibile, talvolta si realizzano e in genere muovono il mondo. Stando a sentire gli altri, gli sciacalli dell'odio, saremmo ancora all'età della pietra o del coltello come piace ai terroristi, che altro non sono che l'immagine speculare dei primi.
"Un’utopia di bellezza dentro cui scoprirsi finalmente umani, rimpiazzando l’ignoranza con la  comprensione e immaginando un futuro di convivenza pacifica". È questa una delle tante definizioni che il grande pianista e direttore d’orchestra Daniel Barenboim ama dare della West-Eastern Divan. Quindi buona domenica, buon ascolto (la qualità musicale non è affatto banale) e soprattutto buona visione: le immagini, incluse quelle iniziali di Ramallah e del pubblico, dicono più di tante parole.   




PS.  L'utopia della Divan Orchestra prosegue col progetto Barenboim-Said Akademie, finanziato in gran parte dal governo federale tedesco, che ha visto la realizzazione nel cuore di Berlino, di un complesso di oltre 6.500 metri quadrati che ha al suo interno una sala concerti da 620 posti. L’Accademia accoglierà ogni anno, a partire dall'autunno del 2016, 90 giovani musicisti arabi ed israeliani, ai quali verrà offerta una borsa di studio e la possibilità di frequentare un programma universitario quadriennale di musica e arti umanistiche. “Aspiriamo alla totale uguaglianza fra i popoli di Israele e Palestina – spiega il maestro Barenboim – ed è per questo che suonare insieme ci sembra un buon punto di partenza, per dimostrare che l’essere umano ed il suo senso di libertà possono andare oltre qualsiasi differenza”.


sabato 2 luglio 2016

Controcorrente, compagni di strada?




Crociere nel mar d'Africa






Due giorni fa si sono concluse le operazioni di recupero del barcone  che ha trascinato in fondo al mare tra la Libia e Lampedusa diverse centinaia di migranti.
Ieri, durante una trasmissione radiofonica, non di radio Padania, ma della terza rete, (Qui per riascoltarla), si è scatenata una inaspettata bagarre quando è stato trattato appunto il tema del recupero della carretta del mare,  in seguito alla telefonata di un ascoltatore. La trasmissione è condotta con particolare apertura ai fatti contemporanei, corredata di quotidiane testimonianze di ospiti di alto profilo e si suppone seguita da un pubblico particolarmente aperto e attento.    
Si è avuta così la spiacevole conferma di come i germi gettati dai profittatori della paura e del disagio si siano sparsi in ogni direzione, come agenti patogeni in una popolazione con un basso livello di protezione vaccinale. 
Una certa politica ha dato voce alla parte peggiore dell'Italia che covava sotto le ceneri del perbenismo della maggioranza silenziosa, mai completamente liberatasi dalle pesanti scorie del fascismo
La rete, poi, ha dato all'imbecille il potere di dire ciò che vuole, come ha sempre fatto al bar ma con molta minore risonanza.
La sensazione è di essere  ormai straniero in patria, in quella più ampia, oltre che in quella politica, genericamente definibile sinistra. 
Mi è difficile rassegnarmi a dover condividere con taluni l'aria, le strade, il cielo e il mare e, terra terra, il percorso politico. 
Complice l'innegabile crisi economica e sociale, c'è chi si arricchisce "politicamente" (e talvolta non solo) sfruttando le reali paure e le incertezze della gente. Poi ci sono quelli che "le paure vanno ascoltate, non si può fare finta di niente, altrimenti se ne impadroniscono gli altri". Così si assiste a campagne elettorali di sindaci perbene, sedicenti di sinistra, che si impegnano a non fare arrivare mai migranti e rifugiati nella loro ridente e privilegiata cittadina. Lo devono fare altrimenti non verrebbero eletti, ma dopo l'elezione temo che si sforzino di mantenere almeno questa promessa tra le tante che saranno disattese. Poi ci sono quelli che stanno sempre con i piedi su due staffe, un po' dentro un po' fuori all'Europa, un po' con i migranti un po' contro, sempre e comunque contro i rom perchè tanto stanno sulle palle a tutti,  un po' contro l'Italicum, un po' chissà, aspettando che Renzi si sputtani da solo... 

