mercoledì 27 febbraio 2013


Il Movimento 5 stelle ha difeso il sistema?

    Una chiave di lettura divergente, ma interessante. Forse l'elemento dirimente sarà la necessità di confrontarsi in Parlamento con la durezza della realtà, con regole, con opinioni divergenti, con tranelli e sirene. Tutto questo riporterà, come sta accadendo in Sicilia, all'abbandono degli slogan, al duro lavoro quotidiano di studio, di impegno e forse di necessaria mediazione  Ma non c'è alternativa: i "rivoluzionari" greci, spagnoli e arabi non stanno molto meglio.
Wu Ming per Internazionale
Adesso che il Movimento 5 stelle sembra aver “fatto il botto” alle elezioni, non crediamo si possa più rinviare una constatazione sull’assenza, sulla mancanza, che il movimento di Grillo e Casaleggio rappresenta e amministra. L’M5s amministra la mancanza di movimenti radicali in Italia. C’è uno spazio vuoto che l’M5S occupa… per mantenerlo vuoto.
Nonostante le apparenze e le retoriche rivoluzionarie, crediamo che negli ultimi anni il Movimento 5 stelle sia stato un efficiente difensore dell’esistente. Una forza che ha fatto da “tappo” e stabilizzato il sistema. È un’affermazione controintuitiva, suona assurda, se si guarda solo all’Italia e, soprattutto, ci si ferma alla prima occhiata. Ma come? Grillo stabilizzante? Proprio lui che vuole “mandare a casa la vecchia politica”? Proprio lui che, dicono tutti, si appresta a essere un fattore di ingovernabilità?
Noi crediamo che negli ultimi anni Grillo, nolente o volente, abbia garantito la tenuta del sistema.
Negli ultimi tre anni, mentre negli altri paesi euromediterranei e in generale in occidente si estendevano e in alcuni casi si radicavano movimenti inequivocabilmente antiausterity e antiliberisti, qui da noi non è successo. Ci sono sì state lotte importanti, ma sono rimaste confinate in territori ristretti oppure sono durate poco. Tanti fuochi di paglia, ma nessuna scintilla ha incendiato la prateria, come invece è accaduto altrove. Nienteindignados, da noi; niente #Occupy; niente “primavere” di alcun genere; niente “Je lutte des classes” contro la riforma delle pensioni.
Non abbiamo avuto una piazza Tahrir, non abbiamo avuto una Puerta de Sol, non abbiamo avuto una piazza Syntagma. Non abbiamo combattuto come si è combattuto – e in certi casi tuttora si combatte – altrove. Perché?
I motivi sono diversi, ma oggi vogliamo ipotizzarne uno solo. Forse non è il principale, ma crediamo abbia un certo rilievo.
Da noi, una grossa quota di “indignazione” è stata intercettata e organizzata da Grillo e Casaleggio – due ricchi sessantenni provenienti dalle industrie dell’entertainment e del marketing – in un franchise politico/aziendale con tanto di copyright e trademark, un “movimento” rigidamente controllato e mobilitato da un vertice, che raccatta e ripropone rivendicazioni e parole d’ordine dei movimenti sociali, ma le mescola ad apologie del capitalismo “sano” e a discorsi superficiali incentrati sull’onestà del singolo politico/amministratore, in un programma confusionista dove coesistono proposte liberiste e antiliberiste, centraliste e federaliste, libertarie e forcaiole. Un programma passepartout e “dove prendo prendo”, tipico di un movimento diversivo.
Fateci caso: l’M5s separa il mondo tra un “noi” e un “loro” in modo completamente diverso da quello dei movimenti di cui sopra.
Quando #Occupy ha proposto la separazione tra 1 e 99 per cento della società, si riferiva alla distribuzione della ricchezza, andando dritta al punto della disuguaglianza: l’1 per cento sono i multimilionari. Se lo avesse conosciuto, #Occupy ci avrebbe messo anche Grillo. In Italia, Grillo fa parte dell’1 per cento.
Quando il movimento spagnolo riprende il grido dei cacerolazos argentini “Que se vayan todos!”, non si sta riferendo solo alla “casta”, e non sta implicitamente aggiungendo “Andiamo noi al posto loro”.
Sta rivendicando l’autorganizzazione autogestione sociale: proviamo a fare il più possibile senza di loro, inventiamo nuove forme, nei quartieri, sui posti di lavoro, nelle università. E non sono le fesserie tecnofeticistiche grilline, le montagne di retorica che danno alla luce piccoli roditori tipo le “parlamentarie”: sono pratiche radicali, mettersi insieme per difendere le comunità di esclusi, impedire fisicamente sfratti e pignoramenti eccetera.
Tra quelli che “se ne devono andare”, gli spagnoli includerebbero anche Grillo e Casaleggio (inconcepibile un movimento comandato da un milionario e da un’azienda di pubblicità!), e anche quel Pizzarotti che a Parma da mesi gestisce l’austerity e si rimangia le roboanti promesse elettorali una dopo l’altra.
Ora che il grillismo entra in parlamento, votato come extrema ratio da milioni di persone che giustamente hanno trovato disgustose o comunque irricevibili le altre offerte politiche, termina una fase e ne comincia un’altra. L’unico modo per saper leggere la fase che inizia, è comprendere quale sia stato il ruolo di Grillo e Casaleggio nella fase che termina. Per molti, si sono comportati da incendiari. Per noi, hanno avuto la funzione di pompieri.
Può un movimento nato come diversivo diventare un movimento radicale che punta a questioni cruciali e dirimenti e divide il “noi” dal “loro” lungo le giuste linee di frattura?
Perché accada, deve prima accadere altro. Deve verificarsi un Evento che introduca una discontinuità, una spaccatura (o più spaccature) dentro quel movimento. In parole povere: il grillismo dovrebbe sfuggire alla “cattura” di Grillo. Finora non è successo, ed è difficile che succeda ora. Ma non impossibile. Noi come sempre, “tifiamo rivolta”. Anche dentro il Movimento 5 stelle.
(Questo articolo di Wu Ming, collettivo di scrittori italiani, è stato pubblicato per la prima volta il 25 febbraio 2013 nel live blog di Internazionale sulle elezioni politiche).
Foto di Laura Lezza, Getty Images