Ecco di seguito una raccolta degli interventi tratti dal sito di Radio 3.

LA SPESA X IL RECUPERO DEI CADAVERI E ” TALMENTE FORTE CHE NOI ITALIANI A 500E. AL MESE NE SIAMO “COLPITI” !! DA MILLENNI I MARI SONO ”IL RIPOSO” DEI DECEDUTI SIA X LE GUERRE CHE PER MAREGGIATE!! (X FAVORE RISPONDA !!)LUCIANA

Il ” principio etico” secondo cui i corpi dei migranti in fondo al mare vanno recuperati e seppelliti non è per niente universale. Basta pensare a chi preferisce cremare i propri cari e spargerne le ceneri in mare. Il problema dei costi non è affatto squallido e immorale: ogni euro potrebbe essere speso in maniera alternativa. Io sono convinto che sarebbe molto meglio spenderli per assistere i sopravissuti e temo proprio che quei soldi siano stati sottratti a fondi a scopo umanitario. I giornalisti “moralisti” dovrebbero invece informarci sulla provenienza di quei soldi e su chi ha preso quella discutibilissima decisione. Geri

la Pietas é alle fondamenta della vita civile della nostra civiltà. Consalvo da roma.

È difficile pensare di dare dignità ai morti che ai nostri occhi privilegiati non avevano dignità neanche da vivi. Silvia

Cosa hanno del sentimento di umanità gli autori di questi messaggi? Che miseria! Diana

Recupero barcone: offensivo nei riguardi di molti italiani in difficoltà. Sepolture sempre fatte in mare. Rosy

Che strano popolo siamo. Giriamo la testa davanti agli sprechi vergognosi che vediamo quotidianamente, ma poi ci indignamo per quello che è forse uno “spreco “‘ che però ci fa onore!! Giusi.

“Eppure lo sapevamo anche noi l’odore delle stive, l’amaro del partire, lo sapevamo anche noi. E una lingua da disimparare e un’altra da imparare in fretta prima della bicicletta, lo sapevamo anche noi. E la nebbia di fiato alle vetrine, il tiepido del pane e l’onta di un rifiuto. Lo sapevamo anche noi questo guardare muto” (Gianmaria Testa) A tutti i migranti, di tutti i Paesi, di tutti i tempi… Giannina

La sepoltura in mare è un’antica tradizione. Non c’è una motivazione che giustifichi andare a cercare dei corpi che hanno già trovato sepoltura in fondo al mare. Corrado

La domanda sui costi di sepoltura dei migranti ha senso solo se la stessa cifra si volesse spendere per salvare migranti vivi. A volte in Italia si rispetta più la morte che la vita, retaggio della religione cattolica. titta

Io trovo orrendo ridurre tutto all'economia, pensare sempre ai costi di ciò che si sta facendo come se ogni azione fosse solo un rapporto tra costi e benefici. Come se lo stare nel mondo non fosse un rapporto tra la gioia di esserci e i doveri di esserci. Paolo Aina Milano         

BRAVA ITALIA ! Il recupero del barconi con i migranti morti dal profondo del mare è una grande impresa degna di vero paese civile e solidale mi sento orgogliosa di essere italiana grazie t. C. Genova              

Non ci sono soldi x sanità pensioni manutenzione strade incentivi allo sviluppo riduzione del debito. Ma ci beiamo di aver recuperato il relitto di un barcone naufragato nelle acque libiche. Quanto è costata questa scellerata scelta demagogica? M.chiara            

Si conosce il costo del sollevamento del traghetto affondato e del riconoscimento delle vittime? Grazie. Maria               

Va bene dare sepoltura ai 700 naufraghi,sarebbe stato meglio impedire che morissero dando loro possibilità di vita al loro paese Franco

Recupero in mare dei corpi dei migranti. La paghiamo noi, ma è un minimo di umanità che dobbiamo a loro. Abbiamo un debito enorme verso di loro. Chiediamoci invece quanto ci costa mantenere le mafie che organizzano questo immondo commercio di schiavi. Giovanna. Ravenna.

Per la pietà dovuta ai morti rileggere Antigone rivedere L’arpa birmana riascoltare De André. Isabella

E più “offensivo” e “imbarazzante” Lei che fa l’umanista ma non deve pagare di persona in termini di tagli drastici al welfare (che Lei non vive sulla sua pelle, avendo l’assicurazione sanitaria dei giornalisti e il trattamento pensionistico dei giornalisti) come gli italiani (ancora) vivi che vedono usare le scarse risorse per riesumare dei morti sepolti in mare, che è la sepoltura di tanti lavoratori marittimi italiani, uno disperso anke in questi giorni. Franco

Ma tutti i morti nelle battaglie navali di tutte le guerre del passato? E quando si moriva durante i viaggi per mare quando i viaggi duravano mesi? Non facciamo retorica sui nomi, per favore. Fiora

Purtroppo credo che se fossero stati nostri parenti ci saremmo battuti per il recupero( ho constatato questo atteggiamento in altri contesti). Nazzareno

Non solo x i morti ma soprattutto x i vivi che hanno perso i loro cari è importnte il recupero delle salme, x aiutarli così alla loro elaborazione del lutto, Andrea

si spendono milioni x recuperare i morti o x ammassare vivi in orrendi campi di raccolta…..tutto x lavarci la coscienza…quando si iniziera’ veramente la politica x la vita….??? meno ipocrisia meno populismo piu ”concretezza please….Betty da Venezia

I conti vanno fatti sempre e comunque. Non è ragionierismo, è responsabilità del denaro pubblico. Si fanno i conti e poi si decide cosa fare, prendendosi le responsabilità. Altrimenti l’irresponsabilità diventa sistema, come già è in Italia, e la retorica fa gioco con la truffa. Personalmente sono d’accordo con l’operazione di recupero, ma la vostra retorica, Bulzoni compreso, è davvero eccessiva. Bisogna ragionare e far ragionare. Simone

Sì, tutto bene…l’umana pietà ecc. ecc. Ma ormai siamo tutti sospettosi: chi ci guadagna? Recuperiamo i morti in mare, ma cosa si fa per evitare che si uccidano gli esodati, i senza lavoro, ecc.? E quando abbiamo avuto le nostre guerre, di certo non siamo scappati in altre nazioni. C’è qualcosa che non funziona in tutto ciò, interessi, ecc. Roberta e Roberto / Scicli

Non voglio che le mie tasse siano buttate così.che follia,mi passa la voglia d’essere di sinistra, poi ci si lamenta dei rigurgiti razzisti e dello sfascio dell’Europa.quanta retorica..

Sembra Radio Padania. Grazie a questi ascoltatori senza paura di suonare politicamente scorretti. L’ascoltatore che parla di “filiera dei clandestini ” mi toglie le parole di bocca. Complimenti per la trasmissione intellettualmente onesta. Michele Biella

Bisogna chiedere a questa gente che pensa solo a pochi miseri milioni, con i quali lo Stato non risolverebbe nessun problema, se avessero una figlia là sotto, se sarebbero della stessa opinione..

Credetemi ,con il cuore in frantumi,io se avessi perso un figlio un mio caro vorrej che fosse lasciato riposare assieme agli altri sventurati nel mare che era la vita ma gli ha inghiottiti ed ora gli tiene in una culla di pace. Teresa

‘lascia che i morti seppelliscano i loro morti’ (mt, 8, 21) bisogna salvare i vivi finché c’è tempo,c’è altro dolore che incombe,quello del prossimo. Sì anch'io penso che sia stato uno spreco inutile. Rosa

Il Piccolo Comune di Tarsia in Calabria ha deciso nel 2015 in accordo con Regione e Governo la costruzione di un cimitero x le centinaia di migranti in fuga morti nel mare. Cimitero vicino al campo di concentramento del paese che ospitò 3000 ebrei durante la guerra. Tutti si salvarono grazie alla protezione delle persone di Tarsia. Il cimitero dei migranti verra’ inaugurato il 3 ottobre giornata della memoria dei migranti morti nel Mediterraneo. Tina roma

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mercoledì 29 giugno 2016

Panem et circenses


Cultura in salsa mestrinese






Si è svolto ieri sera un consiglio comunale di routine: l'approvazione del conto consuntivo, un'operazione meramente contabile che  ha dato all'opposizione l'occasione per stigmatizzare scelte e comportamenti antidemocratici, immobilisti e retrogradi della giunta Pedron e dei suoi accoliti. Segue una sintesi del mio intervento.