giovedì 21 febbraio 2013


Grande successo di pubblico 
per  l’attesissimo incontro organizzato dall’amministrazione comunale per spiegare ai genitori  gli interventi previsti per la messa in sicurezza delle scuole di Mestrino: ben 9 presenti!
La giunta Pedron è arrivata, infatti, fuori  tempo massimo, a distanza di 14 mesi dai fatti, per dare i chiarimenti richiesti e mai ottenuti dai genitori, dal Presidente del Consiglio d’Istituto e dal dirigente pro tempore, che li sollecitavano con forza per tranquillizzare i genitori, che a seguito anche del successivo terremoto, erano entrati in un comprensibilissimo stato di ansia.

I fatti sono noti: nel dicembre del 2011 (sic!) durante un ricevimento generale pomeridiano alla scuola don Bosco i presenti, insegnanti e genitori,  rimangono fortemente colpiti da persistenti vibrazioni avvertite in un’intera ala dell’edificio. La cosa si ripete, con il consueto fuggi fuggi qualche giorno dopo.

Al sabato successivo, una nutrita schiera di genitori, oppone al dirigente il rifiuto di fare entrare i figli a scuola e non si accontenta delle sue rassicurazioni e dell’impegno di avvertire gli uffici comunali e il vicesindaco. Pretende e ottiene di fare intervenire per una verifica immediata i vigili del fuoco;  su questo non si può avanzare alcuna recriminazione né imbastire accuse surrettizie, visto il clima che si respirava in quei momenti e visti i successivi sviluppi.

L’accuratissima ispezione dei vigili, avvenuta in presenza del Sindaco e del vice Sindaco, non rileva motivi immediati di pericolo, impone, però, al Sindaco di chiudere una parte della scuola di far effettuare le necessarie verifiche tecniche.

Il Consiglio d’Istituto non ha mai ottenuto informazioni, spiegazioni e rassicurazioni dall’amministrazione, se non attraverso criptiche comunicazioni tecniche. Il richiesto incontro con i genitori e col Consiglio d’Istituto non si è mai tenuto, se non dopo l’aggravarsi della situazione a seguito del successivo terremoto, che aveva intensificato lo stato di ansia della popolazione scolastica.