Il ritardo. "La presentazione del conto consuntivo è una formalità contabile, che di per sé non si presta ad osservazioni e richieste di modifica, essendo la fotografia, per forza di cose veritiera, di quanto è stato realizzato o non realizzato dall'amministrazione. Il moderno software che lo sottende impedisce errori formali, anche se non ha potuto impedire che ancora una volta il comune di Mestrino si sia presentato a questa scadenza prevista dalla legge con quasi due mesi di ritardo: dal 30 aprile siamo arrivati al 28 giugno.

Le imprecisioni. E il software non ha potuto evitare qualche, per carità secondaria, imprecisione, come nell'elencazione dei trasferimenti regionali a pag. 15 (€ 164.348,34) che risulta solo parziale: sono stati omessi, infatti,  17.500 euro per il progetto “di piazza in piazza”, su cui ritornerò, 18.131 euro per interventi su minori in affido, 4.674 euro dalla legge 13/4/2001 (ancora tutela minori), 270 euro dal comune di Padova, 33.933, tramite ULSS per attività socio assistenziale. 

L'assenza di informazioni. Tutte voci che riguardano il sociale e di cui, unitamente ad altre mille cose, non è giunta alcuna comunicazione alla commissione affari sociali. Ma su questo tornerò in un successivo intervento.

Qual è allora il senso di un intervento su un documento contabile, che a parte alcuni piccoli nei comunicativi, appare sostanzialmente corretto come attestato  dalla certificazione del revisore?
Il conto consuntivo è la fotografia di quanto fatto o non fatto dall'amministrazione. In assenza di una fonte quanto meno di informazione più che di condivisione, come potrebbe essere la commissione bilancio, che è stata cassata da questa amministrazione; in assenza di incontri con la cittadinanza relativi alle opere e al bilancio; in assenza persino di comunicazioni propagandistiche  della maggioranza (escluso il discutibilissimo bollettino natalizio); in assenza di tutto questo, appunto, l’unica possibilità per far conoscere quanto succede, in questo caso quanto è successo, rendendo pubblici dati ed interpretazioni, è l’intervento in consiglio comunale, da diffondere sulla stampa, o sui social ove  la prima, come spesso accade, si dimostrasse pregiudizialmente prevenuta.
Non è ovviamente possibile  in pochi minuti svolgere un’analisi completa e puntuale; mi soffermerò quindi solo su alcuni punti che, da un punto di vista sia personale che di gruppo, ritengo particolarmente interessanti.

Le entrate. 
L'affare Bonollo. Tra le entrate ha particolare rilevanza la cifra di € 961.000, ricavata dall'alienazione del lotto 2 sulla statale 11. Non è dato sapere quale sarà la destinazione d’uso, né prevedere quale sarà l’impatto, positivo o negativo, sulla collettività e sul traffico.

La piazza di Mestrino. Saltano agli occhi anche 43.000 euro  dalla Regione per progetto “Distretti del Commercio”, che costituiscono una quota parte del finanziamento per la piazza IV Novembre. La correlazione tra le due cose non è di immediata comprensione.


Come vengono spesi i soldi dei cittadini.
· 
  Riqualificazione Piazza di Arlesega. Le colpe ai defunti e i meriti ai vivi rampanti;   nel solo 2015: € 420.904,78 (di cui circa 90 mila re-imputati al 2016) e credo che non sia ancora finita.
· Riqualificazione Piazza IV novembre, con insegna in stile littorio:  € 100.799,99, di cui circa 35 mila re-imputati).
·  Rifacimento servizi igienici scuola media € 200.000 (di cui 98 mila re-imputati).
· Sistemazioni strade e marciapiedi (quali?) € 160.000, interamente re-imputati al 2016.
Questi sono i dati più rilevanti tra le spese di investimento.

Il settore sociale, un quarto del bilancio. Un altro aspetto che rileva in modo  impressionante è quello relativo al programma “funzioni nel settore sociale: previsione definitiva € 1.173.124, impegnato € 1.020.904,88 cioè l’87,02% del previsto, con un’incidenza del 24,79 % su totale impegni spesa corrente, cioè un quarto del bilancio del comune. Ma la commissione affari sociali non si riunisce e non dice nulla.

Soldi alla scuola. Si scoprono  poi tra le innumerevoli cifre i  100.000 euro spesi per la fornitura di lavagne multimediali in tutte le classi  della scuola: un impegno economico, lodevole e importante, se fosse stato assicurata la costituzione di un background culturale e formativo capace di implementarne positivamente e costruttivamente l’uso quotidiano. In mancanza di questo se non proprio soldi buttati si tratta soltanto di un spot pubblicitario. Su questo tema vedi anche: Lim in tutte le aule


Cultura, ovvero il vuoto assoluto. E veniamo al programma cultura e biblioteca civica: spese correnti € 64.695,45, l’1,97% sul totale degli impegni. Questo significa che la biblioteca non è un centro di promozione di attività culturali. Queste vengono delegate ad altri e per di più in una accezione molto estensiva del termine culturale, impiegato come sinonimo di intrattenimento. Per carità legittimo e doveroso, l’intrattenimento, ma non è, non può essere l’intera declinazione del termine cultura. E non mi riferisco sicuramente alle noiosissime conferenze dei sinistroidi: se non sono di suo gradimento uno non le organizza, ma a Mestrino non c’è neanche l’apparenza di cultura alta, che sia di destra di sinistra, religiosa o indipendente: c’è il nulla, se si esclude l’intrattenimento o le manifestazioni di massa che portano gente, consumi, fondi e soprattutto visibilità, per gli aspiranti futuri amministratori. Ma questa deriva strapaesana non fa crescere di un punto la consapevolezza, la conoscenza, l’impegno culturale e il dibattito tra i cittadini, penso soprattutto ai giovani. E il vuoto culturale genera mostri: Abano insegna.



Continuiamo, invece, a fare le sacrosante feste della birra,  le recite dialettali, le elezioni di miss web, le sfilate di gnomi, elfi e fate,

spacciate per tradizioni

 culturali contadine.





Ma c’è di peggio: l’attività “culturale”, intesa riduttivamente come intrattenimento,  viene delegata quasi per intero al parco Bapi, dove abbiamo appreso, quest’anno che i cosiddetti film “impegnati” cioè gli striminziti tre film commerciali non saranno più proposti, perché lasciano molte sedie vuote nell’arena del parco Bapi, come ha scritto sui social uno dei responsabili, con palese ingenua onestà.
Quindi chi non ha avuto il tempo, l’occasione o i soldi per vedere un film attuale a Padova o a Limena, non trova cittadinanza a Mestrino. Chi vuole sentire un dibattito minimamente serio incontrare qualche personalità rilevante, che lasci traccia nel cuore e nell'azione, deve migrare altrove. Ma, badate bene, non è necessario che si rivolga ai sinistroidi confinanti o che vada sino a Padova, aggirando gli steccati eretti da Bitonci: basta spingersi un po’ oltre Lissaro, a Campodoro, dove un’amministrazione di centro destra fa quello che deve fare un’amministrazione minimamente acculturata, pur se dal suo particolare, legittimo punto di vista. A Mestrino, il vuoto, se si esclude la manifestazione di Piazza in piazza (come vedete non penso solo a cose pallosissime), ma anche di questo nel 2016 non risulta più traccia.
Ma anche quando questa amministrazione vuole tentare qualcosa genuinamente di destra lo fa male, anzi malissimo. Penso al tristissimo tentativo di strumentalizzare la discussione parlamentare sulle unioni civili, condotta in modo carbonaro, sfociata poi in una assai riduttiva pezza per tappare un buco, una generica difesa della famiglia tradizionale, letta altrettanto clandestinamente alle due di notte del 15 dicembre scorso.
Su altri aspetti ci soffermeremo in successivi interventi.
Credo con questi pochi esempi di avere dimostrato al pubblico, a coloro che ascolteranno la registrazione o leggeranno il testo sui media, quale sia lo spessore politico, culturale e organizzativo di questa amministrazione.