Detto per inciso, il terremoto, aveva indotto il Sindaco, unico in provincia, a sospendere le lezioni in tutte le scuole del comune per tre giorni e procedere ad ulteriori verifiche anche sugli altri edifici scolastici. Improvvido, ritroso nel comunicare, ma non certo incosciente, anzi consapevole delle proprie responsabilità, il Sindaco, dopo quattro anni di apprendistato amministrativo.

L’attesissimo intervento del vice sindaco, avvenuto quasi al termine dell’anno scolastico, ma quella volta a sala stracolma, prospettava la necessità di un intervento oneroso per la riconduzione alle vigenti norme antisismiche e dichiarava la volontà dell’amministrazione a reperire i fondi e a intervenire.
Dopo questi fatti il silenzio più totale; a distanza di tre mesi dalle prossime elezioni l’improvviso risveglio e il flop di pubblico: a pensar male si fa peccato…diceva il divo Giulio.

martedì 12 febbraio 2013


Il Voto degli indifferenti.
  
 Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.


L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?
Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.
Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
Antonio Gramsci – Indifferenti
11 febbraio 1917 – 11 febbraio 2013
Così attuale, così drammaticamente reale…

Post scriptum. Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri. Il fascismo è divenuto così un fatto di costume, si è identificato con la psicologia antisociale di alcuni strati del popolo italiano.
(Antonio Gramsci, L’Ordine Nuovo, 26 aprile 1921)

domenica 27 gennaio 2013

Giornata della memoria, giorno del ricordo, 1




27 gennaio
10 febbraio






"Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.
Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.
Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.
Poi vennero a prendere i comunisti,
e io non dissi niente, perché non ero comunista.
Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare."

Niente di più adeguato per questa giornata della classica citazione di Brecht. La necessità di una continua “manutenzione” della coscienza civile non è mai stata così impellente come in questi tempi di superficialità, disinteresse alla politica, oblio del bene comune, slogan gridati, raccolti superficialmente da facebook e rilanciati nel web, cliccati da centinaia di “amici”, che non si curano talvolta di verificarne la provenienza e la veridicità.
Si, in effetti, il rito quotidiano della visita di quello smisurato bar Sport che è facebook induce  al pessimismo: amici di “orientamento cattolico”, persone attive e impegnate nel volontariato rilanciano i più biechi slogan fascisti e leghisti sugli stranieri.
L’illusione che noi (italiani) siamo diversi, che siamo buoni e tolleranti e che quindi da noi “non può succedere” si scontra con la realtà dei fati storici e con la realtà dei fatti di ogni giorno ai quali molti assistono passivamente, ritenendoli elementi al massimo folkloristici o esagerazioni di pochi esaltati.
L’ignoranza della storia, della nostra storia recente, è abissale: quanti sanno delle violenze fasciste a Trieste contro la maggioranza slovena, dell’incendio della casa della cultura e del teatro sloveno del 1920? Quanti sanno della proibizione di parlare in sloveno e croato, dei cognomi e dei nomi italianizzati all’anagrafe, dei campi di sterminio in Friuli, dei campi di concentramento per sloveni nelle caserme di Chiesanuova? Ovviamente tutto questo nulla toglie alla altrettanto tragica realtà delle foibe, ma nulla va tolto dal piatto dei fatti storici.
Quanti sanno dei 90 ebrei padovani denunciati dai loro concittadini, catturati da italianissimi carabinieri, rinchiusi a villa Venier a Vò e poi avviati ad Auschwitz? Quanti sanno delle stragi coloniali perpetrate dal generale Graziani in Abissinia? Quanti sanno della vita di stenti condotta dai migranti regolari e irregolari? Quanti, insospettabili, ritengono che i Rom e i Sinti, delinquono perché è scritto nel loro DNA e non a causa della miseria e dell’emarginazione?
Quanti usano disinvoltamente parole come “moreto”, “zingaro”, “ebreo”, “terrone”, inconsapevoli della loro micidiale e incontrollabile carica razzista, preludio sommesso di ogni male, di ogni ingiustizia, e poi, inevitabilmente, di ogni atrocità.
Ecco, quindi, la necessità della manutenzione culturale e sociale delle coscienze, della rinascita civile ed etica dei singoli e dell’intera comunità.
 Sicuramente hanno lasciato una traccia di vergogna e gettato semi avvelenati e pericolosi i venti anni di sdoganamento del fascismo, i venti anni di razzismo leghista, per altro sfruttato ad arte da pochi “capi” che alimentano legittime paure del popolo, per mettere le mani sulle amministrazioni, sulle fondazioni, sulle banche sulle ULS e per altri vizi più personali e meno confessabili; e ancora peggio hanno fatto i venti anni di berlusconismo amorale, i venti anni di favolette e di incultura, di servi sciocchi, di servette (la Mussolini le definisce vaiasse) ben dotate, salite in parlamento. Come conclusione, lo sdoganamento di Casa Pound da parte di un illuminato modernista come Grillo getta nello sconforto più assoluto.