sabato 25 giugno 2016

Controcorrente, l'Europa che fu


No Europa, no "parti"






Febbraio del 1986, a Lione, per uno scambio di classi con un collège della banlieu. Studenti italiani e francesi molto diversi tra loro e immediatamente distinguibili anche da lontano: diversi gli abiti, il taglio di capelli, gli zainetti, anche se sul "fronte" francese molti si chiamano "Visanten, Carden, Martiné, Depaolì, Curasì, Curacì" (Visentin, Cardin, Martinez, De Paoli, Curaci, Kourachi..), immigrati di seconda generazione che hanno dimenticato l'italiano, lo spagnolo e l'arabo e che si considerano, e sono, pienamente francesi.
Con grande sorpresa degli italiani, ospiti delle famiglie dei corrispondenti,  nelle case francesi ogni sera la televisione porta le immagini di Palermo, con servizi lunghi e dettagliati: è appena iniziato il maxiprocesso a Cosa nostra, l'Italia è importante in Francia, Berlusconi (soprannominato monsieur bruscolinì) non è ancora una macchietta, ma un peso scomodo di cui liberarsi dopo le vicende di La Cinq e i tentennamenti di Mitterrand.
A conclusione del viaggio, lunghissimi saluti, lacrime abbracci e promesse di rivedersi, cuori infranti, doni per le rispettive famiglie con una contagiosa generosità italica, genitori commossi: a tutti sembrava impossibile una cosi rapida integrazione linguistica ed affettiva in appena una settimana. Alla prima stazione di servizio, il tentativo di spendere sino all'ultimo "franco"...
Rientrati in "patria", subito al lavoro per preparare lo scambio dell'anno successivo: progetto per l'allora Ministero della Pubblica Istruzione di viale Trastevere, richiesta di autorizzazione all'espatrio per il Ministero degli Affari esteri, tutto rigorosamente via posta, viaggi a Roma per portare a mano le carte da Trastevere all'Eur e accelerare l'iter, preparazione dei documenti di identità e dei visti, estensione dell'assicurazione sanitaria all'estero, avvio della corrispondenza (rigorosamente postale) con gli studenti francesi. Accoglienza dei "barbari" in Italia nel mese di ottobre per tranquillizzare les maman italiennes, che così possono conoscere e studiare la situazione, poi a febbraio, tra un periodo di vacanza e l'altro dei francesi.. nuova partenza verso l'ignoto, non senza essere passati prima in banca a convertire le lire in franchi (330 lire al cambio ufficiale, con 10 franchi al massimo pagavi l'autobus..).
Così erano i rapporti internazionali allora: chi credeva nell'Europa dei popoli, nelle radici comuni, nella conoscenza reciproca e nell'incontro di lingue e culture diverse, senza piegarsi all'omologazione anglofona, doveva affrontare questa trafila. Senza contare i minuziosi doppi controlli alla frontiera, che lasciavano l'intera scolaresca col fiato sospeso in treno per una mezz'oretta. Il confine c'era ed era visibile, materiale, imperscrutabile, arcigno. 
Appena vent'anni dopo nel 2006 lo scenario si presenta molto diverso. Nessuna sbarra, nessun controllo alle frontiere, nessuna autorizzazione ministeriale, si parte con l'euro, durante l'accoglienza risuonano ancora gli inni nazionali, ma anche l'inno alla gioia; francesi e italiani sono assolutamente indistinguibili: stessi abiti, stesse scarpe, stessi telefonini, stessi zainetti, l'unica differenza è nelle merende preparate dalle mamme francesi, che si ostinano a spalmare di burro i panini al salame.
Tutto questo nel 2016 appare già come un ricordo sbiadito di altri tempi, nel 2026 sembrerà forse preistoria. Il merito di questa involuzione è da ripartire sicuramente tra molti soggetti, complici consapevoli e inconsapevoli: terroristi, euroburocrati, politici  dissennati che non hanno mai percorso la difficile via della reale inclusione (con la Francia in testa), speculatori finanziari, governi senza spinte ideali, succubi del potere finanziario e bancario, populisti sciacalli (e qui l'Italia non è sicuramente all'ultimo posto) e, nel loro piccolo (molto piccolo), dirigenti scolastici che hanno fatto a gara nell'eliminare il francese dalle scuole...

domenica 12 giugno 2016

Revisione costituzionale, 9


Lettera di Smuraglia all'Unità









Chiudiamo oggi la partita dello scontro ANPI-PD, per affrontare poi, come previsto, l'analisi puntuale dell'articolato della legge. 
Le due posizioni sono ormai chiare. Quella che segue è la lettera che il presidente dell'Anpi, Carlo Smuraglia, ha inviato all'Unità in risposta a quella di 70 senatori del Pd pubblicata dallo stesso giornale. Anche la lettera di Smuraglia è stata pubblicata sull'Unità, ma nello stesso giornale al presidente ANPI si dà anche del pinocchietto. La sua è una risposta da vero signore: dall'altra parte ci sono altrettanti veri signori e signore? Ma si sa in campagna elettorale omnia licet..

Cari Senatori,
ho letto la vostra lettera aperta e ne capisco le ragioni. Quando si approva più volte una legge, si finisce per affezionarsi. Per di più, siamo già in campagna referendaria e dunque bisogna fare un po' di propaganda e cercare di mettere in difficoltà chi si colloca, in questo caso, dall'altro lato della barricata. Capisco anche l'esaltazione che fate della Riforma: a voi piace, l'avete votata e non avete ripensamenti. Come sapete, io la penso in un altro modo e, fortunatamente, non sono il solo.
Ma consentitemi però qualche osservazione: vi dichiarate tutti “iscritti e sostenitori dell'ANPI”; ma io non vi ho mai incontrato nel lungo cammino che abbiamo percorso su queste tematiche. Un cammino che è cominciato dal 29 marzo 2014 (Manifestazione al Teatro Eliseo – Roma), è continuato per due anni, giungendo ad un primo approdo, in Comitato nazionale, il 28 ottobre 2015, con una posizione già piuttosto evidente sulla legge di riforma e l'eventuale referendum ed è proseguito con la decisione del 21 gennaio 2016, adottata dal Comitato nazionale, di prendere posizione per il “NO”. Ma non basta: ci sono stati i Congressi delle Sezioni e dei Comitati provinciali e in tutti si è finito per discutere anche sul referendum, con libertà e ampiezza di idee; i documenti votati durante questi Congressi, sul tema specifico del referendum, parlano chiaro: 2501 favorevoli, 25 contrari e alcuni astenuti. Dunque, si è discusso, ci si è confrontati (circa 30.000 presenze nei vari Congressi), ma la linea adottata il 21 gennaio, ha raccolto ampi consensi. Mancava il traguardo finale, cioè il Congresso nazionale. Si è svolto dal 12 al 14 maggio, a Rimini, introdotto da una Relazione, ovviamente “schierata” sulla base delle decisioni adottate il 21 gennaio e confermate nei Congressi. Anche a Rimini si è discusso e chi ha voluto ha parlato, in un senso o nell'altro. Alla fine, come si fa in democrazia, si è votato: 347 voti a favore del Documento base e della Relazione introduttiva al Congresso nazionale, contro tre astensioni. Chiarissimo, mi pare. O no?