mercoledì 26 dicembre 2012


Destra e Sinistra


Sono passati quasi trent’anni da quando Giorgio Gaber ironizzava su destra e sinistra, cogliendo i tic più folkloristici di entrambe le parti. (ma cos'è questa destra?); più di recente un Gaber, invecchiato, più meditativo e disincantato ci affabula con la confessione di appartenere ad una razza in estinzione (il testo e il video recente).
Nel frattempo sono arrivati alla diffusione di massa i risultati di ricerche socio-psicologiche (Sinistra e destra - Le radici psicologiche della differenza politica - a cura di P. Catellani e P. Corbetta, ed. Il Mulino) e neuroanatomiche.
Un gruppo di scienziati dell’University College di Londra, guidati da Geraint Rees, ha infatti scoperto una “forte correlazione” tra lo spessore di due particolari aree della materia grigia e le opinioni politiche. Chi è dichiaratamente di destra ha un’amigdala - la parte primitiva del cervello associata con le emozioni e la paura - più pronunciata; al contrario costoro hanno una corteccia cingolata anteriore, la parte del cervello associata con il coraggio e la capacità di guardare il lato positivo della vita, più piccola. 
Già nel 2003 una ricerca, firmata da John Jost della Stanford University sulla rivista Psychological Bulletin, aveva mostrato che i tratti psicologici associabili all’uomo “conservatore” sono “fissi”: rigidità mentale, autoritarismo, chiusura. Uno studio più recente ha poi confermato a livello neurofisiologico quel che Jost aveva osservato a livello caratteriale e comportamentale: lo studio, pubblicato sulla rivista Nature Neuroscience dallo scienziato italo-americano David Amodio dell’Università di New York, ha dimostrato che di fronte a cambiamenti improvvisi le persone con tendenze liberali sono più rapide a rispondere e ad adattarsi alla novità. Alla base di queste differenze, ha spiegato Amodio, c’è la differente attività di un’area del cervello che ci aiuta, guarda caso, a elaborare soluzioni a situazioni conflittuali, la “corteccia cingolata anteriore”, posta in una regione tra i due emisferi cerebrali.
Sono convinto che tale eccessivo determinismo sia controproducente e comunque frutto limitante dell’approccio tipicamente anglosassone alle neuroscienze; l’influenza dell’ambiente, della famiglia, della cultura in cui si è immersi, delle conoscenze, delle relazioni, delle esperienze personali ha senz’altro valore determinante, ma alla fine forse le differenze si traducono realmente in modifiche strutturali e funzionali o, per dirla con Bobbio,  in vere e proprie differenze antropologiche («Sarei tentato di dire che la distinzione va al di là delle semplici idee politiche, è un elemento quasi antropologico».)
Ebbene si, c’è molta confusione in questi tempi di cambiamento, ma una qualche differenza c’è ancora e determina la realtà politica, istituzionale e sociale del Paese, solo che, anche se in misura limitata, è trasversale agli schieramenti politici ufficiali. Non è impossibile, anche se infrequente, trovare in uno schieramento di destra persone aperte al futuro, con le quali si può discutere e magari trovarsi d’accordo su alcune cose, anche se si parte da visioni antagoniste della vita. Viceversa nello schieramento opposto non è impossibile trovare paure, aspirazioni alla certezza dell’esistente, quando non aperta nostalgia per il passato.
Ma sostanzialmente gli schieramenti rappresentano, con un grado maggiore o minore di ambiguità, due tipologie umane profondamente differenti.
·         La destra difende i valori della patria e può arrivare ad essere nazionalista, la sinistra è internazionalista;
·         La destra si oppone ai mutamenti sociali, perché la tradizione dice che ciascuno ha un suo posto nella società, la sinistra appoggia i movimenti femministi ed è disposta a sperimentare dei mutamenti, per esempio, nell’organizzazione del lavoro;
·         La destra è individualista, competitiva, “vinca il migliore” dice,  la sinistra tende a fare riferimento non al singolo individuo ma ai gruppi con problemi e interessi comuni (i sindacati, i disoccupati, i lavoratori, ecc.);
·         La destra crede che il mercato e l’iniziativa individuale siano gli unici elementi creatori di un ordine efficiente, perché garantiscono il successo ai più capaci e ai migliori, la sinistra sostiene la necessità di un’economia che permetta ai migliori di emergere, ma che contemporaneamente offra possibilità ai nuovi soggetti;
·         La destra favorisce in tutti i modi il mercato e l’integrazione mondiale nell’economia capitalistica, il suo problema principale è di continuare a produrre di più a costi minori (per essere competitiva rispetto ai concorrenti) e guadagnare di più,  la sinistra si pone il problema delle disuguaglianze di ricchezza a livello mondiale e di modelli di sviluppo produttivo differenziati e in armonia con la cultura e le risorse di ciascuna realtà;
·         La destra sostiene lo “Stato minimo”, cioè poca burocrazia e il minor intervento possibile dell’ente pubblico nell’economia e nella società. Quindi meno tasse per mantenere uffici  e servizi / la sinistra sostiene invece lo “Stato sociale”, cioè un ruolo attivo dello Stato nel ridurre le disparità esistenti fra gli individui e i gruppi. Quindi più tasse al fine di assicurare più servizi alla collettività e conseguentemente più uffici e più personale pubblico. E così via.”
(Liberamente tratto da Il presente come storia, di Paola Castagnetti, ed. Clio).