Anche nella Relazione generale, peraltro, avevo riconosciuto che erano emersi alcuni dissensi, minoritari. Ad essi ho attribuito piena cittadinanza, riconoscendo “non solo il diritto di pensarla diversamente, ma anche quello di non impegnarsi in una battaglia in cui non si crede”, aggiungendo, peraltro che non si poteva riconoscere il diritto a compiere atti contrari alle decisioni assunte, perché ci sono delle regole da rispettare, codificate nei nostri documenti fondamentali, secondo le quali gli iscritti devono rispettare lo Statuto, il Regolamento e le decisioni degli organismi dirigenti; e ovviamente (anche se non c'è una norma specifica), non recar danno all'ANPI. Tutto qui. Questo gran parlare che si fa del dissenso e di un preteso autoritarismo non ha davvero fondamento e ragion d'essere. In democrazia la maggioranza ha il dovere di rispettare il pensiero di chi dissente, ma quest'ultimo, a sua volta, ha il dovere di rispettare il voto e le decisioni assunte dalla maggioranza. Altrimenti, sarebbe l'anarchia. E questo sarebbe davvero inconcepibile in un'Associazione come l'ANPI che è sempre stata pluralista, ma nella quale mai si sono posti dei problemi come quelli che oggi vengono prospettati, non solo dall'interno, ma addirittura dall'esterno, impartendoci autentiche “lezioni” (mi piacerebbe sapere se tutti quelli che si dicono iscritti all'ANPI, lo sono davvero, oppure lo affermano soltanto, naturalmente non per contestare il diritto di critica, ma per capire da quale parte essa proviene, visto che noi un grande dibattito interno lo abbiamo già avuto in questi mesi).

Voi dite che “molto potremmo discutere sull'opportunità e sulle modalità della scelta”. Discutete pure sull'opportunità, come appassionato esercizio dialettico, ma sulle modalità stento ad immaginare che cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di più, per giungere ad una decisione, su cui si è formata una stragrande maggioranza.
Voi vi preoccupate che l'ANPI non diventi un partito; non c'è pericolo, ve lo assicuro perché siamo sempre stati gelosi della nostra identità e della nostra indipendenza. Schierarsi in difesa della Costituzione è un obbligo che ci deriva dallo Statuto in termini che spero voi ricordiate (“concorrere alla piena attuazione, nelle leggi e nel costume, della Costituzione italiana, in assoluta fedeltà allo spirito che ne ha dettato gli articoli”); e nessuno pensò che l'ANPI si trasformasse in partito quando scese in campo contro la “legge truffa”, nel 1953, o quando fece altrettanto contro il Governo di Tambroni, appoggiato dai fascisti, nel 1960. Sulla Costituzione è un dovere impegnarsi e battersi con ogni mezzo perché se ne conservino lo spirito ed i valori.

Ignorare tutto questo, significa conoscere poco l'ANPI e il suo modo di essere e cancellare il dibattito e il confronto di questi mesi che hanno condotto – democraticamente – alla presa di posizione che oggi si vorrebbe mettere in discussione.
Quanto poi al modo di affrontare la campagna referendaria, non siamo stati certo noi ( e non lo saremo mai) ad “alzare i toni”. Altri hanno provveduto a farlo, eccome.
Ho una vita alle spalle, cui nessuno dovrebbe mancare di rispetto: ma dal vostro giornale ho avuto, in pochi giorni, un attacco offensivo, una vignetta vergognosa ed ora un appello che non posso che considerare come rivolto a mettere in discussione un processo democratico che ha coinvolto tutta l'ANPI.
Mi spiace che vi siate scomodati per noi, vi ringrazio dei consigli, ma noi obbediremo alla linea consacrata in un democratico Congresso, procedendo diritti per la nostra strada e rispettando perfino chi non ci rispetta. Non accetteremo l'invito quasi perentorio a continuare, al nostro interno, la discussione, perché essa c'è già stata, nella sede competente, con il totale coinvolgimento dei nostri organismi e dei nostri iscritti. Forse sarebbe un esempio da seguire, per tutti, il metodo con cui ci siamo confrontati ed abbiamo preso le nostre decisioni.

In ogni caso, e per concludere: abbiate un po' di fiducia in noi: abbiamo sempre fatto di tutto per mantenere l'unità dell'ANPI, e ci riusciremo anche questa volta.
Cordialmente,
Carlo Smuraglia

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