Restano da fare i conti con l’espressione tutta italiana (nel senso che in Italia, per un periodo è stata maggioritaria) della destra populista, dove i parametri tradizionali sopra citati sono mescolati, sconvolti, triturati da un gigantesco conflitto d’interessi. E quindi, se da una parte personalità e persone diverse, indipendentemente dalla struttura del proprio cervello, dalle esperienze personali e dalle convinzioni politiche e religiose, si riconoscono unitariamente nei principi fondamentali della Costituzione  (http://www.youtube.com/watch?v=lSAYk8YomwE) la competizione non è oggi tra due opinabili ma legittime visioni contrapposte di sinistra e destra   ma tra chi persegue, senza remore ad utilizzare qualunque mezzo illecito, un progetto eversivo dell'impianto costituzionale e dell'unità nazionale:  la coalizione berlusconiana-leghista o quello che ne resta,  e gli altri.   Alla fine: o loro o noi, in senso antropologico, s’intende, non fisico!
Ma Grillo, dove lo collochiamo? Intanto in politica, checché ne dicano i predicatori dell’antipolitica, perché coagula e offre spazio operativo e organizzativo a pulsioni, tensioni ideali, ma soprattutto alle delusioni e a al disgusto di massa nei confronti dell’attuale malaffare politico-affaristico. Qui la confusione tra destra e sinistra è massima: alcune parole d’ordine sono ambientaliste, ecologiste, solidaristiche, altre autoritarie, velleitarie (perché non indicano vie concrete d’uscita concrete dalla palude economica mondiale) e quindi altrettanto populiste di quelle di 20 anni fa, pur senza il conflitto d’interessi e nonostante la purezza degli intenti dei “portavoce”.

E Monti? Sarebbe bello che in Italia ci fosse una destra colta e liberale, dignitosa nell’aspetto e nell’eloquio, conservatrice nei costumi e moderna nell’attenzione al progresso scientifico e sociale, con la quale confrontarsi, scontrarsi e alternarsi, ma, se poi si contano i numeri, purtroppo  non è così!  

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